|
|
INTERVENTI: FEDE E RELIGIONE
VELO, CROCEFISSO, KIPPAH: SÌ, NO,
FORSE... Incontro Giovani di S.Paolo
del 4 dicembre 2004
RELAZIONE INTRODUTTIVA DI FILIPPO
GENTILONI
 Leggevo
sul giornale proprio stamattina che c'è adesso una disputa
in molte scuole per il presepe. Ci manca poco a Natale e
quindi in molte scuole, medie inferiori forse e nelle elementari
certamente, si è soliti fare il presepio. E quindi ecco
la questione: facciamo o non facciamo il presepio? Anche
là dove ci sono alunni non cristiani, non dico solo non
cattolici perché magari se ci sono degli alunni protestanti
va bene pure a loro, ma non cristiani. Alunni ebrei a Roma
ce ne sono molti e così sempre più numerosi ci sono alunni
musulmani, soprattutto nelle elementari, negli asili, nei
nidi.
Il presepio lo facciamo o non lo facciamo? Qualcuno dice
che è una attività didattica altri non sanno bene come metterla;
c'è una via d'uscita, che è quella comune e sulla quale
discutiamo questa sera, che dice: ma il presepe è ormai
un simbolo che non è specificamente per i cristiani è un
simbolo di bontà, di esaltazione del bambino del bambino
piccolo; Gesù bambino in fondo resta nell'ombra perché il
presepe rappresenta la famiglia… e così via. Tutti valori
che in fondo anche gli ebrei, anche i musulmani possono
accettare, dicono molti; direi che la maggioranza delle
persone ragiona così.
Una piccola minoranza invece dice di no e vuole mantenere
ai simboli religiosi il loro valore originario cristiano,
quindi non vuole appiattire il significato del presepio
in una specie di religiosità diffusa, civile, in una sorta
di buonismo, di valori di civiltà; è bene mantere ai simboli
il loro valore specifico: Gesù bambino significa il cristianesimo
e non una generica bontà.
Se volete ci sono questioni molto più gravi in ballo.
Ve ne cito una forse la più difficile di tutte: la questione
delle mutilazioni alle ragazze che viene da alcune
regioni dell'Africa, non certo dalla Tunisia né dall'Algeria.
E queste donne anche in Italia chiedono per le loro
figlie questa mutilazione degli organi genitali. Che
facciamo? Che fa l'ospedale italiano a cui si chiede questo
o il medico o il ginecologo italiano o musulmano che
opera in Italia, cui si chiede questo? Quindi vedete che
i problemi sono abbastanza grossi e vanno anche al di là
di quello "carino" del presepio.
Comunque adesso dico alcune cose sulle quali sono abbastanza
sicuro e altre invece sulle quali sono incerto.
Una prima cosa di cui sono abbastanza sicuro è già stata
detta nell'introduzione: lo stato, il "pubblico" non faccia
professione di fede religiosa: lasci la professione di fede
religiosa al singolo privato.
Questo mi sembra un principio fondamentale dello stato
laico, ormai più o meno accettato da tutti. Ma
questo principio che sembra accettato da tutti significherebbe
togliere i crocifissi dalle aule scolastiche, toglierli
dai tribunali, perché là dove è lo stato a metterli, lì
viene violata la laicità. L'aula del tribunale deve essere
tale nella quale si trovino a loro agio tutti
i cittadini qualunque sia la loro fede religiosa.
Primo principio sul quale mi pare ci potremmo trovare
d'accordo, ma non è d'accordo la prassi attuale italiana
che invece continua a mettere crocifissi nelle aule "ufficiali",
là dove le mette lo stato: scuole, tribunali, etc.
La seconda affermazione che propongo è che lo stato non
impedisca al singolo cittadino di portare i segni religiosi,
se vuole. Non so se sarete d'accordo su questo; è
il contrario di quello che è stato fatto in Francia.
Che lo stato non impedisca se tu vuoi portare al collo
un segno religioso (fra l'alto in Italia i crocifissi al
collo stanno diventando una specie di moda tra tutte le
ragazze). Facciano pure. È il singolo,il privato, che vuol
dire a tutti "io sono cristiano", oppure "io amo il crocifisso
", e lo dica. Io direi a questo punto che lo stato
può non occuparsene, in quanto non è lo stato che sta prendendo
questa decisione.
Qui c'è un problema però che si collega subito con questa
seconda affermazione perché io dico che lo stato non può
impedire ad una ragazza di portare un crocifisso al collo
od un velo sulla testa, se vuole. Però dico anche che mi
sembra che lo stato non dovrebbe accettare le operazioni
di cui parlavo prima. Io direi di no a questo dare il permesso
all'ospedale di fare operazioni che mutilano gli organi
genitali femminili.
Allora perché dico di si alla libera esposizione della
propria fede, il crocifisso al collo, e perché dico
di no a quest'altra cosa. Non soltanto perché è più grave,
ma perché qui entrano dei principi sui quali possiamo discutere
all'infinito, dei principi di quello che una volta si diceva
diritto naturale. Cioè una certa legge che vieta le mutilazioni.
E le vieta per tutti: cristiani, musulmani, buddisti, ebrei
e le vieta anche se invece la famiglia le vuole perché
il non mutilare rientrerebbe (uso il condizionale perché
il discorso è complicato) in quelle questioni che non riguardano
l'una o l'altra religione ma la natura umana, come, per
esempio: non rubare, non ammazzare, rispettare tutte le
persone.
Questa serie di affermazioni molto generali, che appunto
una volta si chiamavano di diritto naturale (anche se oggi
questa espressione non si ama molto), sarebbero tali da
prescindere dalla nazione, dalla fede religiosa, dal fatto
che tu sia asiatico, africano, etc.; sarebbero insomma valide
per tutti.
Ma chi lo dice? Ecco qui un problema grosso; chi è capace
di legiferare in questo modo per l'universo mondo? Qui la
risposta è difficile e non credo che troviamo facilmente
qualcuno che ci dice il perché. Una volta la chiesa cattolica
diceva di essere lei l'incaricata dal "padre eterno" di
legiferare per tutti e sempre quindi a prescindere da quello
che uno o l'altro richiede; se questo è vero potremo dire
che in base a questo principio di diritto naturale possiamo
proibire, per esempio, certe operazioni sul corpo umano
che invece in certi paesi non sono proibite.Anche se la
famiglia le vuole o la ragazze le vuole. Questo discorso
è comunque molto difficile da affrontare.
Invece mi sembra più facile affermare la libertà di espressione
con il velo o il crocifisso appeso al collo per chi vuole
e anche affermare che invece lo stato moderno, laico, deve
evitare ogni affermazione di fede religiosa anche
se è la fede religiosa della stragrande maggioranza, come
nel caso dell'Italia. Quindi direi niente crocifisso nelle
aule, nei tribunali, etc.
L'ultima osservazione, al di là del presepio da fare
o non fare nella scuola in questi giorni, è che le chiese,
nel caso nostro soprattutto quella cattolica che ci interessa
più da vicino, credo che dovrebbero anche loro essere d'accordo
sull'eliminazione dei loro segni religiosi negli spazi pubblici.
Probabilmente le chiese non sono d'accordo perché pensano,
secondo me sbagliando, che così ci sia un vantaggio per
la fede religiosa. Ma la gente è più cristiana, nel
caso nostro più cattolica, se vede il crocifisso nell'aula
scolastica o nell'aula dei tribunali? Non credo. Io credo
che invece le chiese ci guadagnerebbero se smettessero di
insistere sui loro segni che sono diventati dei segni quasi
non più religiosi, ma civili, nazionali, una specie di bandiera
patria.
Sposto un po' il discorso. Ci guadagna la chiesa cattolica,
nel nostro caso, a insistere tanto sul battesimo dei bambini
piccoli anche a prescindere da quella che poi sarà la loro
fede cristiana? Perché in moltissimi casi di battesimo di
bambini piccoli si sa bene che la famiglia lo fa perché
c'è l'uso di farlo, ma in realtà non conosce bene
il senso del battesimo, non sa bene che cosa verrà dopo.
Idem per le prime comunioni.
Cioè le chiese hanno un vantaggio a mantenere questa
presenza così vistosa, così diffusa a prescindere dalle
convinzioni private? C'è chi dice che è meglio così, è meglio
per la società, è meglio per la chiesa; questa è l'opinione
corrente.
Si comincia invece sempre di più, non soltanto
in situazioni come nella comunità di S. Paolo, a dire che
sarebbe meglio diminuire questa presenza pubblica, ufficiale,
per cui all'inaugurazione di qualunque cosa c'è il maresciallo
dei carabinieri, il sindaco, il prete … ma insistere di
più su presenze specifiche, convinte, però minoritarie.
Ecco mi pare che vedete come i problemi sono complessi:
su alcune cose io stesso, come ho detto, sarei abbastanza
deciso, su altre invece credo che la discussione sia aperta
e anche io sarei incerto.
INTERVENTO DI ADNANE MOKRANI
Mi
chiamo Adnane Mokrani, sono tunisino, nato a Tunisi, ma
anche algerino. La nostra casa ad Algeri si chiama la casa
dei tunisini e la nostra casa a Tunisi si chiama la casa
degli algerini. Ho vissuto sempre nei confini. Ho studiato
studi islamici, teologia islamica e religioni comparate
in Algeria poi in Tunisia, ho fatto il dottorato a Tunisi
di teologia islamica, poi sono venuto a Roma per approfondire
la mia conoscenza del cristianesimo. Ho studiato studi ecumenici
all'Angelicum poi ho fato una tesi di dottorato sul dialogo
interreligioso: "i punti di vista dei cristiani libanesi
sui rapporti islamo-cristiani dopo la guerra civile", per
scoprire il lato orientale del cristianesimo.
Veniamo al tema che è molto ampio, perché tocca tanti
altri argomenti, sembra superficiale ma è molto profondo
e molto interessante.
Cosa significa un simbolo? Secondo me questa è una premessa
generale per capire il significato del simbolo in generale
e anche il simbolo nel contesto islamico. Ci sono tanti
livelli di discorso. C'è il livello religioso, o divino.
Dio parla agli uomini tramite i simboli, il linguaggio
divino è un linguaggio simbolico. Conosciamo la mitologia,
il discorso religioso è spesso poetico e simbolico, mitologico.
Nel Corano stesso, i versetti coranici si chiamano con un
termine arabo che significa "simboli". Il Corano dice che
tutto il creato, tutto il mondo è "simboli"; dunque il ruolo
del Corano, come parola di Dio, come discorso divino, è
di aprirci con i suoi segni ai segni di Dio nel creato e
dentro di noi, per dialogare con Dio tramite i simboli.
Questo è un modo di parlare del simbolismo a livello molto
alto.
C'è un altro livello che possiamo chiamare socio-culturale.
Noi non parliamo solo tramite le lingue ma anche in modo
simbolico. Parliamo con i gesti, con il nostro corpo, i
nostri profumi; c'è insomma un tipo di comunicazione globale
e piena di simboli. Il simbolo fa parte della nostra
vita quotidiana anche profana. E questo è un fattore culturale
molto importante.
C'è un terzo livello, che si potrebbe chiamare il simbolo
come potere, come segno di demarcazione per creare confini
e identità.
C'è un bellissimo libro di uno scrittore libanese che
si intitola, in italiano, "Identità" Questo libro
spiega bene come l'identità è un cammino complesso. Non
è solo quello che abbiamo ereditato dai nostri genitori
e dalle nostre famiglie, ma è anche il nostro cammino personale,
quello che impariamo ogni giorno, i nostri incontri con
la gente. Una cosa molto complessa.
Ma se uno viene attaccato in un elemento della sua identità,
ad esempio se uno è omosessuale e viene attaccato nella
sua omosessualità, questo fatto diventa in quel momento
tutta la sua identità. Così come se una persona è attaccata
nella sua religione; come è ad esempio il fatto di impedire
ad una ragazza musulmana in Francia di portare il velo,
ecco che allora il velo diventa la cosa più importante
nella vita di quella ragazza, diventa il simbolo della sua
libertà, la sua identità. È un discorso molto delicato,
soprattutto in epoca di guerra.
Conosco bene il caso libanese e lì i segni religiosi
sono diventati una cosa terribile, non solo tra musulmani
e cristiani ma anche tra i musulmani stessi. Là, per esempio,
ci sono gli Hezbollah, che è un partito sciita, e c'è Hanel,
un' altro partito sciita, che portano il velo in modo diverso.
Tutto diventa codificato per dire: io appartengo a quel
gruppo; ed esagerare in questo aspetto è un grande rischio.
Dunque il simbolo diventa uno strumento di potere, di
autoconferma e anche di esclusione; e questo è molto grave.
Torniamo al senso del velo nel contesto islamico,
e cerchiamo nel Corano se si parla del velo oppure no: il
Corano è composto da 114 capitoli (sura). Nella sura
24, che si chiama la sura della luce, troviamo l'unico versetto
di tutto il Corano che parla del velo e che dice:
"Di ai credenti di abbassare il loro sguardo ed essere
casti. Ciò è più puro per loro. Dio conosce quello che fanno.
Di alle credenti di abbassare il loro sguardo ed essere
caste e di non mostrare dei loro ornamenti se non quello
che appare; di lasciar scendere il loro velo, o meglio un
panno, (qui nella traduzione c'è la parola velo, ma non
è letterale, nel testo la parola araba significa panno)
sul seno e di non mostrare i loro ornamenti ad altri
che non ai loro mariti, ai loro padri, etc. (seguono 12
categorie all'interno della famiglia).
La parola araba jhaib in arabo significa apertura nel
vestito; è un modo per dire che non è permesso di lasciare
aperta una grande parte del vestito che mostra il corpo.
Qui non si parla di coprire la testa, il testo non è
chiaro ed esplicito su questo punto. Dunque in tutto il
Corano troviamo solo questo testo breve, non dettagliato;
la parola jheb, velo, che spesso è nominata oggi, non si
trova nel Corano.
Nella sunna , ossia nella tradizione islamica, troviamo
altri particolari come fonte di secondo grado dopo il Corano;
ma nella giurisprudenza islamica troviamo grandi dettagli,
che aumentano piano, piano, con lo sviluppo della civiltà
islamica.
Secondo me il significato principale di questi versetti
è un appello al pudore come principio etico, religioso e
umano; significano rispetto reciproco, evitare la provocazione.
Ma il pudore come valore viene interpretato secondo il contesto
culturale. Il senso del pudore dipende dalla cultura, è
la cultura di un popolo che dice cosa significa pudore e
cosa significa provocazione.
Storicamente, soprattutto nella seconda fase dell'impero
Abasside, (questo impero che ha regnato sul mondo islamico
otto secoli, dall'VIII secolo al XVI secolo dell'era
volgare, e che è il più lungo impero della storia islamica)
che è un periodo di decadenza, hanno usato i vestiti come
segni di distinzione per riconoscere i gruppi sociali; un
famoso califfo decretò che gli ebrei dovevano vestirsi
in un certo modo e i cristiani in un altro; decise, ad esempio,
che le schiave non dovevano portare il velo mentre le donne
libere potevano portarlo, e così via. Insomma fece una codificazione
per classi sociali e questo è stato anche uno sviluppo storico.
Ci sono tanti elementi che si incrociano su questo tema.
C'è l'aspetto della cultura orientale: se ad esempio abbiamo
presenti le statue greco-romane, il nudismo della scultura
greco- romana non si trova in oriente; nelle statue in Egitto,
in Mesopotamia, ma anche in India e in Cina, con certe eccezioni
certamente, il corpo umano è spesso coperto. Il senso della
bellezza, il senso della seduzione è anche condizionato
e dipendente dalla cultura stessa.
C'è un altro fattore molto importante: la società patriarcale
e tradizionale che è collegata ad un certo sistema economico
e sociale.
C'è il fattore del clima: in certi paesi non si può uscire
senza coprire la testa: fa molto caldo o molto freddo; nella
penisola araba fa un caldo terribile.
Arriviamo all'attualità: il velo ha dunque tanti significati.
Oggi può essere un ritorno alla lettera della tradizione,
può essere anche una protesta contro un certo imperialismo
culturale dell'occidente: dire no all'occidente. Può essere
una protesta contro il consumismo e la moda; contro il concetto
della donna oggetto.
Un sociologo algerino diceva che il maschilismo occidentale
ed orientale hanno in comune il fatto di considerare la
donna come oggetto, non come persona, ma l'occidentale cerca
di condividere questo oggetto, l'orientale preferisce nasconderlo,
tenerlo per sé. Sono atteggiamenti maschilisti che prendono
forme diverse.
Il velo può essere anche il modo, per le donne povere,
di vestirsi in modo meno costoso, perché non hanno i mezzi
per seguire la moda. Può essere una protesta politica contro
il regime perché nell'epoca moderna, lo stato moderno ha
cercato di imporre un nuovo stile di vita con la forza.
Può essere un'espressione del controllo maschilista, una
persecuzione. Dunque non si può generalizzare.
Ma vorrei dire anche che i protagonisti del potere maschilista
non sono solo gli uomini ma anche le donne; qualche volta
le donne da noi sono più maschiliste degli uomini e più
"realiste del re", potremo dire.
Se una religione cerca di essere transculturale, cioè
di andare oltre i confini di una certa cultura (per l'islam
la cultura araba, per il cristianesimo la cultura greco-romana),
deve poter interpretare la fede secondo i contesti.
Per il caso francese c'è un elemento molto importante
nel dibattito dato dal ruolo di Alma e Lila, un caso molto
noto perché a loro due è stato impedito di entrare a scuola
perché portavano il velo, ed hanno continuato quindi a studiare
a casa, da privatiste.
È un caso famoso anche perché sono due sorelle di padre
ebreo, comunista ateo, di origine tunisina mentre la madre
di origine algerina, kabil, battezzata. Loro due sanno parlare
bene nei mass media, e anche il loro padre, che pur non
essendo d'accordo con il fatto che le figlie portino il
velo, ha saputo difendere bene la loro libertà davanti ai
mass media. Un caso molto interessante. Queste ragazze hanno
scelto da grandi di portare questo simbolo perché sono state
educate in modo musulmano dalla nonna musulmana. Anche gli
zii e le zie sono algerini. Ne hanno parlato in Francia
molto a lungo TV e giornali, come Le Monde e tanti altri.
Hanno anche scritto un libro ultimamente sulla loro esperienza.
Per l'Italia c'è anche il ruolo provocatorio di Abel
Smith. Secondo me si può discutere di questi temi ma in
modo giusto ed educato, senza provocazioni. Lui svolge un
ruolo molto negativo e provocatorio che aumenta la tensione
e la crisi; non aiuta a trovare una soluzione giusta.
Un'ultima cosa a proposito della mutilazione femminile.
Questa, come già detto, è una tradizione africana in Africa
orientale: c'è in Egitto, Sudan, Etiopia, Somalia, Africa
sud sahariana, sia tra i musulmani che tra i non musulmani.
Come si può fare? Perché si può vietare questo fatto ufficialmente
ma le persone lo fanno lo stesso e in modo più pericoloso.
Lo stesso problema per l'aborto: si può impedire, ma si
fa lo stesso e in modo più pericoloso.
Secondo me c'è bisogno di un lavoro educativo, culturale,
di istruzione, ma si potrebbe anche farlo in modo simbolico.
Se il medico è abbastanza intelligente lo potrebbe fare
in modo simbolico; questo potrebbe essere un compromesso;
quando fallisce il cammino dell'educazione, come ultima
soluzione, farlo in modo leggero e simbolico. È molto più
sicuro che farlo in casa con mezzi inadeguati.
Il velo è ufficialmente vietato in Tunisia ed in Turchia
nel mondo islamico; in Turchia dall'epoca di Ataturk che
ha abolito il califfato ottomano. È permesso solo a due
persone portare i vestiti religiosi negli spazi pubblici:
il patriarca di Costantinopoli ed il Grande Muftì. Perfino
i preti e gli iman non possono portare abiti religiosi fuori
delle chiese o delle moschee. Prima di uscire devono cambiarsi;
anche i turbanti sono vietati. Il Primo Ministro turco Erdogahn
ha mandato le sue figlie a studiare negli Stati Uniti
così loro là possono portare il velo! Una bella contraddizione!
Negli Stati Uniti possono portare il velo, ma in Turchia
no, nemmeno le figlie del Primo Ministro possono portare
il velo nelle scuole o negli altri spazi pubblici!
FEDE E IMPEGNO Incontro Giovani di S.Paolo del 14 febbraio 2004
Gran parte dell’incontro è stato dedicato alla testimonianza
di Misa Chiavari (vedi
testo) e a quella di Saliha, giornalista algerina rifugiata
in Italia dal 1998 (vedi
testo).
Quindi ragazze e ragazzi sono stati invitati a riflettere
sui diversi livelli di impegno possibili:
- Interessamento ( interessarsi ai problemi
del mondo, informarsi, guardare la TV).
A questo proposito è emersa la domanda: Chi
in questa società è interessato a che si conoscano
e approfondiscano veramente i problemi sociali,
politici ed economici?
- Dare qualcosa (roba, soldi)
- Dare parte della propria vita (tempo, energia,
talenti)
- Condividere la propria vita (essere invece
di dare in un periodo di tempo limitato; ad
es. alcuni anni, in un villaggio del terzo mondo)
- Vivere e condividere l’intera vita con gli
ultimi della terra.
Antonella ha precisato che
sono importanti e significativi anche frammenti di esperienze
di impegno presenti nella vita quotidiana di ognuno.
Gli interventi si sono concentrati
soprattutto sulle testimonianze ascoltate.
Ci si è ripromessi di continuare
il dibattito su impegno e fede in un prossimo incontro.
|
LA SCUOLA
Ho scelto la scuola d’italiano perché mi
da la possibilità di entrare meglio in contatto
con persone che m’insegnano tante cose e danno
un senso più profondo alla mia vita!
Io sento di dare a loro un grado di libertà
in più, permettendo loro di comunicare attraverso
la lingua. Luther King diceva: " Se un solo
uomo sulla terra non è libero, non lo è nessuno".
Dopo poco tempo che frequentano la stessa
classe, interviene una forma di amicizia, complicità,
che porta ad aiutarsi vicendevolmente e l’insegnante
diventa il fulcro di questa situazione. Così
scaturiscono i problemi da cui si è fuggiti,
le angosce che procurano le gastriti, come M.
e K. quando non si trasformano in ulcere e emorragie
interne come E. o interventi chirurgici, come
S.
Lo choque di essere catapultati in una situazione
in cui devono mendicare un letto, il vitto,
le cure senza mai una lira in tasca, provenendo
da situazioni a volte benestanti, con livelli
culturali alti, provoca una reazione del fisico
disastrosa.
Ne ho conosciuti molti di questi casi in
questi cinque anni e s’individuano facilmente.
Il lavoro dell’insegnante è avvicinarli ed ascoltarli,
poi cercare di capire che tipo di aiuto hanno
bisogno. A volte hanno solo bisogno di aprirsi,
di avere un contatto umano di cui potersi fidare,
qualcuno che ti apra le porte di casa, che non
ti lasci fuori, qualcuno che ascolti la tua
storia e che s’immedesimi nella tua sofferenza,
con grande rispetto, qualcuno che ti risolva
dei piccoli problemi che fanno inceppare la
ruota che comincia a ingranare.
Basta per esempio un prestito perché nessuno
glielo darà mai, ma lui ha trovato un lavoro
e senza macchina non ci arriva e puntualissimo
ogni volta che prende lo stipendio viene a portare
la rata concordata. Altre volte per le donne
specialmente, c’è bisogno di una referenza per
il nuovo lavoro, allora basta dare il proprio
nome e la cosa è fatta. C’è chi ha bisogno di
un consiglio medico, oltre a quello dei medici
dell’ambulatorio. Basta andare dal proprio medico
dell’ASL e presentargli il caso con tutte le
analisi e il caso è di facile soluzione. C’è
chi ha ricevuto una videocassetta dei propri
bambini, ma non sa dove vederla e viene a casa
e può lasciare andare le lacrime dell’emozione
perché ha accanto una persona amica. C’è chi
vuole mandare un e-mail ai propri figli, ma
non ha il computer e a casa può con calma scrivere
in cirillico senza fretta poi si cena insieme
e la serata è diversa dalle altre nel dormitorio.
E’ bello poi rincontrarli per strada e ti
raccontano che svolta ha preso la loro vita,
ti chiamano sempre "maestra", una forma di rispetto
che io cerco di evitare, pur capendo che per
loro è importante presentarti ai loro amici
con quel titolo. Poi ricevi le telefonate da
Vicenza, piuttosto che da Milano o Parma. "
Misa, ho finalmente una camera DA SOLO" è la
prima frase di E., "lavoro e posso andare a
prendere un caffè al bar con un cornetto". Chi
mi dice questo ora fa il facchino in un grande
albergo. E’ un laureato in ingegneria e all’Accademia
dello sport. Dirigeva una squadra di bob ed
era direttore amministrativo di una società
di esportazione del suo paese con un ottimo
stipendio. Ma le idee si pagano ed è dovuto
fuggire.
S., giornalista e psicologa, al terzo tentativo
di ucciderla, è fuggita dal suo paese ed ora
lavora in un ospedale ed ha vinto una borsa
di studio per un master sull’immigrazione e
l’asilo politico all’università di Roma.
D. di soli 23 anni, fisioterapista, torturato
in modo indescrivibile, tanto da non riuscire
a chiudere gli occhi per dormire per più di
sei mesi dal suo arrivo in Italia, è stato curato
dai medici contro le torture ed ora è a Milano
con un contratto a tempo indeterminato ed esercita
la sua professione felicemente e presto arriveranno
i suoi fratellini per salvarli dalla guerra.
S. infermiera professionale mi ha mostrato
il certificato del nostro Ministero della Sanità
in cui si dichiara che può esercitare la sua
professione in Italia. Troverà così presto lavoro
e farà venire subito il suo figlio di 13 anni
perché a quell’età nel suo paese, durante le
vacanze scolastiche i bambini vanno alla scuola
di guerra per imparare l’uso delle armi ed essere
pronti a partire soldati in caso che vengano
chiamati.
Racconto solo alcuni casi dei tanti amici
che ho tra i miei alunni, ma la lista è lunga
e ringrazio Dio di avermi dato questa possibilità
di conoscere delle persone meravigliose da cui
ho imparato tanto!
Misa
Chiavari (articolo pubblicato
sul mensile SERVIR del Centro Astalli)
|
|
INTERVISTA
A SALIHA
Quand’ero piccola ho vissuto con mia nonna
fino a 12 anni, lontana dalla mia famiglia.
Non ho mai capito perché, ma è andata così e
io chiamavo mamma, mia nonna. Lei parlava berbero
ed io l’ho imparato da lei. Mi ha dato un’ottima
educazione: in casa, a tavola, tutto era perfetto.
Quando lei poi è morta, dovetti andare con la
mia famiglia, ma non mi è stato molto facile
adattarmi e i problemi con mia madre sono stati
tanti. Io la chiamavo "sorella", dato che per
me, mia madre era mia nonna. Mia madre era molto
giovane, la prima figlia l’ha avuta a 13 anni,
divorziò molto presto dal 1° marito. Mio padre
lavorava al porto, piazzava i lavoratori per
gli algerini, non per i francesi! Quando ha
sposato mia madre, lei aveva 20 anni e lui 40!
Da noi il divorzio non è accettato, è una vergogna,
anche nel Corano è scritto che è un peccato,
allora mia nonna, ha detto a mia madre: "Devi
sposare quest’uomo". Si conoscevano, erano dei
vicini di casa, e lui non si era mai sposato
e l’adorava. Ebbero insieme 12 figli: 4 maschi
e 8 femmine. Mia madre non ha mai avuto problemi
ginecologici, né aborti, né nulla!
Lei non lavorava. Mio padre l’adorava e l’ha
viziata enormemente. Per ogni figlio che nasceva,
maschio o femmina (e mio padre amava molto le
figlie, anche nel Corano c’è scritto che Maometto
amava molto le figlie!) lei riceveva in regalo
un gioiello e molto belli! Per i berberi la
donna è sacra, è come un albero che dà i suoi
frutti (i figli) e la donna non può stare senza
gioielli! La donna non è allo stesso livello
dell’uomo! L’uomo la deve amare, adorare, coccolarla,
lei deve essere soddisfatta, anche fisicamente.
Quando mia madre era piccola non si andava a
scuola, ma lei ha voluto andarci, ha studiato
in una scuola francese, fino a 13 anni ed ha
preso il diploma di cucito e così ha imparato
perfettamente il francese, mentre non sa l’arabo.
Quando è a casa lavora a maglia, la vedi sempre
seduta lì, con i suoi occhiali, con il suo lavoro
in mano.
A 20 anni mi sono sposata, mia madre era
d’accordo con il mio matrimonio, non sono dovuta
scappare con mio marito, mia madre ha organizzato
il matrimonio, come per tradizione. Mi ha detto
solo che ero troppo giovane, ma l’ho scelto
io. Sono rimasta sposata 5 anni, poi era tale
l’incompatibilità di carattere che ho divorziato.
Gli studi l’ho iniziati prima di sposarmi
e li ho terminati dopo il divorzio. Laurea in
psicologia e poi in scienza delle informazioni
e delle comunicazioni. Ho lavorato prima con
una società americana, poi con una società tedesca
e il mio tavolo era quello che si usa per sostituire
gli ingegneri: è completamente computerizzato,
basta che metti i dati e ti disegna i progetti,
i piani, in un attimo. Nel 1990 ho lavorato
per un giornale. Nel 1988 sono cominciati i
moti, i disordini, le manifestazioni. Ho lavorato
per il giornale di Ben Bellah, il 1° presidente
della repubblica. Era un settimanale: HEBDOMADAIRE.
Non mi sono mai occupata di politica, neppure
al giornale. Il mio compito erano le relazioni
pubbliche, non scrivevo, mi occupavo della sanità,
facevo dei sondaggi. Dopo le elezioni questo
giornale ha chiuso. Allora sono passata ad una
rivista mensile. Mi occupavo della pubblicità
e del marketing. Chiusa anche questa rivista,
che aveva la sede dove era un altro giornale,
un quotidiano, ho lavorato per questo. Con questo
viaggiavo. Mi occupavo sempre della salute e
dei sondaggi. Era un giornale democratico che
si stava lanciando, ma io non ho mai voluto
appartenere ad un partito. Tutti questi giornali
hanno scelto un partito, ma tutti i partiti
facevano parte del partito unico. Erano tutti
nell’FLN (fronte di liberazione nazionale) ed
è quello che ha governato l’Algeria per 30 anni.
Non è facendo un partito che cambiano le
idee. Quando si fa un partito è per avere dei
soldi, per fare politica e della propaganda,
per la pubblicità, per campagne elettorali,
ecc. Ognuno poi tira l’acqua al suo mulino.
Secondo te la destra, la sinistra, il centro
forse che lavorano, esistono, per il popolo?
No, esistono per se stessi! Per la loro sopravvivenza,
per le loro ambizioni, che sono sempre più alte!
Il partito del FIS era un’altra cosa. E’
nato come gli altri nel 1990, vince l’elezioni
nel 1991. Cercano il potere a detrimento del
popolo. Perché c’era il FIS? Tutti volevano
il potere, ognuno aveva il suo modo di parlare,
ma il FIS ha puntato sui giovani. L’Algeria
ha una percentuale altissima di giovani! Il
75% della popolazione ha meno di 18 anni! E
il FIS ha usato la religione. Quando una famiglia
ha tanti figli, è chiaro che non può dare benessere
a tutti questi ragazzi e allora il FIS, che
ha visto il bisogno, la miseria, parlava con
i ragazzi, ragazzini e gli offriva per es. il
corrispondente di 1.000.000 lire se stava per
10 giorni davanti ad un giornale, ad osservare
quella persona a che ora entrava, a che ora
usciva, chi vedeva di solito, ecc. Tu capisci
che un ragazzo, non faticava, riceveva dei soldi,
senza sapere che quel suo lavoro era per uccidere
quella persona! E il primo aggancio con i giovani
era nella moschea, tutti i venerdì si va alla
moschea, il venerdì è sacro, e lì quelli del
FIS facevano politica, usando il Corano a modo
loro, istruendo quei a modo loro. Partendo dalla
religione è più facile abbindolare un ragazzo,
se poi ci aggiungi un po’ di soldi, che quello
non ha mai visto, la cosa è fatta! La tragedia,
per es. per me è che lavoravo nei giornali.
Non importa che non ero giornalista, per loro
appartieni ad un giornale e basta! Per es. sapevano
che alle nove in punto io entravo al giornale,
alle 5 uscivo, ero abituata ad andare dal panettiere,
dal macellaio, prima di rientrare a casa. Così
hanno ammazzato persone dal fruttivendolo, dal
panettiere, dove l’ucciso aveva l’abitudine
di andare. Se io compero la carne ogni due giorni,
loro lo sanno.
Per es. io esco dal lavoro, l’autista mi
lascia vicino a casa, ma la mia casa è nella
casbah e per arrivare a casa mia ci sono vicoletti
e scale dove la macchina non può andare. Allora
vado a piedi, percorro sempre la stessa strada,
io veramente non ci badavo a queste cose, non
ci pensavo proprio. Allora per es. uno mi segue,
poi arrivati all’angolo dice una parola che
a me non dice nulla, ma con la quale il suo
compagno che sta alla parte opposta capisce,
è una parola d’ordine, e l’altro si sposta,
e sale verso casa mia dove c’è un altro. Mi
si avvicina, sempre per es., fa come se gli
fosse caduto qualcosa per terra, tira fuori
una pistola e mi uccide e sparisce di corsa.
Ti prende completamente alla sprovvista, perché
da un ragazzino di 15 anni non ti viene neppure
in mente di allertarti, di difenderti! Un ragazzo
di 15 anni non l’acchiapperai mai, corre come
una lepre! Hanno sempre utilizzato questi ragazzi
giovani!
La tua storia? Era quasi notte, tornavo dal
giornale. Era un po’ tardi. In un giornale bisogna
andare alla stampa a controllare, ecc. non c’è
un orario. Io portavo sia i pantaloni che le
gonne. Non ho mai messo il foulard, mai! Non
lo volevo mettere lo hidjab, l’abito delle donne.
Tornavo a casa verso le 10 di sera. Non è mica
tardi? No? Come dicevo, vivo nella casbah e
la macchina con l’autista che mi accompagnava
non poteva salire su per le scale che portano
a casa mia. Nella casa dove abito, è nata mia
nonna, mia madre, io, è la nostra casa! Camminavo
normalmente. C’era qualcuno vicino a me, dietro
di me, giovane, molto giovane! Mi dice: "Adesso
torni a casa?" Gli ho risposto che era normale
per me. Mi ha risposto: "Solo le puttane tornano
a quest’ora!". Cosa potevo rispondere? Nulla!
Aveva le mani in tasca, aveva la pistola, girano
sempre armati! Portano giubbotti larghi per
nascondere le armi. Ha continuato ad insultarmi
con parolacce irripetibili. Ho continuato a
camminare per la mia strada, sempre più veloce.
Continuava a dirmi porcherie, io affrettavo
il passo. Arrivo al portone di casa. E' un antico
portone in legno, c’è un battente in ferro,
ho cominciato a battere forte e battere, e battere
perché tutti sentissero e lui è scappato. Questa
è stata la prima volta.
La seconda, io non avevo paura, cosa vuoi
che sia un ragazzetto che ti dice delle parolacce?
Non ho proprio pensato ad aver paura! La seconda
volta non era lo stesso ragazzo. Facevo la stessa
strada, per arrivare a casa dovevo per forza
passare in un vicolo buio e lì mi ha ripreso.
Continuavo a non aver paura. Portavo dei tacchi,
non alti, ma comunque dei tacchi. Mi ha bloccato
e ha cominciato a schiaffeggiarmi e a prendermi
a pugni sul viso. Colavo sangue dalla bocca,
dagli occhi, dal naso. Alla fine è scappato,
urlandomi parolacce che non riuscirei neppure
a ripetere.
Hai raccontato questi episodi al lavoro?
Sì. l’ho raccontati. Mi rispondevano: "Cosa
vuoi che facciamo?" Avevo lo chauffeur, ma non
poteva accompagnarmi più che sulla strada, nella
casbah dovevo andare da sola. In quei giorni
cominciavano già ad ammazzare i giornalisti.
Uno dei più bravi giornalisti algerini era stato
ammazzato da poco, davanti a casa sua. Era un
giornalista molto brillante, era anche un poeta,
aveva 43 anni. Una grande perdita per l’Algeria.
Era una pietra preziosa! Ha lasciato due bambini.
Lui è stato tra i primi. Gli hanno sparato una
pallottola esplosiva in testa. Sono pallottole
che quando esplodono nel corpo si spaccano a
raggiera e disintegrano tutto, così hanno fatto
con la sua testa. Gli hanno sparato alla nuca.
Pensa che in una famiglia c’erano due fratelli:
un terrorista e un poliziotto e il primo ha
ammazzato suo fratello dicendogli che lui era
nemico della società e quindi doveva morire.
Il poliziotto aveva 23 anni, il fratello assassino
era maggiore.
In un’altra famiglia c’era un poliziotto
che lavorava nei servizi segreti, unico figlio
di sua madre, è stato crivellato di colpi, si
è trascinato fino alla soglia della porta di
casa sua e come la madre ha aperto la porta,
è morto. Il padre era morto nella guerra di
liberazione dell’Algeria, capisci? E’ morto
perché l’Algeria fosse libera, libera!!! Lasciò
questa povera donna incinta e non vide nascere
questo figlio e ora questa povera donna si vede
il figlio, l’unico figlio, morto sulla soglia
di casa. E’ letteralmente impazzita!
Il giornalista che si occupava della pagina
d’arte nel giornale dove lavoravo, aveva molte
informazioni, e molti amici all’estero. Era
uno che non aveva paura!
Ne sono andati via tanti all’estero, tranne
quelli che sono morti, quelli che, come me non
avrebbero mai creduto che l’Algeria sarebbe
arrivata a questo punto. Quando sono venuta
al mio primo convegno sulla pace in Italia,
nonostante fosse già calda la situazione, sono
tornata, non mi è neppure venuta in mente l’idea
di non tornare a casa. Non conoscevo l’Italia
che ho conosciuto quest’anno, ma non mi è neppure
sfiorata l’idea di chiedere asilo politico!
Conoscevo un altro livello di italiani, professori
universitari italiani, americani, europei. Io
amo la cultura, mai avrei pensato di finire
in un centro di accoglienza come quello di Vitinia,
ma quel che mi è successo, è successo. Sicuramente
è stata un’esperienza, quella a Vitinia. Mi
sono resa conto che non ho mai conosciuto la
vita, lì l’ho vissuta, oltre che vista! Forse
la vita è quella, non quella che vivevo io!
E’ da lì che si comincia, poi si sale!
Tornando all’Algeria, mia figlia Ryhma un
giorno è quasi impazzita. Era a scuola, al liceo,
uno dei migliori di Algeri. E’ in un gran palazzo,
esattamente di fronte alla Direzione Generale
della Sicurezza Nazionale, con un grande cortile
centrale dove i ragazzi e le ragazze chiacchierano
e si ritrovano negli intervalli delle lezioni.
E’ aperto e attraverso un portone sempre aperto
si esce per strada. Il liceo è vicino alla casbah
e quindi chi vive alla casbah deve andare lì.
Due ragazzi dell’età di quegli studenti,
vestiti esattamente come tutti gli studenti
con giubbotto e jeans e zaino sulle spalle erano
tra i ragazzi, quando ad un tratto tirano fuori
la pistola e sparano a due ragazze, due amiche
di Ryhma. Una è caduta sul colpo, l’altra è
stata crivellata di colpi nella spina dorsale
e da allora è su di una sedia a rotelle. Ha
perso completamente l’uso delle gambe. Aveva
16 anni. In quel momento tutti i ragazzi scapparono
e come fai a capire chi è stato quello che ha
sparato? Era il panico!
Ryhma ha visto in faccia i due ragazzi che
hanno sparato, non li conosceva, ma li avrebbe
riconosciuti se li avesse rivisti. Così non
è più uscita di casa dopo quel giorno, continuava
a ripetere: "Ora tocca a me!". Non mangiava
più, non dormiva più, gli occhi spalancati!
Occhiaie fin qui! Se uscivo dal soggiorno e
andavo in cucina gridava: "Non mi lasciare sola!"
Ha cominciato a sentirsi soffocare, non riusciva
a respirare. E’ stato uno choque terribile!
Ho chiesto aiuto a mia sorella maggiore che
vive a Batna, lontano da Algeri, di prenderla
con sé. A Batna è una città militare. Non è
scevra da questi fatti, ma in quantità molto
minore. E’ una piccola città, non c’è la casbah
dove si rifugiano gli assassini saltando da
un tetto all’altro. Neppure i francesi durante
la guerra sono riusciti a prendere la casbah
ad Algeri.
Così ho portato mia figlia da lei, l’ho iscritta
al liceo là, spiegando ai professori lo stato
di Ryhma per quello che era successo. Sono stati
molto comprensivi. Staccarmi da lei è stato
duro, abbiamo vissuto sempre insieme!
Tornando, dopo poco tempo, il direttore del
mio giornale, una sera, sale in macchina con
il suo autista, escono verso le otto. Alle 10
telefona la moglie chiedendo di lui. Nulla.
Chiamiamo la polizia, che siccome pioveva dice
che andrà a cercarlo domani. L’indomani mattina
la figlia trova la testa di suo padre appesa
sullo stipite della porta della sua scuola.
La macchina è stata ritrovata in un bosco, incendiata,
non tanto lontano dalla sede del giornale, i
corpi spellati vivi e poi uccisi. Forse se la
polizia si fosse mossa subito, avrebbe potuto
salvarli!
Un’altra volta ero appena tornata da un convegno
sull’AIDS fuori Algeri. Un bellissimo convegno
internazionale di tre giorni, c’erano medici
di tutto il mondo. Erano le 10 di sera circa,
avevo un tailleur blu, la gonna era appena sopra
il ginocchio, uno piccolo spacco dietro. Due
ragazzi giovani erano dietro di me. Mi sono
fermata e li ho fatti passare. Due ragazzi molto
ben vestiti, puliti, ben pettinati, profumati.
Avevo la tessera da giornalista nel mio borsellino,
dopo una curva della strada, me li sono trovata
girati verso di me, uno guardava all’angolo
che non venisse nessuno, e l’altro ha aperto
due bottoni della sua giacca, ha tirato fuori
la pistola, me l’ha puntata a non più di 5 cm.
dal cuore, e mi ha chiesto: "Cos’è questo vestito?"
Gli ho risposto: "Cosa c’è che non va?". Io
ho sempre vestito così. Non aveva più di 22
anni. Mi dice: "Con questo vestito, dove lavori?".
Gli ho risposto: "Sono una dattilografa". Mi
ha risposto: "Cercherò nella tua borsa e troverò
qualcosa". Ho avuto la presenza di spirito di
aprire io per prima la borsa e mostrargliela,
senza che la tessera da giornalista potesse
vedersi, dato che era nel portafoglio. Troppi
amici abbiamo perso solo perché avevano la tessera
di giornalisti. Dio ha voluto che non ha toccato
nulla. Sono certa che Dio mi ha protetto, forse
perché ho fatto del bene agli altri.
Una volta ero a casa con mia figlia. Saltando
di terrazzo in terrazzo è arrivato giù ed ha
bussato alla mia porta un ragazzo, era un terrorista.
Sento una vicina urlare. Non so se dovevo essere
io la vittima. Dico a mia figlia di chiudersi
in camera e non muoversi e non fare alcun rumore.
Apro la porta. E’ entrato, aveva perso la pistola,
era un campione di lotta libera, un bellissimo
ragazzo. Dice che c’è la polizia che lo sta
cercando e per questo sta scappando. Se la polizia
fosse entrata in quel momento a casa mia, io,
che accoglievo un terrorista, sarei andata a
finire in carcere. L’ho curato, aveva una ferita
nel ginocchio e perdeva sangue, l’ho disinfettato,
gli ho fasciato stretta la ferita, gli ho preparato
un caffelatte caldo, l’ho fatto stendere sul
mio letto, l’ho tranquillizzato ed è rimasto
a casa fino alle 8 di mattina. Non abbiamo dormito
neppure un minuto. Non voleva uscire di casa,
mi ha chiesto di andare da sua madre perché
lo venisse a prendere. Gli ho detto: "No, quello
che ho fatto è proibito, rischio il carcere
per causa tua, ora basta". Allora mi ha detto
che i suoi amici erano nei dintorni e che io
non avrei rischiato più di tanto. Gli ho imposto
di uscire. Sono uscita prima io, perché la polizia
era ancora nei dintorni, ho guardato bene che
non ci fosse nessuno nella strada. Capisci,
io , dico io, lo stavo proteggendo, lui che
era un terrorista, ma non posso vedere uccidere
un ragazzo, neppure denunciarlo, chiunque esso
sia, che sia un militare o un terrorista, per
me è lo stesso, è un essere umano, è un algerino,
è un ragazzo, e non deve essere ucciso, è più
forte di me! Non è colpa sua se è diventato
un terrorista, è utilizzato, manipolato mentalmente
da altri, che sono i veri colpevoli!
Mi ha chiesto di andare in quella casa, di
avvisare che stava uscendo e che l’aspettassero.
Così ho fatto. Vedessi che miseria c’era in
quella casa! L’ho aiutato a camminare perché
non si reggeva in piedi da solo, così appoggiandosi
a me, camminava su di una sola gamba, gli ho
fatto scendere le scale, e appena la stradina
curvava, c’erano due giovani, l’hanno sollevato
di peso e portato in una casa, in un baleno!
Non avrei mai pensato che quella casa, vicina
alla mia, fosse un covo di terroristi! Non avrei
mai creduto, ma dentro di me dicevo, nonostante
le volte che mi hanno assalito, continuerò ad
aiutare chi ha bisogno, chiunque sia.
Non saranno certo queste persone che cambieranno
la mia vita, mi sono detta! Non sai quanti giovani
i militari hanno ucciso, tanti, tanti. Quando
i militari fanno le retate di giovani, tra loro
ci sono i terroristi, ma li ammazzano tutti
e non sai quanti ragazzi di meno di 17 anni
hanno ucciso! Incredibile!
Capisci che un ragazzo che vive nella miseria
è come se fosse già morto e quando qualcuno
gli offre del denaro per uccidere, lui pensa:
"Rischio la vita, ma comunque quella che vivo
non è vita, sono già morto, tanto vale rischiare!".
Un giovane pensa così e il FIS approfitta della
miseria.
Abbiamo saputo che in un villaggio hanno
massacrato l’intera popolazione a colpi d’ascia
e di coltello, dico tutti! Abbiamo saputo che
avevano deciso di attaccare la casbah. Abbiamo
passato periodi in cui si viveva nella paura,
non si dormiva la notte, non mi cambiavo neppure
la sera, mi stendevo sul letto vestita, con
gli occhi aperti e le scarpe ai piedi.
Una volta è toccato ad una famiglia che conoscevo.
Il marito aveva fatto la guerra, quella di liberazione
perché l’Algeria fosse libera, capisci? Libera!
La Francia l’aveva condannato a morte. Dio ha
voluto che si salvasse. Al mattino si ritrovava
con altri vecchi combattenti in un caffè a parlare,
a giocare a domino, passava così il tempo con
i vecchi amici. I vecchi combattenti hanno diritto
di avere un’arma. Ha due figli: uno di 33 anni
e uno di 20 anni e una figlia. Una mattina esce
con suo figlio che era sposato con un bambino
piccolo, la moglie lavorava e lasciava il bambino
al nido. Montano tutti e quattro in macchina:
il figlio è al volante, accanto c’è il padre,
dietro la nuora con il bambino. Arrivano due
terroristi vestiti da poliziotti, avevano due
kalanscikof . Il figlio chiude le portiere,
accende il motore, si avvicinano due terroristi,
uno si mette accanto al finestrino dove stava
il padre, l’altro davanti al parabrezza, sempre
dalla parte del padre. Aprono il fuoco contemporaneamente
sul padre, il figlio si è lanciato e si è steso
sul padre per proteggerlo, e, dato che il fuoco
non si fermava, anche lui è stato ferito gravemente
(è poi morto in ospedale). La moglie del figlio
dietro gridava e si è buttata con il bambino
sotto al sedile posteriore. I terroristi sono
venuti dietro e hanno continuato a far suonare
i kalanscikof, crivellando di colpi anche dietro,
ma la donna era talmente infossata che si è
salvata con il piccolino. Il figlio di 20 anni
che era a casa ha sentito i colpi, è uscito,
ha visto la scena, è rientrato a casa, ha preso
la pistola del padre, è riuscito, sparando all’impazzata
sui terroristi che si sono girati e hanno scaricato
una raffica su di lui. La madre esce di casa
e vede la strage. Il figlio di 20 anni si trascina
fino ai piedi della madre e muore tra le sue
braccia. I terroristi spariscono in un attimo!
Perché questa strage? Non c’è perché. Non
c’è una scelta della vittima, la vittima è chiunque,
i terroristi non seguono una logica. Perché
hanno ammazzato i miei amici? Perché volevano
uccidere me? Perché un vecchio combattente,
uno che rischiato la vita perché l’Algeria fosse
libera, sì LIBERA! Un anziano che va a giocare
a domino con i suoi amici? Non si riesce a credere
che tutto questo continui ad esistere in Algeria!
E il presidente dà l’amnistia a questa gente!
Non è giusto, non è giusto! E la cosa non è
cambiata per nulla., anzi il FIS dice che ha
vinto! L’ultima strage sono 18 persone sgozzate!
E’ avvenuto due settimane fa.
L’ultima volta che mi è toccato, è stato
quando sono tornata dalla visita a mia madre.
Erano le 8,30 di sera, c’erano due tipi dietro
di me. Sentivo i loro passi, ma, come diceva
Ryhma: "Mamma, tu non hai mai paura, un giorno
ti ammazzeranno perché non hai paura!". E’ vero,
non avevo paura. A chi dico che abito nella
casbah, mi risponde se sono matta! E’ un luogo
pericoloso! Ma quella è casa mia. Ho capito
che erano in due dietro di me perché mentre
scendevo le scale, sentivo i passi. Uno si è
avvicinato sempre di più finché ha messo il
suo braccio intorno al mio collo, mi ha bloccata,
nell’altra mano aveva un coltello ben affilato.
Mi sono dibattuta tenendogli la mano con il
coltello, finché sono caduta distesa a terra
e, mentre lui mi feriva con il coltello i glutei,
le gambe, l’altro da lontano gli urlava: "Ammazzala!".
Se erano tutti e due vicini ero morta sgozzata!
Quella volta m’è presa tanta paura! Non sentivo
neppure il male delle ferite, dalla paura che
avevo! Non riuscivo neppure a realizzare l’avvenuto.
Nessuno ha aperto una porta o una finestra.
Anche se gridi aiuto, nessuno apre porte o finestre,
perché se aprono, chi sta uccidendo, uccide
anche loro.
Mi tenevo stretta con le mani la ferita più
grossa nel gluteo e mi sono trascinata fino
a casa. Mi sono guardata e il sangue colava,
allora ho preso un asciugamano mi sono legata
e sono riuscita, sono andata da un medico mio
amico che abitava non lontano da me. Ho bussato
alla porta e bussato e bussato. Sapevo di essere
in un grande pericolo, ma ormai ero lì e continuavo
a bussare. Ha chiesto: "Chi è?". Ho risposto:
"Saliha", mi ha aperto, mi ha visto in quello
stato, mi ha fatto entrare al volo e mi ha detto:
"Sapevo che sarebbero venuti ad ammazzarti,
era venuto uno a farmi delle domande su di te".
Lui, tempo fa, me l’aveva detto, ma non ho voluto
credergli. Mi disse: "Saliha, fai attenzione,
fai molto attenzione a te!". Ma cosa potevo
fare? Là era il mio lavoro, lì era la mia casa,
cosa potevo fare?
Ma allora lui sa chi sono? Non è detto che
siano quelli, lui è un medico di famiglia, cura
tutti, curò anche mio nonno. Cosa vuoi che faccia
lui? Andare dalla polizia? Ci tiene alla sua
pelle! Una volta sono venuti da lui con un terrorista
ferito e gli hanno detto: "Tu lo devi curare
altrimenti ti ammazziamo" Lui ha curato il ragazzo,
ma c’è stata una spiata e la polizia l’ha preso
e l’ha portato in carcere. Gli hanno detto:
"Hai curato un terrorista?" e lui ha risposto:
"Io sono un medico e curo dei malati ai quali
non chiedo chi sono". Ha fatto parecchio carcere!
Insomma mi ha ricucito, non aveva neppure
il filo per la sutura, ma gli ho chiesto di
ricucirmi comunque e così ha fatto: 20 punti
in una sola ferita, oltre alle altre cinque.
Mi ha dato una cura antichoque e sono partita
per Batna, da mia sorella, dov’era mia figlia.
Ho raccontato quanto mi era successo solo a
mia sorella, ma non subito, solo quando mi sono
un po’ ripresa. Neppure ai miei colleghi del
giornale ho raccontato nulla, ho solo detto
che mi licenziavo, senza spiegazioni. Era prudente
così. A Ryhma non ho raccontato nulla, l’avrei
impaurita ancor più di quello che già era. Era
maggio del 1998. Ho passato l’estate a riprendermi.
Al rientro ad Algeri ho parlato con un caro
amico tedesco, un giornalista anziano di circa
70 anni, che mi ha detto: "Saliha, vattene,
non ho voglia di venire al tuo funerale, da
morta non servi a nessuno, hai una vita davanti,
hai una figlia, vattene da qui, la prossima
volta sarebbe l’ultima, ti sgozzeranno!". Mi
ha aiutato tanto. Lui porta la pistola e vive
nel quartiere delle ambasciate essendo straniero,
e quel quartiere è più protetto. Sono venuti
una volta per ammazzarlo, ma per fortuna aveva
la pistola e sono scappati.
Così ho lasciato la casbah e ho deciso di
partire. Ho recuperato il mio passaporto che
avevo lasciato ad un amico, perché i terroristi
entrano nelle case e prendono tutti i documenti
che trovano e io ero nel mirino ormai!
Arrivata in Italia ho cercato un’amica che
avevo conosciuto durante un convegno. Sono stata
da lei una settimana, ma la casa era piccola
e lei viveva sola con due bambini. Mi ha detto
di andare subito in questura e chiedere l’asilo
politico. Così ho fatto. A gesti mi sono spiegata
perché nessuno conosceva il francese. Mi hanno
detto che mi spettava un letto e del cibo in
un centro di accoglienza del Comune di Roma.
Così sono andata a finire a Vitinia. Ero totalmente
persa. Ero come uscita da me stessa. Non avevo
più le capacità morali, è come uno che perde
la memoria, che non ricorda più tutta la sua
esistenza. Vivi come un’incosciente. Ero entrata
in un corridoio buio che non sapevo dove mi
avrebbe portato, ma cammini e cammini non si
sa verso quale meta. Ero un robot. Ti restano
solo i gesti, prendi questo, posi quell’altro,
ma sei completamente incosciente.
Vitinia, un mondo totalmente nuovo per me,
non sapevo che esistessero queste realtà. E’
stato come un tuffo in mare, calando sempre
più giù nella profondità, senza saper nuotare,
nel totale silenzio, nell’assenza di tutto,
fuori da tutto. Non ero solo caduta, ma completamente
perduta! Tocchi il fondo e lì rimani. Ero in
mezzo a persone con cui non potevo comunicare
a causa delle diverse lingue, delle diverse
culture. Comunicavamo solo a gesti. C’era una
famiglia di algerini ed ero terrorizzata di
vederli, non scambiavo nessuna parola, avevo
paura, non ho raccontato a nessuno e tanto meno
a loro, quel che mi era successo. Non mi fidavo
di nessuno, tanto più se erano algerini! Ero
tagliata fuori dal mondo, non una radio lì,
una TV, niente: mangiare e dormire era assicurato,
ma nulla più. Ero una mummia, comunicavo solo
con gli occhi.
Il rapporto con la polizia non è stato terribile,
ma senza mediatori, quindi non riuscivi a farti
capire da loro. Per esempio ho avuto problemi
per il nome: togliendo una lettera dal mio nome,
mi hanno scritto un nome maschile e non il mio
femminile. Ho provato a mostrargli come si scriveva
il mio nome, ma non mi davano retta! Non capivano.
Dovevi essere lì al mattino prestissimo perché
la fila era lunghissima e ad una certa ora si
chiude e devi tornare il giorno dopo. La cosa
che mi ha impressionato di più è stato quando
mi hanno preso le impronte come si fa con i
criminali. Ti prendono la mano te la schiacciano
dito per dito su di un foglio, dopo avertela
impiastrata d’inchiostro. E’ stato terribile!
Dopo circa un mese un attacco d’appendicite
acuta, portata di corsa in ambulanza e operata
al volo, di notte.
Chi dirigeva il centro d’accoglienza è stato
veramente terribile! Pensa che quando mi hanno
operato, l’ho fatto avvisare, chiedendogli se
poteva mandarmi la mia valigetta, dove avevo
tutti i miei cambi di biancheria. Sono stata
in ospedale una settimana, nessuno è venuto
a vedere se ero viva o morta, avevo la stessa
biancheria con cui sono entrata, perché nessuno
mi ha portato nulla. Quando sono uscita, hanno
chiamato il centro di accoglienza per chiedere
che qualcuno venisse a prendermi, non potevo
prendere un autobus e la metropolitana con tutti
i punti che avevo. Hanno risposto che non avevano
macchina, allora il dottore ha chiamato un taxi
e quando sono arrivata a Vitinia non volevano
neppure pagarlo!
Quando ho ricominciato a camminare, l’obiettore
di coscienza a cui era affidato il centro, mi
ha chiamato e mi ha detto, con Porta Portese
in mano, che se volevo potevo andare a fare
un colloquio per un lavoro: servire come domestica
in una casa. Gli ho risposto che non ero venuta
in Italia per fare la domestica. A nessuna di
noi ha mai proposto una scuola d’italiano che
era l’unica cosa che desideravo, l’unica cosa
necessaria per vivere in un nuovo paese, perché
la cosa più importante è comunicare. Non posso
lavorare con qualcuno che può dirmi qualsiasi
cosa, senza capire cosa mi sta dicendo! Oltre
tutto, questo obiettore che procurava il lavoro
attraverso un giornale, non conosceva noi, non
conosceva la famiglia dove ci mandava, poteva
avvenire di tutto: che noi rubassimo, che noi
uccidessimo, che qualcuno ci usasse violenza!
L’ho trovata una cosa veramente assurda!
Solo a gennaio, dopo quattro mesi che ero
qui in Italia, ho saputo che esisteva il Centro
Astalli e ci sono andata subito. In questura
non avevano il tempo di dare delle informazioni!
Lì hanno solo il tempo di gridare e maltrattare
la gente! Loro hanno l’idea che urlando e maltrattando
acquistano potere sulla gente, il loro piccolo
potere! Ti trattano da ignorante, solo perché
non sai l’italiano. Neppure l’obiettore di Vitinia,
mi avevano detto nulla, l’ho saputo attraverso
quegli algerini che vivevano lì.
E’ stata per me una rivelazione! Gente che
ti accoglie, che capisce in che situazione ti
trovi, senza chiederti nulla, ti accoglie e
basta. Lì ho cominciato a risalire dal fondo
del mare dove ero stata fino ad allora in apnea.
Ho cominciato a vedere delle persone, ho cominciato
ad uscire dal tunnel, ma ero debolissima, avevo
perso ogni forza di volontà, di reazione e lì
invece, mi hanno dato la forza per riprendermi.
Ho trovato persone con cui potevo comunicare
perché parlavano francese, altre che senza parlare
la mia lingua sono state tanto, tanto carine
con me. Non potrò mai dimenticare! Lo staff
del Centro Astalli è veramente eccezionale!
Suor Maria Luisa era stupendamente umana!
La prima cosa mi sono iscritta a scuola e
lì ho conosciuto un’amica, una vera amica, che
era, ed è, l’altra metà di me stessa. Mi ha
tanto aiutato. Con lei finalmente mi sono aperta
e per la prima volta ho potuto parlare di me
stessa, della mia storia, delle mie sensazioni.
Insomma ho ricominciato piano, piano a vivere.
E’ stata fondamentale, è stata la persona che
mi ha dato la possibilità di fidarmi di qualcuno,
oltre ad aiutarmi in mille modi.
Non andavo alla mensa, anche se era un’ottima
mensa, perché vedevo persone veramente disperate
nella fila in via degli Astalli, gente che dormiva
per strada, donne con bambini. Allora pensavo:
io ho un letto al coperto, mi danno tutto il
necessario di cui ho bisogno per mangiare, non
prenderò certo il posto di chi ha più bisogno
di me! Così era anche a Vitinia. C’era una sola
cucina, una piccola cucina, e si facevano i
turni per cucinare. Eravamo in 16 persone. C’era
una famiglia di curdi turchi con 5 bambini,
due anziani: i nonni, e i due genitori, poi
c’era la famiglia degli algerini con 3 bambini.
Ti pare che io cucino per me sola, quando vedi
tutti questi bambini che aspettano da mangiare?
No! Quando tutti avevano finito, se non era
troppo tardi, allora mi cucinavo qualcosa, altrimenti
un pezzo di pane e formaggio a me bastava!
La mia cultura era talmente diversa rispetto
alle altre 4 donne con cui dormivo, nello stesso
camerone, con unici mobili per ciascuna: il
letto e il comodino. Le guardavo e vedevo un
mondo a me sconosciuto fino ad allora. Non riuscivo
a capacitarmene! C’erano alcune di esse che
il sabato mattina si svegliavano alle 5/6 per
andare in una parrocchia di Roma, lontanissima,
per prendere un pacco di viveri e tornavano.
Pensa che lì avevi tutto quello che potevi desiderare,
in abbondanza: carne, pesce, uova, pasta, verdura,
pelati, pane, formaggi, tutto e tanto! L’unica
spiegazione che sono riuscita a darmi dell’atteggiamento
di quelle donne di 58, 60 anni, che accumulavano
sotto il loro letto montagne di cibo, era che
la loro vita precedente era fatta di fame, anni,
decenni di fame!
Dopo due mesi: la seconda operazione. Mi
hanno asportato un’ovaia e una grossa ciste.
La mia amica mi diceva che il corpo stava ributtando
fuori tutto quello che aveva introitato negli
ultimi 5 anni di paura e di violenza, vissuta
e vista ad Algeri. E’ vero che io, quando ero
a casa, continuavo a ripetere: "Io non ho paura",
ma questa era la facciata che io dovevo mantenere
per mia figlia, per farle coraggio. Dentro di
me vivevo nel terrore di essere ammazzata e
ancor oggi non mi è passato.
Ricordo che, con questa mia amica italiana,
una sera siamo andate ad un concerto alla Casa
dei Diritti Sociali, vicino alla stazione Termini.
Tornando, era tardi, abbiamo camminato fino
a via Nazionale per prendere un autobus e una
macchina si fermava ogni tanto vicino a noi,
uno scendeva per provare a telefonare da una
cabina e poi rimontava e si fermavano di nuovo
alla prossima cabina. Bene, alla prima volta
ed anche alle successive, io facevo un salto
nascondendomi, dietro alla mia amica. Poi le
spiegai che così facevano ad Algeri per uccidere
le persone: una macchina rallentava, uno scendeva,
sparava, rimontava in macchina e ripartivano.
Dopo l’operazione non potevo tornare a Vitinia,
la ferita da disinfettare tutti i giorni, iniezioni
quotidiane, la debolezza che non mi permetteva
di stare in piedi. La mia amica mi ha ospitato
per una settimana, dopo, il Centro Astalli mi
ha trovato una stanza da una signora e anche
lì ho ripreso un pezzetto di vita normale: una
camera da letto tutta mia. Ho poi cambiato e
ora mi trovo proprio bene.
Dopo circa otto mesi che ero arrivata, ho
avuto il colloquio per l’asilo politico. C’erano
tre persone: una della questura, uno del ministero
dell’interno e un altro. Mi facevano le domande
sulla mia storia, che io avevo già scritto e
consegnato circa 5 mesi prima, ma non l’avevano
neppure letta. Così ho raccontato tutto. Le
domande erano del tipo: "Perché non si è allontanata
da Algeri? Perché ha lasciato sua figlia sola
a Batna, non avevate un buon rapporto? Sulla
sua tessera di giornalista, c’è scritto che
la polizia vi proteggeva, come mai allora è
venuta in Italia?" Ho risposto come potevo,
rendendomi conto che mi stavano prendendo per
una che s’inventava una storia! Dissi loro che
troppi giornalisti con la mia stessa tessera
avevo visto uccidere davanti ai miei occhi!
Parlando della pericolosità della casbah dove
vivevo, uno mi disse che conosceva la casbah
di Tunisi. Gli ho risposto che non stavamo parlando
di architettura, ma di guerra. Quando gli dissi
che la scuola di mia figlia dove hanno ammazzato
e storpiato due ragazze era davanti al Distretto
Generale per la Sicurezza Nazionale, mi hanno
risposto che anche qui, davanti ai commissariati
rubano le macchine. Gli ho risposto che, non
so per lui, ma per me c’è una certa differenza
tra una macchina e delle persone morte! E’ stato
quel giorno una tortura insopportabile! Erano
persone che non avevano neppure letto sui loro
giornali quello che sta succedendo in Algeria!
Pensavo che prima di fare simili colloqui, con
persone a dire poco traumatizzate, avrebbero
dovuto essere al corrente di quel che succede
nel paese dei loro interlocutori! E io sono
una di un certo livello culturale, ho saputo
difendermi! Mentre ero lì, pensavo a quante
persone, donne specialmente, non avrebbero saputo
difendersi, e magari sarebbe stato loro negato
l’asilo politico, ributtandole in un ulteriore
frustrazione, oltre che in un mare di guai!
Ho poi seguito, grazie al CIR un corso di
"mediatori culturali", quelli che, quando sono
arrivata, mancavano in questura! E’ durato tre
mesi e poi altri tre mesi. E’ stato molto interessante,
era incluso anche un corso d’italiano, ed è
un lavoro molto bello: aiutare gli stranieri
appena arrivati sia in questura che in ospedale.
Abbiamo fatto tirocinio in entrambe i luoghi,
ma io preferisco l’ospedale, mi sono sempre
occupata di sanità! Sono contenta e ora lavoro
insieme a delle belle persone, due mattine a
settimana all’ospedale S. Gallicano, come mediatrice.
Spero di poter lavorare di più in questo campo.
Intanto voglio perfezionare la lingua, voglio
sapere un italiano perfetto, voglio conoscere
l’Italia, la sua storia, la sua geografia, la
sua politica, l’economia, la finanza. Ora è
questo il mio paese!
Intervista
di Misa Chiavari |
FEDE
E RELIGIONE: RIVALI O COMPLICI?
Sintesi di due incontri a
S.Paolo...
Queste sintesi non sono state rese
in senso discorsivo perché, paragrafo dopo paragrafo, rappresentano
altrettante fonti di approfondimento e discussione. Buona
lettura, quindi, e buone...inquietudini!
15 NOVEMBRE 2003
Antonella
spiega un gioco a squadre: ognuno è invitato a inserirsi
nella squadra dei favorevoli alla Chiesa, nella seconda
i contrari. Chi vorrà esprimere la propria opinione o fare
domande dovrà avere la palla in mano e rilanciarla poi alla
persona che risponderà e continuerà il gioco.
Inizia Iacopo, chiarendo la sua posizione nei confronti
della Chiesa, che nel corso dei secoli ha strumentalizzato
le Scritture. Marco ritiene che l’unico modo per evitare
confusioni è distinguere ciò che fanno le Chiese di ogni
religione da una corretta interpretazione delle Sacre Scritture.
“ Non esiste società senza religione che abbia il compito
di sottomettere e tenere a bada i poveri.” Alice ritiene
che la religione crei false speranze nei poveri, mentre
bisogna godersi la vita. “ Non si rischia così di esaltare
la vita dopo la morte?”, si chiede Giulia.
“ Mi sono collocata tra i contrari, dice Elisa, perché
ho più dubbi che certezze. D’altra parte i miei non mi hanno
battezzato perché volevano che scegliessi da grande.”
“ Anche chi non crede, si chiede Iacopo, può talvolta
rifugiarsi in Lui?”
Valerio rivendica l’importanza del messaggio evangelico,
nonostante le corruzioni del passato e del presente della
Chiesa. Sollecitato da Valerio sul senso del battesimo,
Giovanni risponde. “ Se non c’è scintilla di vita, non è
fede, è rifugio. La fede è legata alla ribellione. La morte
di M.L.King mi scosse: questi non vogliono né la rivoluzione
rossa, né verde, né quella non violenta. Da allora ho capito
la differenza tra religione e fede: la fede è impegnare
la propria vita, la religione è accucciarsi.
Antonella chiede se l’esperienza religiosa è legata alla
vita quotidiana.
Emanuele risponde che lui può sempre avere conforto in
Dio, e si chiede come gli altri possano farne a meno.
Elisa racconta che nei momenti tristi si ritrova a sperare
che ci sia Qualcuno che la possa aiutare. Poi ragiona e
pensa che i problemi deve provare a risolverli da sola.
I dubbiosi rimangono nella convinzione che bisogna continuare
la ricerca della fede.
Giovanni ribadisce: ” Non riesco a confondere la religione
e la fede. Bisogna chiedere perdono per tutte quelle volte
che continuiamo confondere i due livelli. Credere significa essere disposti a rimetterci. La religione
sottolinea sempre il mio e il nostro, mentre la fede dovrebbe
piangere su tutti.
Un’altra questione è stata posta da Francesco: è giusto
che ci siano i crocifissi nei luoghi pubblici?
Iacopo risponde che non sa bene, ma comunque è stato
colpito dal perbenismo dilagante.
Giovanni, ironicamente, ritiene che il crocifisso sia
una lezione. Gli ebrei se lo devono sempre ricordare che
hanno ucciso Gesù. Magari si convertono. Il crocifisso rappresenta
la sofferenza umana trasformata in eroismo. I musulmani
vanno messi sotto. Il crocifisso è l’emblema della civiltà
cristiana.
Mentre Giulia un po’ provocatoriamente si chiede se lo
stato non dovrebbe essere laico, Gabriele sostiene che è
giusto che il crocifisso rimanga, perché rispecchia la nostra
cultura.
10 GENNAIO 2004
Ancora gioco di squadra: i favorevoli e i contrari alla
fede.
Giovanni (Franzoni, ndW), provocato dalla domanda di
Francesco ( fede e religione sono la stessa cosa ?), risponde
che la religione è un insieme di riti, credenze popolari;
appartiene alla cultura di un popolo. La fede nasce da una
scelta, un coinvolgimento della persona, che presa da un
evento, lo segue. La fede può tirarti fuori da un ambiente
sociale. Così probabilmente alcune persone seguirono Gesù.
Quindi fede e religione sono cose diverse.
Marco interpreta la fede come fiducia in qualcuno, in
qualcuno che ami: questo significa forse amare Dio. La fede-
sostiene Francesco- è qualcosa che migliora il rapporto
fra gli uomini. E’ un mezzo. Alice e Tiberia vivono la fede
come qualcosa di interiore, a prescindere da quello che
ti dicono gli altri. Per Valerio la fede è un amore molto
sentito, che non riusciamo a capire a livello razionale.
Claudia ritorna al concetto di fede come dono. Dovrebbero
dunque averlo tutti. Come mai non è così?
“ Noi tutti riceviamo doni- dice Paola- che poi ciascuno
di noi gestisce come crede.”
“ Il dono - dice Giovanni- deve essere gratuito. Dio
è un grande donatore, ma non vuole niente in cambio. E’
un donatore a perdere. Se doni potresti arricchirti, ma
ad una condizione, che non assoggetti l’altro. La fede è un evento, non è un contratto. Non è obbligatorio
aver fede 24 ore su 24, 365 giorni su 365. Fede è scendere
dalla barca e avviarsi su un terreno incerto. Se scendi dalla barca e cammini nell’acqua, corri il rischio
di affondare. Gesù invita a correre questo rischio.
Dea introduce brevemente il contenuto del libro di Filippo
Gentiloni "Abramo contro Ulisse", impostato sul confronto
tra il viaggio di Abramo e quello di Ulisse. Il viaggio
di Ulisse è il viaggio di ritorno verso la sua casa, quello
di Abramo è un viaggio verso un luogo che poi Dio gli dirà.
Abramo rischia, va verso l’ignoto. E’ un folle, dunque?
Perché è considerato il padre della fede?
Per i personaggi di De Andrè è completamente folle piangere.
“Fu qualche lacrima sul viso a dargli il Paradiso.” E’ un
incidente di percorso. Come per Abramo.
Ma la fede ha a che fare con la ragione o con l’irrazionalità?
Si chiede Tiberia. Alice risponde che la spinta per la fede
la dà l’irrazionalità, poi c’è sempre la ragione.
Senza la ragione la fede può diventare distruttiva. E’
giusto morire per fede?
Secondo Valerio, non è giusto. Chi ha delle idee le può
diffondere solo se continua a vivere. Aggiunge poi, rispondendo
a una domanda di Mirko (Quanto incide la fede il carattere
di una persona?), che la persona che ha fede ha una particolare
sensibilità.
Secondo Claudia, la fede è guidata dal sentimento, se
no ci si perde nei vari sistemi filosofici.
Per Francesco la fede va intesa come uno scambio di fiducia
reciproco: Dio si fida degli uomini e gli uomini si fidano
di Lui.
“ Irrazionalità della fede- interviene Dea- non nel senso
di contrapposizione alla ragione, ma nel senso che vivi
un’esperienza e ti lasci portar fuori strada, perché ti
lasci sopraffare da un sentimento. Mentre non mi convince
il fatto di dover credere ad alcune cose per fede. Cosa
cambia nella mia vita se io credo o no alla Trinità?
Fede non è dare risposte a qualcosa che non si riesce
a capire con la ragione. Fede è mettersi in un cammino,
è saper rischiare. Fede si sposa con le incertezze, con
i dubbi, con gli inciampi.
Riprende la parola Giovanni:” Noi ci muoviamo normalmente
su un terreno verificabile. Non vogliamo legittimare la
stronzata quando parliamo del grano di follia. Gesù non
voleva morire ( mentre la Chiesa tende a dire che doveva
morire). E’ molto importante stare attenti a non blindarsi,
a non corazzarsi. Lasciare la finestra aperta all’evento.”
Dea pone ai ragazzi una domanda:” Perché Gesù predilige
i poveri, gli emarginati? Perché erano più creduloni?”
Chi sta bene- risponde Marco- ha più certezze. Solo i
poveri possono volere un futuro diverso dal presente.
Siccome la gente pensava - continua Giovanni- che i poveri
fossero maledetti, Gesù al contrario dice che i poveri sono
benedetti. Fra i poveri ha trovato generalmente maggiore
accettazione, non avevano nulla da perdere. Certo, pensiamo
ai poveri che vogliono costruire un futuro diverso. Ci sono
pure i poveri che si accucciano.
Interventi raccolti e sintetizzati da Mariella
Colosimo
DIETRO IL VELO DELL'ISLAM: VERITA' E
MISTIFICAZIONI
di Alice Corte
Ho pensato questo incontro dopo che una mia curiosità è
nata da alcuni fatti di cronaca. Infatti dall’11 Settembre
in poi l’Islam è stato sempre più citato: bastava accendere
il televisore per ascoltare trasmissioni che parlavano di
kamikaze musulmani e anche alcuni aspetti di società considerate
"musulmane" venivano enfatizzati, l’uso del velo o addirittura
del burqa da parte delle donne, la rigidità dei vari regimi
"islamici" e l’applicazione di leggi ingiuste. A quel punto, ritenendo che
forse alcune di quelle notizie fossero parziali, ho pensato
di approfondire l’argomento con degli "esperti", degli amici
di famiglia musulmani. Alcune domande, che ho posto loro
per preparare l’incontro, mi hanno chiarito molti aspetti
riguardanti una religione che niente ha a che fare con i
morti delle torri gemelle o il terrorismo.
Proprio perché sembrano argomenti
molto quotati da giornali, telegiornali e radio, ho pensato
di parlare di Jihad, del ruolo della donna all’interno della
società e riservare uno spazio alle domande.
Riguardo il Jihad si può dire che la prima precisazione
che ci è stata fatta riguarda la sua traduzione: Jihad vuol
dire "sforzo" e non certo come ci hanno detto in molti,
"guerra santa", nell’Islam infatti la guerra non è mai "santa"
e si può dichiarare solo per legittima difesa e dopo aver
escluso tutte le altre possibilità.
Jihad, insomma, è semplicemente un modo per diffondere
la verità e sforzarsi di fare la cosa giusta. Anche parlare
di Islam di fronte a molte persone è Jihad, come Jihad è
il mese di digiuno da compiere ogni anno.
Spesso persone ignoranti hanno invece additato i musulmani
per la condizione della donna, sottolineando il fatto che
le donne "siano costrette a portare il velo" e che i musulmani
siano poligami. Questo ha portato alcuni politici a proporre
di non far entrare in Italia che immigrati cristiani. Quelle
affermazioni però sono slegate dal contesto storico e geografico
di una religione che comprende tante popolazioni come l’Islam:
sul Corano non c’è nulla che riguardi esplicitamente l’uso
del velo, si parla semplicemente di vestirsi in modo da
non attirare l’attenzione e per gli uomini è prescritto
di abbassare lo sguardo di fronte alla donna; per quanto
riguarda invece il fatto che ogni uomo possa avere quattro
mogli, bisogna ricordare la situazione dell’Arabia di Mohammad,
un luogo nel quale nascere femmina era una disgrazia e si
veniva trattate come oggetti e ogni uomo poteva avere quante
donne voleva, si è quindi provveduto ad una "legislazione"
del matrimonio, che nell’Islam è un "contratto legale".
Altri aspetti interessanti riguardano la Sharia, la cosiddetta
"legge islamica". Sharia in realtà vuol dire semplicemente
"legge", quindi quell’insieme di norme che ogni Stato decide
indipendentemente dal Corano. Sul testo sacro per i musulmani
vi sono infatti molte prescrizioni che riguardano punizioni
per ladri, adulteri…ma queste sono applicabili in determinate
condizioni, sul Corano è scritto di dare a tutti quello
di cui si ha bisogno, a quel punto se un uomo diventa ladro,
si può considerare a tutti gli effetti un malfattore.
Per quanto concerne invece le punizioni corporali, esse
sono pensate per non essere devastanti, ma per far semplicemente
riflettere chi ha compiuto un misfatto e sono regolate da
severe norme quasi mai rispettate da chi le applica.
Insomma, per parlare di Islam non
bastano due ore o tantomeno poche righe, ma bisogna pensare
che comunque molto spesso quello che ci dicono i media non
è vero, in parte o del tutto. Informarsi è quindi fondamentale
e aiuta a formarsi una coscienza propria. La cosa che comunque
mi è subito saltata agli occhi è che nel mondo islamico
come in quello cristiano, le interpretazioni dei potenti
sono quasi sempre fuorvianti e tese all’interesse personale,
per questo generalizzare è sempre stupido.
INCONTRO CON DON
VITALIANO DELLA SALA
Il testo integrale (del 1-3-2003) è scaricabile
in formato Word.zip con un clic su questo pulsante
Le domande delle/i ragazze/i presenti sono state sintetizzate
nei titoli dati alle varie parti dell'intervento.
INTRODUZIONE
di Francesco Napoli
Don Vitaliano l’ho conosciuto al convegno di Formia dello
scorso Novembre sul tema: “Oltre i confini di ogni fondamentalismo”.
Lui è intervenuto durante la tavola rotonda a cui io ho
partecipato.
Sentendolo parlare mi è subito sembrato un prete un po’
particolare, che diceva la sua opinione tranquillamente,
senza aver paura di esporsi, dicendo cose che potevano mettere
a repentaglio la sua carriera di ministro nella chiesa.
Dopo l’incontro di Formia, poiché questo prete mi aveva
incuriosito, ho seguitato a cercare notizie su di lui attraverso
i giornali e il suo sito Internet. Ho trovato informazioni
interessanti tra cui molte sue lettere contro tante ingiustizie.
Ho anche seguito la vicenda del suo allontanamento dalla
parrocchia di Sant’Angelo a Scala e gli ho scritto una lettera
di solidarietà, anche se lui non mi conosceva.
Così ho pensato di invitarlo a S. Paolo per confrontarci
con lui su diversi temi, che sono importanti nella vita
di tutti i giorni, quella nostra e quella degli altri.
Tanti sono gli argomenti che mi piacerebbe affrontare,
ma poiché abbiamo poco tempo preferirei che parlassimo soprattutto
della sua scelta di fede, del suo impegno sociale e politico
e delle sue esperienze di vita.
Ho conosciuto tante persone nella mia vita che mi hanno
insegnato molto sul percorso della fede, i miei amici e
una ragazza in particolare, mia zia Piera, che è suora,
e molti suoi amici preti, che mi hanno aiutato nella preparazione
del battesimo, che ho fatto a 13 anni, e della cresima.
Da quando ero piccolo frequento la comunità di S. Paolo
e gli scout. A tutte queste persone sono molto affezionato
e riconoscente, ma ora ho molti più dubbi di prima, perché
ho visto tanti modi diversi di credere, anche se tutti hanno
la stessa fede in Gesù Cristo.
Tanto per aumentare la confusione vorrei sentire anche
l’esperienza di fede di Don Vitaliano (l’esperienza non
le filosofie) in modo da confrontarla con le altre esperienze,
quella mia e quelle degli altri che ho conosciuto.
Per quanto riguarda l’impegno politico e sociale vorrei
capire quale è stata l’idea, che ha spinto Don Vitaliano
ad affiancare il movimento no-global, mettendosi in contrasto
con la gerarchia ecclesiastica. L’opinione di tante persone
è che un prete dovrebbe solo pensare a dir messa e non a
fare politica. Su questo io non sono d’accordo e vorrei
sapere cosa ne pensa Don Vitaliano.
Mi interesserebbe anche sapere da Don Vitaliano come
vive la molteplicità delle sue esperienze come prete, come
no-global, come uomo e come persona ormai famosa, e come
ha vissuto i provvedimenti che la gerarchia ecclesiastica
ha preso contro di lui...
LA PAROLA A VITALIANO…
(...)
Una delle pagine del Vangelo che da ragazzo mi colpiva di
più era quella sulla parabola del lievito, che viene buttato
nella farina e insieme alla farina fa massa, si scioglie
in essa e contemporaneamente la fa crescere. Pensavo, e
penso ancora, che sia uno dei modi per fare il cristiano,
per essere cristiano. E quando sono stato ordinato prete,
il mio abate di allora (io dipendo da un abate benedettino,
perché la mia diocesi è sotto la giurisdizione di un’abbazia)
mi disse: “consumati per gli altri!”
Non so se si rendesse conto di quello che diceva o se
lo diceva tanto per dire, ma io l’ho preso in parola! I
miei problemi, come quelli di Giovanni (Franzoni
– ndr) o quelli dei personaggi che abbiamo citato prima
(cfr: “PENSIERI
RIBELLI”- ndr) o di tante persone meno conosciute,
vengono fuori quando tu cominci a “consumarti per gli altri”,
quando cominci a diventare “lievito” che si scioglie nella
farina. Ma queste cose erano diventate talmente mie, erano
entrate così tanto nella mia vita, che ho continuato ad
andare avanti, pensando di non avere mai fatto niente di
male.
Questo brano del lievito mi è servito anche a rapportarmi
con il movimento “no global”. Secondo me ci sono due modi,
a mio giudizio entrambi positivi, per un cristiano o un
prete per stare in rapporto con il movimento no global.
Uno è il modo scelto da tantissime associazioni e gruppi
di cattolici, che è quello di affiancare il movimento, di
entrare nel movimento badando bene ai confini. “Pax Christi”
o “Lilliput”, ci entrano come tali, portando il loro contributo
all’interno del movimento e “lasciandosi contaminare” da
esso. C’è uno scambio di esperienze.
Io, come anche altri preti, ho pensato che fosse giusto
anche lì starci come lievito nella pasta, essendo un tutt’uno
col movimento. Ovviamente conservando le mie diversità:
io sono un prete, un cristiano. E sto nel movimento da prete
e da cristiano, però riducendo al minimo questa distanza
tra cosa sono io e cosa sono gli altri, cercando per quanto
possibile di far coincidere le strade e le esperienze, soprattutto
con quella parte del movimento che sono i “disobbedienti”,
vicini ai centri sociali. E’ interessante sperimentare nuovi
modi per stare all’interno delle realtà che ci troviamo
ad incontrare. Nella mia formazione, da studente, da ragazzo,
guardavo, per esempio, all’esperienza di questa comunità:
per me è un’emozione stare qui oggi! Non ve lo immaginate
nemmeno, perché quando questa comunità ha cominciato ad
esistere, io stavo in seminario e sentivo, e leggevo, e
mi incuriosivo per quello che succedeva qui, senza avere
pregiudizi verso le realtà e le persone che fanno esperienze
nuove. Anzi: cercando di capire che un’esperienza nuova
è sempre positiva, anche quando può finire subito, o quando
ci si accorge degli errori e si deve tornare indietro. Non
bisogna avere pregiudizi o paure che ci spingano a dire
“si è fatto sempre così” o “i preti dovrebbero dire la messa”.(...)
(...)Ascoltare quello che di positivo c’era, e c’è, in ogni
esperienza e trarne delle conclusioni: questa fu la bellezza
del Concilio Vaticano secondo e questa, per me, è la bellezza
del movimento dei movimenti (no global, new global o come
lo vogliamo chiamare). La bellezza è che nessuno dice “bisogna
avere questa ideologia”, “bisogna essere così”, “bisogna
vestirsi in questo modo”, “bisogna pensarla in questo modo”.
Invece quelli che provengono da un credo religioso o politico
diverso, quelli che hanno ideologie diverse o non ne hanno
affatto, si ritrovano insieme e si pongono degli obiettivi
comuni. Non guardiamo a quello che ci differenzia (i modi
di pensare, i modi di vivere, la cultura), ma all’obiettivo.
Anzi, le differenze ci arricchiscono, perché se mettiamo
insieme le nostre differenze ognuno di noi avrà le idee
degli altri oltre le sue.
Qualcuno mi ha sempre ripetuto un proverbio secondo il
quale “se scambiamo idee, ognuno rimarrà con un’idea in
più”. Se io e te ci scambiamo le idee, io avrò le mie, ma
avrò anche le tue. E viceversa. Altrimenti ognuno rimane
con le proprie idee e non si cresce, non si migliora. (...)
IN NOME DI DIO?
Se
ognuno fa un dio a sua misura, verrebbe da pensare che sarebbe
meglio un mondo senza Dio o che Dio non esiste.
In realtà Dio “si tira fuori”.
All’inizio del campionato, la squadra della mia parrocchia,
che sta in seconda categoria, voleva la benedizione. Io
ho detto “no, perché se io benedico voi e il prete del paese
vicino benedice la sua squadra, poi, come si fa? Dio da
che parte starebbe, dalla parte vostra o da quella degli
altri?”
E’ chiaro che ognuno vorrebbe Dio dalla sua parte! (...)
(...)Gesù Cristo capovolge il modo di pensare umano, quello
che ti spinge a tirare Dio sempre dalla nostra parte: mi
fa male la testa e “Dio aiutami”, devo vincere la guerra
e “Dio aiutami”. Come un panino di McDonald’s: lo compri,
gli porti la candela o gli fai celebrare la messa, spendi
quindici-ventimila lire e Dio ti fa il piacere. Ma non è
così! (...)
PERCHÉ ENTRARE NELLA CHIESA? PERCHÉ
RIMANERCI?
Per me, la chiesa coincide con l’umanità, non solo con
chi crede in Gesù Cristo. Il metro di misura di Dio, che
è molto più libero ed intelligente di noi, per fortuna,
è: “ero affamato e mi hai dato da mangiare, ero assetato
e mi hai dato da bere”. Lui non chiede “hai creduto in me?”.
Tu dici “no” e lui dice “vai all’inferno!”. No! Il metro
di misura è se hai creduto nell’Uomo, se ti sei fatto compagno
di strada soprattutto del debole, di Dio.perché Gesù Cristo
dice:”ogni volta che avete fatto del bene ad uno di questi,
lo avete fatto a me”
Quindi, essere compagno di strada, essere attento ai
problemi del povero e dell’escluso, significa essere attento
a Dio, farsi compagno di strada di Dio, credendoci o non
credendoci. Allora la chiesa veramente diventa una cosa
con dei confini allargati a tutto il genere umano.
Poi c’è la chiesa cattolica, poi c’è il papa…(...)
(...)Secondo me bisogna starci dentro per quanto è possibile
ed impegnarsi a cambiare in meglio le cose. Tanti ci hanno
provato e secondo me, provandoci, hanno anche migliorato
la chiesa.
Quando sono entrato in seminario, nel ’73, si cominciava
a vivere il Concilio. La mia formazione in seminario è stata
contrassegnata da queste aperture, dallo sforzo di applicare
il Concilio. Poi sono arrivate le chiusure, ma uno si trovava
già incamminato e fin quando non ti colpiscono gli integralismi
e le chiusure, tu li neghi e dici “sarà un momento di passaggio,
sarà il mio vescovo che è così”, invece vai avanti e ti
accorgi che è un vento che prende parecchi vescovi, non
solo il tuo.
Comunque, io credo che l’”altra Chiesa possibile” che
tutti desideriamo, sia davvero possibile da costruire ed
abbia ancora tante cose da dire al nostro mondo. Per questo
è importante restarci dentro per quanto è possibile, impegnandoti
a cambiarla (...)
(...) Io ho passato dieci anni sforzandomi di trasformare
la piccola comunità di un paesino, non perché sono bravo,
ma perché la gente certe cose le sente. Quando tu cominci
a dire “decidete voi, non date solo a me la responsabilità
di decidere sull’economia della parrocchia, sul progetto
pastorale. Facciamolo insieme!”, la gente dice: “questo
è scemo”, si meraviglia. Poi però ci trova gusto, quando
convochi l’assemblea di tutta la parrocchia. All’inizio
venivano dieci persone, poi facevano a spintoni per entrare
in chiesa perché ognuno voleva dire la sua, ed era molto
bello. E quella comunità queste cose non le perderà mai
più, infatti sta litigando col nuovo prete che vuol fare
tutto il contrario. Lì non sapevano nemmeno che fosse stato
celebrato il Concilio Vaticano secondo, nessuno glielo aveva
mai detto: cosa se ne facevano quei poveri montanari del
Concilio? Quando hanno scoperto che c’erano queste possibilità,
hanno tirato fuori quello che avevano dentro. Non è che
tu sei bravo a costruire comunità: le comunità ci stanno
già. E se fai partecipare tutti nelle decisioni, se li coinvolgi,
se impari da loro, le cose vanno bene. Per dieci anni, in
questa comunità, ho vissuto la chiesa! Ho avuto modo per
dieci anni di sperimentare questa cosa, che può darsi finirà
come esperienza, può darsi che continuerà(...)
QUAL È IL POSTO DEL CRISTIANO?
Non dobbiamo cercare un posto per testimoniare Gesù
Cristo. Dobbiamo restare nel posto in cui siamo: il lavoro,
la scuola. Vai a scuola? Devi contestare la Moratti! Il
regno di Dio non è una cosa di preti, di monache, di gente
che crede. Il regno di
Dio è una cosa concreta. Nel regno di Dio c’è posto
per una scuola bella. Oggi, su quattro italiani, tre non
fanno il lavoro che vorrebbero fare. Noi, tante volte, ci
siamo rassegnati a questa cosa. Ci siamo rassegnati alla
guerra, la guerra è inevitabile. E’ vero che mettiamo la
bandiera, è vero che facciamo la manifestazione, ma se ci
interroghiamo veramente, nessuno crede che la guerra non
ci sarà, e soprattutto che noi possiamo evitarla. Invece
dobbiamo crederci. Noi lottiamo nella scuola per cambiare
la scuola, ma alla fine… Vogliamo il posto di lavoro? A
Napoli ogni giorno c’è una manifestazione di disoccupati.
Se tu parli con i disoccupati, sono rassegnati, ti smontano,
ovviamente sono disperati. Ma la disperazione e la rassegnazione
non sono due cose che devono per forza camminare insieme.
Anzi, se sei disperato e rassegnato, sei fottuto! Se invece
nella disperazione trovi la forza per credere che le cose
possano essere cambiate, secondo me le stai già cambiando.
Davide, il piccolo re, sconfisse Golia, che era un gigante
che sconfiggeva tutti, non tanto perché aveva la fionda
e la pietra, ma perché ci credette, credette “io posso sconfiggerlo!”
E’ tutto
nella “fede” nelle tue potenzialità, nella possibilità di
un altro mondo. Bisogna crederci, altrimenti partiamo gia
sconfitti, col piede sbagliato. Se noi vogliamo un mondo
diverso però crediamo che è difficile farlo, casomai non
si farà proprio, tutti ti staranno contro, tanto vale che
ci teniamo questo, perché così perdiamo tempo.
A voi ragazzi (scusate se faccio l’adulto) il torto che
stanno facendo è togliervi questa speranza, è regalarvi
tanta rassegnazione. E’ il torto peggiore che vi stanno
facendo e lo fanno attraverso la televisione, attraverso
tutto.
UN CONTRIBUTO
PER SALVARE LA MEMORIA STORICA DELLE CdB
SULLE ORME DEL CAMMINO DELLA
COMUNITÀ
Intanto
vi dico che sono molto bene impressionata da questa fotografia,
perché le orme sulla sabbia oggi ci sono, domani no. Ed
è come siamo noi: passeggeri, provvisori.
Poi la sabbia e il deserto mi sono particolarmente cari
perché io sono nata in Egitto e il deserto è un’esperienza
indimenticabile, fortissima.
Fate la storia della Comunità. La Comunità non è nata
qui, prima di tutto, è nata in un altro posto, adesso vedremo
quale. Nel fare questa storia vi dirò come l’ho vissuta
io, quindi sarà una storia parziale, non sarà la storia
della Comunità.. Chi può scrivere alla cronaca magari prende
i documenti, fa una cosa più precisa. Vi racconto "Io e
la Comunità di S.Paolo".
Vi dicevo che non è nata qui, è nata nella basilica,
perché intorno agli anni '70 (pensate che è trentadue anni
fa: credo che voi eravate dei piccoli ovetti minuscoli e
nascosti) ha cominciato un gruppo e a Roma si è sparsa la
voce che c’era questo gruppo che si vedeva il sabato sera
nella famosa "sala rossa": il gruppo della sala rossa! A
fare che? A leggere le letture della domenica dopo e a meditare
sul senso e sul significato di queste letture, parlarne,
confrontarci con Giovanni Franzoni che poi (credo durante
la notte) rielaborava, pensava a tutte le cose dette in
quelle ore che stavamo insieme e il giorno dopo, nell’omelia,
si riconosceva la traccia delle cose chhe erano state dette
la sera prima. Devo dire che questo periodo della sala rossa
e della nostra presenza nella basilica di S.Paolo è stato
un momento fortissimo e molto visibile nella città di Roma,
perché pensate che nella messa (non voglio fare l’esagerata)
c’erano tranquillamente almeno mille persone. Per dare la
comunione a queste mille persone ci volevano dieci preti.
Immaginate la scena di queste file che non finivano più
di persone che andavano a prendere la comunione. Questo
era il segno visibile nella città di un modo di avvicinarsi
alla messa domenicale che era un po' diverso. È chiaro che
nessuno di noi poteva andare a prendere la parola perché
non c'era questa possibilità, anche se il Concilio c'era
già stato: il Concilio Vaticano II, dal '62 al '65, che
tra l'altro aveva sancito che si ricominciava a dire la
messa nella lingua che la gente parlava, non in latino che
nessuno sapeva più. Io avrò sentito cinquemila messe in
latino, ma poi cosa rimaneva? Il "Pater Noster" che sapevo
a memoria. Però preferisco dirlo nella mia lingua perché
capisco quello che dico.
Non potevamo andare a parlare, quindi era compito di
Giovanni andare a portare anche l'esigenza di questa gente.
Venivamo tutti da esperienze maturate all'interno della
chiesa cattolica in diverse collocazioni. Io personalmente
ho avuto esperienza di lavori di gruppo: li chiamavamo i
"gruppi della messa domestica". Ci riunivamo un giorno della
settimana, si faceva la messa a casa. Il prete nostro amico,
molto bravo, con questo gruppetto di dieci/dodici persone
arrivava col suo altarino portatile (un tavolino pieghevole
che contiene una reliquia di un santo e che quindi consente
aòl sacerdote di poter celebrare e poter consacrare il pane
e il vino). Arrivava, dunque, con la sua valigetta, noi
apparecchiavamo, poi si faceva la cena: in microbo quello
che facciamo adesso. Venivamo in molti da questo tipo di
esperienze.
Perché c'era questa spinta a chiedere qualcosa di più?
Prima di tutto era un senso di insoddisfazione nei confronti
di un insegnamento che sentiamo starci molto stretto: l'insegnamento
della chiesa cattolica. Perché era un insegnamento fatto
soprattutto di precetti, dogmi, punizioni e quindi era un
insegnamento rigido, non un insegnamento che ti accompagna
per capire, per procedere in giustizia, nel rispetto degli
altri, nel rispetto di te stesso. C'era un'insoddisfazione
per quanto riguarda il contenuto dell'insegnamento, le modalità.
Poi c'era un'altra cosa fortissima che era sotto gli
occhi di tutti. La chiesa cattolica italiana era fortemente
compromessa col potere. Ma quando noi diciamo "fortemente",
diciamo che il partito della Democrazia Cristiana operava
sul piano politico quello che "oltretevere" era gradito.
Certe leggi non si potevano fare, certe posizioni non si
potevano prendere: era una politica e una marcia guidata
da una presenza fortissima e imprescindibile della chiesa
cattolica italiana.
In anni in cui i sindacati, le forze politiche di base,
cominciavano a mettere in discussione tutti i poteri, anche
questo tipo di potere è saltato in aria. Non solo per merito
nostro, ma perché c'era un movimento di idee che metteva
in discussione il potere e le connivenze con il potere.
Immaginate l'effetto che ci ha fatto nel '73, dopo il golpe
in Cile, vedere l'arcivescovo vicino a Pinochet. Era veramente
una bestemmia, perché aveva massacrato, torturato, ucciso.
Noi lo chiamavamo il "regime dei macellai" e l'arcivescovo
non aveva preso le distanze. Questo ci sembrava veramente
un fatto intollerabile.
Allora ci chiedevamo "ma la chiesa povera com'è?", "che
fa la chiesa povera se non può dire ai potenti 'fate così
o fate colà'?"
Fa un altro lavoro che è quello di sensibilizzare le
coscienze, quello di renderci più umani, più consapevoli,
più rispettosi. Di agire su quella pista (difficile, complicatissima)
che Gesù ci ha insegnato.
Vi dicevo che in Italia certe leggi non si potevano fare,
non se ne poteva parlare, non si poteva aderire, non si
poteva prendere posizione. Quando le forze della sinistra
si sono messe d'accordo ed hanno fatto passare, nel '74,
la legge che regola il divorzio, è successa l'ira di Dio.
Alcuni cristiani non volevano il divorzio per divorziare,
ma volevano che fosse regolamentato per coloro che in coscienza
decidevano di arrivare a questo passo: non era un obbligo,
era un'opportunità. Nessuno obbliga nessun altro a divorziare,
ma se un legame si è spezzato, allora è bene che ci sia
almeno una regolamentazione. Per i figli, per esempio: è
giusto che sia così.
Il fatto di avere preso posizione per questa libertà
di coscienza è costato un qualche cosa al nostro abate Giovanni
Franzoni: la sospensione "a divini" (la sospensione dalla
possibilità di celebrare i sacramenti). Era stato bloccato.
Da quel punto, credo, abbiamo preso coscienza (noi e
molti altri, perché non è stato solo un fatto locale di
un gruppettino di persone di Roma, è stato un fatto molto
grosso che ha riguardato un movimento che si è diffuso in
tutta Italia) con prese di posizione di teologi eminentissimi,
anche gesuiti, dalla parte di chi diceva che in coscienza
questa legge ci può stare perché non obbliga nessuno, ma
è un'opportunità che chi vuole può e deve cogliere.
Il corpo cristiano ha cominciato a riflettere e moli
gruppi si sono ritenuti "dissenzienti". È così che viene
fuori la definizione "cristiani del dissenso". E noi cristiani
del dissenso ci siamo fatti i nostri cinquecento metri e
siamo arrivati qua. Siamo usciti dalla basilica perché il
posto non ci sembrava più idoneo, e siamo arrivati in questa
chiesa povera, questa specie di capannone. E ci andava benissimo
(adesso mi sa che lo vedete bello, perché prima era ancora
più brutto, ancora più povero!).
Qui abbiamo cominciato a vivere questa nostra esperienza
di cammino, il desiderio di testimoniare la fede. C'è stato
un dibattito lunghissimo: fede e religione. Due parole che
non sono sinonimi. Fede e politica: come si intrecciano.
Erano i dibattiti teorici del nostro tempo. I sacramenti:
come ci rapportiamo con loro? Come ci rapportiamo, prima
di tutto, con l'eucarestia, quando ci mettiamo insieme qui
per celebrarla?
Sono stati scritti libri da gente che sta ancora qui
dentro su alcuni sacramenti in particolare, e devo dire
che eravamo anche gente che studiava, che si metteva lì
a cercare di capire. Cercava nella storia, per esempio,
per capire da quando è apparso il sacramento della penitenza,
che non c'era da sempre (Gesù non ha mica confessato la
gente, e allora com'è uscito questo sacramento della penitenza
in questa forma "auricolare" in cui uno parla col prete
e basta?), e ci siamo sforzati di capire.
Certamente anche negli anni successivi su tutti i sacramenti
c'è stato un dibattito e un tentativo di capire e approfondire,
compreso quello che a noi donne ci intrigava di più: perché
l'ordine è riservato ai maschi? Noi sappiamo, lo abbiamo
imparato nel rapporto fecondo con i cristiani delle chiese
riformate (in particolare i valdesi a Roma) che le pastore
sono presenti e attive nelle chiese protestanti, ma la sacerdotessa
donna cattolica, no. E ogni volta si ribadisce "NO", ma
"NO" perché donna. È proprio il suo essere donna che permette
di dire "NO".
Quindi: esser uomini e donne nella Comunità. Con le nostre
esigenze, i nostri differenti carismi, le nostre differenti
capacità di relazionarci gli uni con gli altri, con le esigenze
di vita nella Comunità che si differenziano, per dare un
apporto di pari dignità sia alle donne, sia agli uomini
all'interno della Comunità.
E nello stesso modo aprirsi anche all'esterno, guardare
il mondo. Questo nostro cammino lo abbiamo sempre fatto
con gli altri lavoratori. Come cittadini avevamo camminato
insieme con tutti gli altri. Come credenti con le altre
comunità d'Italia, molto spesso, nei convegni internazionali,
con le altre comunità europee e con credenti di altre religioni
(diciamo così anche se tutti i cristiani si riferiscono
ad un unico libro che è la Bibbia). Il rapporto con altre
religioni in senso diversificato (non cristiane) è venuto
successivamente: prima di tutto i musulmani quando è cominciata
un'immigrazione "pesante" e visibile in Italia, e poi con
gli ebrei (che comunque si riferiscono al nostro stesso
libro, alle stesse scritture), i buddisti e così via. E
anche i non credenti, aperti a capire ciascuno cosa poteva
portarci per crescere in questo bisogno di relazione profonda
che è basata sul rispetto e sulla valorizzazione degli apporti
di chiunque voleva venire qui dentro a pregare.
Possiamo dire "siamo cristiani in ricerca". Siamo lì
sulla sabbia, camminiamo, lasciamo delle impronte. Qualcuna
resta più profonda, qualcuna no, qualcuna si disperde, si
cancella. Quello che è sicuro è che come le impronte sulla
sabbia, che non sono indelebili, noi non abbiamo certezze
e garanzie. La nostra è una ricerca di autenticità, di verità,
di fedeltà alla Parola, ma nessuno ci garantisce che questo
è giuso o non è giusto, sbagliato o non sbagliato. Non c'è
più un vescovo che ci dice "avete detto delle fesserie,
questo non va bene con la Parola". Siamo noi fra noi che
cio confrontiamo. Anche questa nostra esigenza di saper
portare questa testimonianza è passibile di dubbio. Siamo
capaci di farlo? Siamo capaci di testimoniare la Parola
scritta, quella che abbiamo chiamato la "sequela di Gesù",
cioè quello che Gesù ha fatto nella sua vita materiale,
nella sua vita storica? Siamo capaci di ripercorrerlo e
di riproporlo, cioè di testimoniarlo? In che misura anche
noim siamo imperfetti? Prima di tutto lo riconosciamo: siamo
imperfetti! Non abbiamo nessuna pretesa di essere i soli
che detengono tutta la verità, tanto più che oggi è più
giusto parlare di verità al plurale anche se la parola italiana
rimane uguale al singolare e al plurale: le verità!
Però tutto questo ci arricchisce.
Qualcuno
potrebbe chiedere: "ma come mai che eravate in mille e ora
vi siete ridotti ad un pugnetto di persone, duecento quando
siete tanti?" Perché la strada è faticosa, bisogna continuare
ad impegnarsi, a lavorare, a cercare senza certezze, e questi
mille, come una gran massa d'acqua, se ne sono andati per
mille rivoli: un po' sono qui, un po' sono andati da altre
parti, ci sono altri movimenti, ci sono altri modi di testimoniare,
c'è anche un modo di essere presenti dentro la chiesa cattolica
per testimoniare all'interno, cioè dentro le parrocchie
tanto per dirsi con chiarezza le cose, ed è tutto accettabile
e positivo. Noi non diciamo "quelli hanno tradito": hanno
scelto di fare il loro percorso secondo le loro forze e
le loro esigenze e non c'è da dire chi ha ragione e chi
ha torto, perché altrimenti ricadremmo nel vecchi peccato
del "tu sei sulla retta via e tu no".
Certo una guida generale per dire "stai sulla retta via"
c'è e ce l'abbiamo scritta dentro: chi opprime, chi sfrutta,
chi è contro, chi non rispetta, non da una testimonianza
d'amore. Il resto è la nostra scommessa e siccome nell'email
che ha mandato Dea c'era scritto "avremo degli eredi o no?",
rispondo: "e chi lo sa?"
Chi vorrà seguire spontaneamente si metterà su questa
strada, ma darà anche degli indirizzi diversi. E naturalmente
sono le giovani generazioni, siete voi. Noi abbiamo fatto
un tratto, un cammino. Abbiamo lanciato un sasso nello stagno
e questo sasso si può spezzare, diventano dieci sassi, ognuno
se lo prende e se lo manovra come gli pare.
Buon lavoro!
Anna Maria Marlia
LETTURA COMUNITARIA DELLA BIBBIA
La domanda dei ragazzi:
Qual'è l'atteggiamento di una Comunità cristiana nei
confronti dell' Antico Testamento, e, in particolare, come
si pone nella relazione con un Dio violento e burbero che
più volte la Bibbia ci presenta?
La lettura comunitaria della Bibbia è nata
con la Comunità. La prima cosa che abbiamo fatto insieme,
e che prima non si usava fare, è stata la lettura dei brani
del Vangelo o del Testamento ebraico che erano proposti
per la domenica successiva. Però erano dei pezzetti. E quelli
che andavano lì a leggere e a commentare insieme a Giovanni
questi pezzetti, leggevano sempre quei frammenti che proponevano
i foglietti ufficiali.
Allora la Comunità si è chiesta : "Cosa
c'è oltre questi pezzetti? Vogliamo cominciare a leggere
insieme in ordine organico la Bibbia (intendendo sia il
Testamento ebraico che quello cristiano)?" Così è nato il
Gruppo Biblico di cui faccio parte.
In seguito ci si è posti il problema del
come fare, dell'apporto degli "esperti", che non si sovrapponga,
ma che aiuti gli altri a riflettere, e la ricchezza di stimoli,
di suggerimenti, di motivazioni che vengono fuori quando
ci si confronta su un brano. Io ricordo, quando ero ragazzo
come voi, che la Bibbia era una cosa quasi vietata; ce n'erano
pochissime nelle case, perché c'era una specie di paura
a dare queste cose ricchissime in mano alla gente comune
che non aveva, dicevano loro, gli strumenti adatti per leggere
e poteva arrivare a interpretazioni strane. Io a casa ne
avevo una che si chiamava "LA BIBBIA DELLE FAMIGLIE" e raccoglieva
tutti i pezzi più edificanti, più belli della Bibbia. I
Vangeli non erano quattro ma uno perché era tagliato e fatto
in modo da rappresentare una storia unitaria. Io la leggevo
ed ero molto edificato. Poi ad un certo punto mi hanno regalato
una edizione completa dei vangeli e leggendoli mi dicevo
spesso: "Ma questo pezzo non l'ho letto mai" e vedevo che
erano tutti pezzi importanti, anzi, alcune volte sembravano
smentirne altri che avevo già letto. Inoltre non quadravano
con certe prassi e affermazioni della Chiesa ufficiale.
Lì mi è venuto il tarlo e venendo in Comunità ho finalmente
potuto approfondire.
Attualmente la lettura avviene così: prendiamo
un libro (dell'antico o del nuovo Testamento) e con l'aiuto,
almeno iniziale, di persone che hanno più strumenti e preparazione
di noi e che ci consigliano dei testi con commento sia di
cattolici che di protestanti, ci diamo un compito, li leggiamo
a casa dove facciamo delle riflessioni, poi veniamo qui,
confrontiamo queste riflessioni e vediamo che se a casa
ti erano venute cinque idee, qui te ne vengono cinquanta,
perché le metti a confronto con quelle degli altri e con
la vita, perché la cosa importante è capire che la Bibbia
non è un libro da scaffale. Qualcuno ci dice: "Perché continuate
a leggere queste storie? Non hanno più nessuna influenza,
e se ce l'hanno è negativa. La società si è laicizzata,
si è scristianizzata…" Invece a me pare evidente, a guardar
bene, che moltissime delle consuetudini, delle regole morali,
delle norme, dei modi di vivere attuali, oltre che il potere
politico ed economico della Chiesa, si basino ancora in
ultima analisi sulla Bibbia. È quindi importante poter obiettare
a coloro che ci dicono "la interpretazione giusta è questa",
che invece c'è anche un'altra possibilità di lettura, per
esempio per evitare il fondamentalismo. Oggi un grosso problema
è quello dei fondamentalisti. Quei poveracci che si vanno
a fare esplodere e dicono "Allah è grande!", lo fanno in
nome di Dio, come quell'ebreo che ha ammazzato Rabin in
nome di Dio previa un'autorizzazione di rabbini che gli
hanno detto "Vai, perché Dio lo vuole!", o come i cristiani
che andavano alle crociate perché Dio lo voleva, oppure
quelli che fanno gli attentati in America contro le cliniche
in cui si fanno gli aborti; lo fanno tutti perché credono
che Dio lo voglia. Ma dove sta scritto che Dio lo vuole?
Nella Bibbia! Allora andiamo a vedere quello che dice la
Bibbia. O andiamo a vedere che dice il Corano. È un modo
per informarsi, per poter poi avere gli strumenti per prendere
una decisione critica personale. Se uno, prima di una partita
di calcio ci dicesse "abbiamo riformato il gioco, ma non
vi preoccupate, tanto l'arbitro conosce le regole e fischia
quando deve fischiare!" risponderemmo "no, se permetti me
lo fai vedere prima questo regolamento!" Questa è un po'
la sostanza del leggere la Bibbia insieme.
Poi abbiamo letto anche il Corano che oggi
è importante anche per noi. Quando senti dire che il velo
è prescritto nel Corano, che il Corano impone la guerra
santa perché vuole conquistare il mondo, ecc., in realtà
che dice lì? Noi abbiamo avuto qui in Comunità anche dei
rappresentanti della comunità islamica, abbiamo parlato
con loro, o anche con musulmani non osservanti in modo rigoroso,
e abbiamo scoperto che la conoscenza del Corano è molto
limitata al livello di base nei paesi islamici. Lo conoscono
solo i dotti, mentre la gente comune ne conosce solo piccoli
brani che vengono usati a scopo liturgico dopo essere stati
imparati a memoria , per cui quello che qui è successo,
prima nelle comunità di base e oggi anche in molte parrocchie,
dove i laici si sono detti "andiamo a vedere cos'è questa
parola di Dio sulla quale ci si chiede di comportarci in
un certo modo", là credo che sia ancora agli inizi.
Tanto per fare un esempio, uno dei grossi
problemi che dobbiamo affrontare è quello dei passi della
Bibbia in cui viene tollerata o addirittura ordinata la
violenza. Al momento dell'entrata degli ebrei dall'Egitto
in Palestina, in Canaan, viene prescritto lo sterminio di
tutte le città che Dio "metterà in mano" agli ebrei, a cominciare
dagli esseri umani fino ai buoi e alle pecore. E questa
è violenza pura. Ma gli studiosi ci suggeriscono di riflettere
sul fatto che la realtà storica andò molto diversamente
e fu poi rielaborata secondo il genere letterario dell'epica,
per ben precisi e datati scopi simbolici, per cui vediamo
che lì la parola è molto umana e assai poco divina. Un altro
esempio è il ricorrente problema della cosiddetta teodicea,
cioè "perché accade il male agli innocenti"e sul quale Giobbe
già si arrabbiava tanto. Sono tutti problemi grossissimi
con i quali si sono confrontati quelli che hanno scritto
la Bibbia e che ci aiutano a riflettere. Ora, ci sono vari
passi problematici, ma poi ci sono anche dei passi profetici,
sorprendenti se confrontati con la mentalità prevalente
di quei tempi, dove c'è un filo rosso che parla di solidarietà,
di universalità, di speranza, e che è stato ripreso in modo
abbastanza deciso nel nuovo Testamento con Gesù che non
è un Messia trionfante, non è un Messia che guida un esercito
e riconquista la libertà per Israele, ma guarda più in là.
Quindi sono tutti problemi grossissimi: non è che noi abbiamo
risolto il problema del dio violento, però sappiamo oggi
distinguere un po' meglio di una volta i vari livelli della
Bibbia. C'è un livello di tradizione, poi uno di redazione,
poi è stata rifatta per motivi cultuali durante la ricostruzione
del tempio: all'inizio può sembrare difficile perché è un
libro antico che va letto in molti modi, però sono tutti
problemi importanti che alla fine ci affascinano anche se
non siamo in grado di dare sempre una risposta esauriente,
però ce li poniamo ed è già tanto.
Tutta la figura di Dio, oggi, è in discussione,
perché la forma con cui ce l'hanno proposta era una forma
adatta a quei tempi, cioè usavano gli strumenti che possedevano.
È un dio antropomorfo, un dio che passeggia a prendere il
fresco nel giardino dell'Eden. Oppure di Gesù si dice che
"siede alla destra del padre". Ma perché, Dio sta seduto
o in piedi? Oggi, detto così, non ha più senso, ma le domande
fondamentali restano e noi dobbiamo fare uno sforzo, e su
questo siamo impegnati, per cercare di parlare di Dio, se
si può parlare di Dio, in termini che tengono conto dello
sviluppo della filosofia e della scienza, della nuova immagine
dell'universo, del piccolo granello che siamo noi Terra.
Insomma è una cosa grossissima sulla quale siamo in ricerca.
Antonio Guagliumi
L'ALTRA META' DELLA CHIESA
La
domanda dei ragazzi:
Secondo voi, perché le donne non possono accedere
al sacerdozio?
Gabriella: Non
sappiamo esattamente perché alle donne è precluso il sacerdozio,
ma la chiesa giustifica questo fatto dicendo che Gesù Cristo
è figlio di Dio, quindi maschio, e siccome i preti rappresentano
Gesù in terra possono essere solo maschi. Che quindi loro
non hanno l'autorità di poter ordinare sacerdoti delle donne.
Elena:
E anche perché, i teologi mi correggano, l'istituzione del
sacerdozio viene fatta coincidere con l'ultima cena, quindi
con lo spezzare del pane da parte di Gesù. Lì erano presenti,
secondo loro, solo gli apostoli, quindi soltanto i maschi,
non c'erano donne, ed ecco l'equazione "pane spezzato –
instaurazione del sacerdozio" (che si capisce nelle forme
in cui si è sviluppato che cosa voglia dire) le donne sono
escluse per il fatto che non c'erano.
Gabriella:
Invece la più moderna esegesi dice che le donne erano presenti
all'ultima cena, avevano preparato la cena e come in tutte
le cene, e per la Pasqua in modo particolare, hanno senz'altro
cenato insieme ai loro uomini. Quindi se questa è la giustificazione
è una giustificazione che non regge. Comunque questo fatto
non viene considerato.
Elena: Inoltre
le prime comunità erano comunque spesso guidate da donne
che presumibilmente presiedevano il ricordo di questa prima
eucarestia e spezzavano il pane. Maria di Magdala era una
di queste. Domenica scorsa volevo portare una cosa molto
carina scritta da una donna in uno dei nostri convegni in
cui dice " Gesù era morto da qualche giorno e gli apostoli
stavano lì tutti tristi nella stanza. Ad un certo punto
Maria di Magdala si è messa al centro del tavolo ha preso
il pane e ha detto «ma vi ricordate quello che ha fatto
Gesù l'ultima volta che abbiamo cenato con lui ? Facciamo
la stessa cosa!» e l'ha fatto lei ripetendo le parole di
Gesù, e facendo questo gli sembrava che lui stesse lì di
nuovo. E ripresero coraggio per andare. Verosimilmente questo
accadeva, che tutti insieme, o le donne, o chi capitava
ripetessero il gesto fatto da Gesù. Poi tutto questo bisogna
vederlo nel fatto che storicamente la chiesa si è andata
costruendo in maniera politica anche per un'esigenza di
sopravvivenza, in un certo senso, però mutuando tutti gli
schemi maschili che costituivano la società del tempo, per
cui le donne non erano contemplate in ruoli attivi, in ruoli
di guida. E questo purtroppo è andato sempre peggiorando
con i vari concili fino a giungere al trecento, al Concilio
di Calcedonia e di Nicea, in cui è stato codificato definitivamente
che le donne erano escluse, ma questo perché si è semplicemente
riproposta una prassi sociale, perché a quei tempi era così.
A nostro avviso non ha nessuna giustificazione o fondamento
nel Vangelo, cioè teologico.
Elena Lobina Cocco & Gabriella Natta
RAPPORTI CON ALTRE RELIGIONI E
CON I NON CREDENTI
La
domanda dei ragazzi:
In cosa si distingue una Comunità di Base dalla chiesa
ufficiale nel rapporto con le altre religioni o, magari,
con chi non professa alcuna religione?
Giovanni:
Ebrei qui ne abbiamo avuti. Abbiamo avuto una presenza per
molti anni di un'amica, Franca, che era ebrea ma ha frequentato
sempre la Comunità. Aveva dei problemi di equilibrio col
suo corpo, col suo aspetto, e non sempre parlava. Qualche
rara volta che parlava ha espresso anche la sua opinione
e la sua grande stima per Gesù di Nazareth, per esempio,
che lei però considerava un profeta e non Dio.
Comunque dei rapporti che, oltre che in Comunità anche
in ambienti come il giornale, abbiamo avuto con gli ebrei,
vorrei un pochino incrinare questo concetto per cui l'ebraismo
coincide con il vecchio testamento. È una delle grosse violenze
che facciamo pensare che la storia degli ebrei finisce con
Gesù Cristo, dopo di che ci sono gli ostinati ebrei capoccioni
che non vogliono accettare Gesù come figlio di Dio e Messia.
Ci sono negli scritti rabbinici dei testi molto belli: l'eternità
dell'inferno, per esempio, è un'invenzione tutta nostra.
C'è poi una dottrina diffusissima tra gli ebrei, nel Talmud
e negli scritti che sono venuti dopo, che Dio, quando punisce
nasconde sempre all'interno della punizione una benedizione.
Il concetto di punizione irreversibile assolutamente non
c'è nella Bibbia e negli scritti ebraici. Poi ci sono varie
consuetudini perché loro non hanno dei dogmi fissi come
nel cattolicesimo, quindi c'è chi dice che Dio punisce per
trenta giorni, c'è chi dice che Dio punisce per una anno
il peggiore dei peccatori. E se qualcuno si chiede "E Hitler?",
la risposta è "Sì ma i giorni di Dio sono più lunghi!" Se
la cavano molto con linguaggi analogici, però nessun ebreo
vi dirà che l'inferno è un buco nero in cui vieni ficcato
e poi Dio butta via la chiave. Il professor Lombardi Vallari,
professore di filosofia del diritto all'università di Firenze,
che aveva anche una cattedra alla Cattolica, lo hanno dichiarato
non gradito perché a un certo punto ha detto che il concetto
della filosofia del diritto dopo Cesare Beccarla, il concetto
di punizione eterna, è inaccettabile, perché la punizione
non può essere un atto vendicativo, ma è sempre un atto
riabilitativo. E Cesare Beccarla queste cose le diceva due
secoli fa.
Per quanto riguarda la chiesa cattolica ufficiale, noi
siamo stati praticamente "invitati" in modo abbastanza energico
ad andarcene dalla basilica e siamo stati per alcuni anni
etichettati come "cavallo di Troia", come gente che non
credeva più a niente, comunistacci che fingevano di fare
ancora un'esperienza religiosa per infiltrarsi e fare confusione
nell'ambiente cattolico.
Chi ci scrollò di dosso quest'etichetta fu il vescovo
ausiliare mons.Clemente Riva, che era un uomo abbastanza
aperto e venne ripetutamente qui in Comunità e disse: "Io
non vi do un avallo che voi d'altronde non mi chiedete,
però posso dire che per me, sul territorio sul quale esercito
il mio ministero di vescovo, siete una realtà di fede".
Da allora ci rassicurò che eravamo guardati in questo modo,
poi recentemente abbiamo avuto anche un altro episodio che
riguarda Paolo Tortora. Nel momento in cui si è dovuto sposare,
dato che la famiglia della sua compagna chiedeva un matrimonio
in chiesa, nacque il problema della cresima che non c'era
stata. Allora facemmo questa famosa lettera in cui dicemmo
che secondo noi, quando un giovane aveva frequentato per
tanti anni la Comunità, era "confermato nella fede", e la
confermazione non richiede l'olio della cresima. In vicariato
l'hanno inghiottita e questi si sono sposati in chiesa senza
la cresima formale, sacramentale con l'olio e lo schiaffetto.
Nella chiesa cattolica abbiamo degli amici in America
Latina, ma anche in Italia. Che so: monsignor Bettazzi (che
era vescovo di Ivrea) che ha scritto la prefazione della
storia della Comunità Fuori le Mura. C'è un rapporto molto
confuso. Recentemente, per esempio, ho partecipato alla
presentazione di un mio libro alla Sala S.Carlo il cui direttore,
leggendo il programma, ha detto "Ma che c'è quello scomunicato
di Franzoni?". I rapporti sono molto diversificati. Comunque
( e qui le opinioni potrebbero essere un po’ differenziate)
non abbiamo perso la speranza di poter essere in qualche
modo un fermento nella chiesa.
Le cose che ci hanno differenziato dalla chiesa ufficiale,
il motivo dell'urto, fu che venne diffuso in basilica un
volantino contro l'insegnamento della religione nella scuola.
Poi, quando nella guerra del Viet Nam ci fu una certa escalation
e bombardarono Hanoi, facemmo un digiuno pubblico religioso
e politico insieme nel quale ci si interrogava su quanto
avveniva e anche questo mosse gruppi di camerati che venivano
da via Gallia coi pulmini e facevano casino in basilica,
interrompevano mentre si parlava e così via. "IL TEMPO"
scrisse cose terribili contro di noi.
La prima volta che fui rimproverato fu semplicemente
perché andavamo nelle fabbriche occupate a dare solidarietà,
e questo bastò, ma poi ci furono i dipendenti della Pontificia
Opera di Assistenza che venivano licenziati in blocco perché,
per un atto di modernizzazione, la P.O.A. si trasformava
in Caritas. Questi, che non sapevano nemmeno cosa volesse
dire "sciopero", o "festività soppresse" o che altro, vennero
da noi e dissero: "Voi che siete andati alla «CRESPI»
e all'«AEROSTATICA» a solidarizzare con gli operai,
ci potete dare una mano?" Io gli mandi un sindacalista,
democristiano della CISL tra l'altro, e la cosa costò due
miliardi al Vaticano (due miliardi di allora!). Fu la prima
volta che mi chiamarono e mi dissero "La sua azione pastorale
non è stata gradita in alto!"
Ci hanno considerato persone che non si inchinavano.
"Gli ordini non si discutono", diceva il principio etico
fondamentale, invece noi li discutevamo: questo viene dal
Vangelo, dalla storia, dalla tradizione, viene dalla disciplina
ecclesiastica moderna. Perché se viene dal Vangelo, ci possiamo
anche inchinare, ma se viene dalla "disciplina", allora
no.
Per esempio una volta mons.Benelli, dopo due ore di "processetto"
non riusciva trovare assolutamente niente da obiettare contro
di noi e disse "Eccellenza, si renda conto che la politica
la fa solo la segreteria di Stato!"
Lo shock finale fu per il referendum sul divorzio del
'74.
Luciano: Cinque
minuti per raccontare la storia ed il rapporto che io ho
con la Comunità. I miei figli li ho battezzati cristianamente:
ma io mi sono dissociato comunque dal battesimo sia di Valerio,
sia di Marta. Compare soltanto la firma di mia moglie Mariella.
Poi piano piano, vedendoli crescere e partecipare al Laboratorio,
li accompagnavo, li seguivo e così via. Scelsero tutt'e
due di fare la comunione qui in Comunità, e io ne fui ben
contento, perché questa scelta mi sembrava un po' più "laica"
rispetto quella ufficiale.
Il rapporto che ho con la Comunità è un rapporto di grande
simpatia e di affetto ed anche di partecipazione in alcuni
campi ed alcuni ambiti. Ed è un po' in linea con la mia
storia, per certi versi. Io sono diventato non credente,
in realtà, perché i miei genitori erano troppo bigotti e
ho ricevuto un'educazione, da piccolo, molto religiosa.
Soprattutto mio padre era molto religioso: soffocantemente
religioso! Tant'è che una volta, da bambino, dopo aver fatto
la comunione, ed essere stato comunicato "ufficialmente",
poi me ne feci tante nella stessa domenica per sentirmi
"più puro, sempre più puro". Questo lo ricordo sempre come
una cosa sulla quale non so mai se ridere o piangere.
Comunque, io attualmente non credo, sono non credente,
ma il rapporto che ho con la Comunità è di lavoro fattivo,
di scambi personali che arricchiscono sia me sia, spero,
anche la Comunità stessa.
Giovanni Franzoni & Luciano Ricci
|
|
|