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INTERVENTI: ATTUALITÀ, SOCIETÀ, POLITICA


"DECRESCITA" E AMBIENTE

«"Salvare il Pianeta." "Salvare l'Umanità." "Salvare la Comunità dei Viventi." Lo si dice così spesso che si rischia di farne uno slogan buono per tutti gli usi e stagioni. Com'è il mondo "salvato" da una nuova cultura, una nuova pedagogia, nuovi stili di vita, nuove tecniche, nuove forme di partecipazione politica, nuovi governi, nuove norme scaturite da lotte e convincimenti? L'immagine che ci dipingiamo del futuro è diversa a seconda dei principi ai quali facciamo riferimento.»

Questa parte della premessa al libro "La rivoluzione dei dettagli" di Marinella Correggia, che è stata ospite insieme a Claudio Giambelli (Cipax) all'incontro del 10 dicembre 2007, da l'idea del nuovo percorso che il gruppo giovani di S.Paolo ha intrapreso in vista, tra l'altro, del prossimo Incontro Nazionale delle CdB ("Società sobria, equa e solidale" - Culture e pratiche dal basso).

Come sempre alla ricerca di risposte, come sempre creatori di nuove domande, nella diversità dei principi ai quali si fa riferimento, porsi l'obiettivo di "far pace con il pianeta" - e con noi stessi - diviene sempre più un obbligo non solo morale, ma anche drammaticamente materiale.

In allegato parte del materiale utilizzato nel corso dell'incontro.

Gruppo Giovani CdB S. Paolo Roma


LA COMUNICAZIONE È UMANA: LA PUBBLICITÀ È DIABOLICA?
Incontro Giovani S.Paolo dell'11 febbraio 2006

INTRODUZIONE
di Raffaele Corte

In un certo senso questo incontro è nato in occasione dell’ultimo Camp.

Durante la preparazione (ricordate che si è parlato di violenza) a Dea erano venute in mente alcune considerazioni fatte in tempi non sospetti da Giovanni su certa violenza nella pubblicità, la violenza sottile, quella impalpabile che sembra niente, ma lascia il segno attraverso messaggi subliminali o celati con tecniche astute che vogliono indirizzarci verso modelli che non ci appartengono o che digeriamo male quando li analizziamo con cognizione di causa, mentre ci sembrano accettabili quando edulcorati da certe frasi, certe musiche, certi colori. Per non parlare dei cosiddetti "testimonial", del fascino di Gorge Clooney che farebbe sbronzare di Martini qualsiasi casalinga o dell’abbondanza (proprio di fascino proprio non parlerei…) di Megan Gale per (e specialmente con) la quale il maschio medio italiano non farebbe che parlare al telefono – con Vodafone, naturalmente -.

Abbiamo lungamente discusso se inserire anche il discorso della pubblicità all’interno del Camp, ma la carne al fuoco era già così tanta da averci ben consigliato di lasciare perdere.

Ma non si può parlare di pubblicità senza affrontare anche l’argomento più generale della comunicazione, questo emerso, invece, proprio durante uno dei laboratori, quello dei più grandi.

Per rinfrescare la memoria a chi c’era e rendere partecipe chi non era presente, vi leggo un brano dell’editoriale che ho scritto per "OLTRE…" al ritorno da quell’esperienza. Tanto sono sicuro di non annoiarvi perché il Sito lo frequentano tutti da tutto il mondo tranne voi che siete i diretti interessati. Dunque:

"All’interno di mille discorsi e mille posizioni sulle violenze, questo è il dato di fatto emerso con più prepotenza: se l’unico argine alla violenza è rappresentato dal dialogo e dalla comunicazione, ebbene questa è negata.

Sono negati gli spazi di partecipazione e le notizie sono filtrate (anche sui media più "illuminati") secondo la logica del mercato: si pubblica e si diffonde quello che "paga". Ricordo a questo proposito una delle dichiarazioni di Giuliana Sgrena dopo il suo rilascio. Raccontò di aver chiesto ai suoi rapitori il perché della scelta caduta proprio su di lei, da sempre impegnata contro la guerra e sostenitrice della causa irachena. La risposta fu drammaticamente semplice: scegliamo chi fa più notizia.

La violenza sostiene l’informazione, se non ci fosse bisognerebbe inventarla e non fa differenza la sua origine: se non ci pensano gli uomini, vada anche per l’uragano "Katrina", lo tsunami e i terremoti.

Notizie di azioni nonviolente non se ne trovano, ma quando riescono a filtrare (come ci ha fatto notare Luigi raccontando la storia della donna madre di un ragazzo palestinese ucciso dai soldati israeliani alla quale era stato chiesto di donare gli organi del figlio per poterli trapiantare in malati anch’essi israeliani* ), allora dirompono, "spaccano" l’opinione pubblica, costringono al pensiero, mettono in moto reazioni. Tutti sommovimenti troppo pericolosi per il Potere, che non casualmente cerca di accentrare a sé tutta l’informazione."

Allora cerchiamo di chiarire un po’ qualche punto oscuro della comunicazione, dell’informazione, della pubblicità (che poi è nata per essere un punto di incontro tra queste due cose), delle relazioni tra loro e con il Potere, senza pretendere di fare scuola, ma sperando come sempre che queste briciole vi servano per farvi venire la voglia di capirci ancora di più.

Devo dire che questo incontro rappresenta anche un grande paradosso, nel senso che per parlare di comunicazione c’è la persona meno comunicativa, almeno verbalmente, del gruppo di adulti che seguono questi appuntamenti.

Io non sono abituato a parlare in pubblico, mi si crea una specie di blocco, ed il paradosso nel paradosso è che ho un sacco di cose da dire, un sacco di idee da esprimere, e dal paradosso si passa a una specie di frustrazione dovuta al fatto che, non riuscendo a trovare la parola giusta al momento giusto, rischio di uscire da questo come da altri incontri con un senso di incompiutezza, ma anche con la voglia di sfogare in qualche modo quello che penso.

Principalmente scrivo, ma come sapete, uso un sacco di "trucchetti" per far arrivare i miei messaggi a destinazione: Internet, i giochi che piacciono tanto a Valerio, le rappresentazioni multimediali ed anche se attualmente un po’ in disuso ci sono anche la musica, la fotografia e via dicendo.

Insomma, io, che sono un caso quasi patologico quando si tratta di parlare, cerco di inventare ogni momento un qualcosa per comunicare con gli altri. Ne ho bisogno ed è un bisogno che ci accomuna tutti, chi più chi meno e in modi diversi.

Non voglio, anche perchè non ne sarei capace, fare un excursus sociologico sulla comunicazione, ma semplicemente chiarire in maniera schematica alcuni punti chiave che ci dovrebbero aiutare a comprendere le "forme" della comunicazione per poi affrontarne quel settore specifico che spesso ci preoccupa e sempre ci occupa e che è la pubblicità.

Mi aiuterò con questi cartelli sperando che rendano tutto più semplice e comprensibile:

IO-TU

La comunicazione è possibile a certe condizioni ed investe diversi livelli.

La condizione principale è la non-individualità: per comunicare occorre essere almeno in due, è necessario un rapporto IO-TU.

IO trasmetto, TU ricevi, elabori e ritrasmetti la tua elaborazione, IO a mia volta ricevo, rielaboro nuovamente e ritrasmetto, e così via. Comunicazione e dialettica in un intreccio che favorisce la crescita delle due parti rendendo umani sia il rapporto, sia gli individui che lo creano** .

TECNICHE

Grotte di Lascaux (particolare)La seconda condizione risiede nella tecnica: principalmente la parola orale (ma qui ci riferiamo in particolare ai nostri tempi), ma anche gli atteggiamenti del corpo, le varie forme di arte figurativa, la musica, la scrittura...

Verrebbe da chiedersi se i dipinti della grotta di Lascaux non siano nati prima di una forma di comunicazione verbale proprio per illustrare efficacemente agli altri una qualche tattica di caccia impossibile da spiegarsi con i mezzi lessicali correnti.

NOI

Sia la necessità di comunicare in senso dialettico (gli animali comunicano in senso univoco, per esempio dando un allarme o indicando la presenza di cibo) che la capacità di elaborare tecniche di comunicazione, sono peculiarità squisitamente umane, che caratterizzano la nostra specie.

Le cose si complicano nel momento a causa di un’altra caratteristica umana, che è quella del vivere in società.

In una realtà societaria il basilare rapporto IO-TU si interseca in una ragnatela tra molteplici eventi simili che affermano e sottolineano il senso di condivisione dell’atto di comunicare.

L’IO-TU, seppure a livelli più vasti ed elaborati, è ancora salvaguardato. Semplicemente è clonato e ripetuto infinite volte come infiniti sono gli IO e i TU in questione. Naturalmente, e per fortuna, questo tipo di rapporto è ancora funzionante, ma a partire dal sec.XVII, quando alla condivisione – con lo sviluppo della stampa e del commercio librario – si è affiancato il concetto di diffusione, l’IO-TU umanizzato e umanizzante è cominciato ad andare in crisi.

IO-VOI

Infatti, se inizialmente la diffusione dei messaggi porta ancora in se i valori della condivisione (e anzi, in un certo senso e con molti limiti*** , la diffusione delle idee è una conquista che appare democratica), con l’aumento del volume della documentazione e delle informazioni diffuse, si creerà una vera e propria frattura tra condivisione e diffusione, anche se si continuerà a definire indifferentemente "comunicazione" sia il rapporto IO-TU, sia il nuovo rapporto IO-VOI.

A tutt’oggi con il generico termine di COMUNICAZIONE si intendono quattro fenomeni distinti:
  1. L’IDEALE DI ESPRESSIONE E SCAMBIO proprio del rapporto IO-TU di cui sopra;
     
  2. L’INSIEME DEI MASS MEDIA – stampa, radio, TV-;
     
  3. L’INSIEME DELLE NUOVE TECNICHE DI COMUNICAZIONE – informatica, telecomunicazioni, audiovisivi-;
     
  4. L’INSIEME DEI VALORI, DEI SIMBOLI E DELLE RAPPRESENTAZIONI ALLA BASE DEL FUNZIONAMENTO DELLO SPAZIO PUBBLICO E DELLE DEMOCRAZIE DI MASSA – informazione, media, sondaggi, argomentazione, retorica, affabulazione -;

MASSMEDIA

Per semplificare un discorso che rischia di diventare molto complesso, diciamo che un classico esempio di rapporto IO-VOI è rappresentato dall’INFORMAZIONE.

La comunicazione di tipo informativo richiede mezzi in grado di raggiungere capillarmente la massa. Questi mezzi sono normalmente molto costosi e complessi, e lo sono tanto più quanto più sono in grado di raggiungere ampi strati di pubblico. E dal momento che nel nostro modello di società (ma probabilmente non solo...) non si fa niente per niente, è naturale che i detentori di questi mezzi ne vogliano avere anche il completo controllo.

A questo punto è bene non continuare a percorrere un sentiero complicato, sul quale troveremmo esempi piuttosto scontati, e intraprendere invece quello che ci ha portati qui, perchè la PUBBLICITÀ, vero tema di questo incontro, nasce proprio da un’esigenza di comunicazione del tipo IO-VOI: IO ho un prodotto da offrire e voglio che VOI lo conosciate.

Ma anche qui l’esigenza primaria si è trasformata nel tempo. Vediamo ora come...

PUBBLICITÀ:
CROCE E DELIZIA
(durata:15'31")

con la collaborazione
di Carla Di Russo

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NOTE:
* Il brano del Corano cui si è riferito Luigi Sandri nel suo intervento è tratto dalla Quinta Sura, “La Sura della Mensa”, versetto 32:
«Per questo prescrivemmo ai figli d’Israele che chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un’altra o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l’umanità intera. E chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera. Son dunque venuti a loro i nostri Inviati con prove evidenti, eppure molti di loro, con tutto ciò, furon sfrenati peccatori sulla terra»

** A questo punto si inserisce un breve intervento di Giovanni Franzoni sulla particolarità rappresentata dall’eremita e/o dal mistico che è apparentemente solo, ma che intesse un rapporto comunicativo con Dio

*** Si deve pensare anche all'enorme diffusione dell'analfabetismo

PUBBLICITA’ E INFORMAZIONE
NELLA SOCIETA’ DELLA COMUNICAZIONE
di Alice Corte

La comunicazione fra individui è senz’altro uno dei tratti salienti della nostra società, una delle espressioni massime della società globalizzata. Internet, telefoni cellulari, rivelano un mondo in continuo movimento, che informa e viene informato. Fra tutti questi segni, segnali (spesso accompagnati da ben pochi significati), non possiamo non sentire che a volte si comunica fra muti e sordi. Come diceva un cantautore in una sua canzone “usate confidenze…in cui ciascuno ascolta sol se stesso” (F.Guccini, "Stanze di vita quotidiana"/Canzone della vita quotidiana - N.d.W.), o in cui non è assolutamente possibile la replica, come nel caso della comunicazione televisiva o pubblicitaria in genere. Il caso dell’informazione che cade dall’alto non è affatto rara e spesso elimina ogni possibilità di critica.

            E’ in questo contesto che si inserisce il dovere del singolo alla solitudine, intesa non come eremitaggio, o svuotamento da ogni impulso esterno, ma piuttosto come ricerca di se stessi e (in alcuni casi della divinità). Guardarsi dentro per preservarsi dai tanti e troppi input esterni, che finiscono invece che con l’arricchire con lo svuotare l’anima, guardarsi dentro per poter comunicare con gli altri sinceramente, per poter intessere relazioni, per accorgersi della moltitudine viva che forma la società, la società reale e non quella che la pubblicità o i mass media in genere raccontano il più delle volte.

            Infatti, la nostra società non è certo quella delle famiglie perfette delle pubblicità che sponsorizzano i prodotti per le casalinghe, e le donne che si vedono per strada non sono sempre belle, né sempre magre, ma, soprattutto, quasi sempre non hanno unghie laccate, capelli appena messi in piega e trucco perfetto. Ma la nostra società non è nemmeno quella da alcolici “pop” (per intenderci, quelli che sembrano succhi di frutta), in cui chi beve è felice e riesce a liberare il proprio sé più profondo.

            La pubblicità disinforma, crea e segue modelli, provoca, attraverso un gusto quasi del sublime, per cui lo spettatore si trova affascinato dall’orrore. La pubblicità propone modelli di donna, oppure ne sfrutta in maniera quasi pornografica i corpi. La pubblicità entra nelle case nei quotidiani, nelle riviste, con la televisione, la posta…

            Infine, la pubblicità sponsorizza un marchio, uno stile di vita. E l’importanza marchio nasce negli anni ’80, dopo una crisi della produzione importante che finisce con l’essere una svolta fondamentale: la svolta del se non hai la cosa giusta e della marca giusta, non sei nessuno. Non puoi essere uno sportivo se non hai le scarpe da ginnastica che sponsorizza Michal Jordan, non puoi essere di classe se non metti tal profumo. Non conta quello che si è, ma quello che si rappresenta, e come fare se non mostrando la propria esteriorità? La nostra è una società dell’immagine, d’altronde lo stimolo visivo è quello più facile da cogliere, e noi ne facciamo parte a pieno titolo. In tal modo si finisce con l’essere pubblicità (che come abbiamo detto è falsa, accattivante, spesso cinica, volgare o grottesca) di se stessi.

            D’altra parte cos’è la pubblicità? È un’arte, è un saper bucare (in qualsiasi maniera) il mezzo informativo, è scatenare un passa parola fra la gente. E’ creare un buono sketch o far parlare di sé con uno scandalo (in questo Oliviero Toscani è maestro dagli anni ’70). D’altra parte, ormai anche il telegiornale finisce con l’essere sponsor, almeno in Italia, di un certo tipo di nazione, attraverso la scelta di determinate notizie piuttosto che di altre. Con il telegiornale si può creare uno stato di ansia in una nazione, si può indirizzare l’opinione pubblica.

            Per questo è importante un isolamento mentale, saper scegliere a quali stimoli dare ascolto, quando spegnere la televisione. E’ importante guardarsi dentro, cercare la propria strada, ascoltare il proprio cuore per capire quanto sappiamo della nostra vita. E’ importante osservare, guardare ciò che ci circonda, anche le pubblicità, ma sempre con occhio critico, sempre senza finire ammaliati da una disinformazione accattivante.

 
PROVE DI PUBBLICITÀ

Il tema: lanciare il concorso "UNA GIORNATA DA GENITORI" organizzato dal "Borgo Ragazzi Don Bosco"  di Roma;

La tecnica: a scelta tra il "gingle", il manifesto, lo "spot";

La linea di condotta obbligatoria era: vendere il prodotto ad ogni costo senza tenere conto di eventuali implicazioni etiche (anche se di fatto il "prodotto" venduto ha finalità eticamente ben definite);

La scelta tecnica è caduta sul manifesto e sullo spot.

IL MANIFESTO

LO SPOT

 
IL MIO VIAGGIO IN BIELORUSSIA
Incontro Giovani di S.Paolo dell'11 marzo 2005

Tutto è cominciato cinque anni fa: mamma e papà decidono di ospitare per un mese all’anno, tramite Legambiente, bambini provenienti dalle zone contaminate dalla nube tossica di Černobyl’, diciannove anni or sono.

E così ogni anno, durante il mese di Giugno, ci siamo ritrovati per casa, io e le mie sorelle, una nuova sorellina o un nuovo fratellino con cui giocare, litigare, andare al mare, mangiare gelati su gelati…con cui vivere, insomma.

Da subito, appena ho conosciuto il primo di loro, ho provato una forte attrazione per i luoghi dai quali questi bambini provengono e dove vivono la loro vita; ho sentito il fascino di una cultura lontanissima dalla nostra, radicata ancora oggi in tradizioni secolari; inoltre, crescendo, ho sentito il bisogno di vivere di persona, e non più attraverso racconti, la loro realtà, il loro mondo, la loro Bielorussia.

Finalmente, dopo mesi e mesi di impaziente attesa, il 5 Febbraio scorso sono partito. Insieme a me mamma e altre sette Interno della stanza d'albergopersone della Legambiente di Prato, tutte e sette già state in Bielorussia. La permanenza è durata nove giorni ricchi di emozioni, di significati e molto molto intensi. La giornata-tipo era questa: sveglia, colazione, partenza da Gomel per i vari villaggi della regione (la più contaminata insieme a quella di Moghilëv), visita alle scuole, incontro con i bambini ospitati in Italia e con le loro famiglie, pranzo abbondantissimo (offerto dalle famiglie a scuola oppure invito a casa da parte dei bambini), ritorno a Gomel nella nostra dača (tipica casa di campagna o periferia, a uno o due piani e rigorosamente di legno). Dalla condizione economica delle persone che abitano in queste case dipende, oltre che la ricchezza dell’arredamento, la presenza o meno di: bagno all’interno dell’abitazione; acqua corrente; impianto di riscaldamento che non sia la vecchia stufa. I padroni della casa dove noi abbiamo alloggiato da Lunedi 7 a Venerdi 11 sono, per lo standard bielorusso, ampiamente benestanti: avevamo il telefono, la televisione, addirittura lavastoviglie e lavatrice. Durante le altre notti trascorse in Bielorussia (5, 6 e 12 Febbraio) siamo stati a Minsk, la capitale, all’albergo Oktiabr’skij, il secondo miglior albergo della città. Costo di una notte: 19 euro!

Come città Minsk è abbastanza bella, ed è ancora molto improntata sullo stile sovietico; anche le novità o i miglioramenti dell’area urbana mantengono ancora oggi le caratteristche del vecchio sistema. Le strade sono spaziose e ampissime, i palazzi alti e austeri, il traffico è quasi inesistente e la gente sta relativamente bene. Inoltre il territorio della regione di Minsk ha una percentuale di contaminazione radioattiva quasi inesistente, c’è maggiore possibilità di sfruttamento del terreno. La realtà di Minsk si ferma però ad una ventina di chilometri di distanza dalla città: oltrepassata quella che è la facciata della Bielorussia ci si ritrova in mezzo all’immensa pianura che arriva quasi ininterrotta fino ai monti Urali, migliaia di chilometri più ad est. Ed è appunto da fuori Minsk che per me è cominciato il viaggio vero e proprio, quando il paesaggio ha preso il sopravvento su tutto, quando non c’è stato altro che neve, foreste e fiumi ghiacciati, quando ho visto gente che per sopravvivere vende pesce ai lati della strada, con 25°C sotto lo zero, dopo averlo pescato bucando il ghiaccio, come si vede nei cartoni animati; e una volta cominciata veramente, l’esperienza non fa altro che ingrandirsi, che accumulare fatti e storie, che radicarsi sempre di più dentro la coscienza: e quando poi mi sono ritrovato tranquillo e beato nel mio fantastico Occidente non sono più riuscito a tornare alla vita di prima, alla naturalezza e quasi non curanza con cui facevo ogni cosa: perché spendendo 15 euro so che spendo la pensione di un’anziana o di un anziano bielorusso. E ancora, per esempio, due settimane dopo essere tornato in Italia sono stato con la scuola a Parigi, per l’annuale e normalissimo viaggio d’istruzione: ma pensavo alla zia settantenne di un bambino, Dzima, che si è fatta sette chilometri a piedi nella neve dal suo villaggio per vedere degli stranieri, perché in tutta la sua vita non ne aveva visto uno fino ad allora.

Ospitalità bielorussaSono rimasto, inoltre, completamente impressionato dalla dignità con la quale la gente vive, pur trovandosi in alcuni casi nella povertà più assoluta: e nonostante questa povertà vieni accolto come se fossi il Papa in persona, ti vengono offerti pranzi enormi, con quantità di cibo che magari loro utilizzerebbero in due settimane se non tre, si svenano per comprare la frutta, e poi ti regalano i dolci, la vodka, i cioccolatini, il lardo…

Insomma, questo viaggio mi è rimasto dentro, mi ha affascinato, mi ha commosso, mi ha fatto incavolare, ma mi ha anche fatto ridere, divertire, conoscere. Il motivo per cui mi sono così innamorato dell’universo slavo non è un motivo concreto, descrivibile, ma può essere efficacemente spiegato con una frase tratta dal libro "Preghiera per Černobyl’" di Svetlana Aleksievič; questa frase rappresenta appunto l’ipotesi da parte di un uomo bielorusso sul perché molti occidentali siano attratti dai luoghi che per lui rappresentano la quotidianità: "Che cosa spinge gli stranieri a venire a trovarci, anche più volte? Che cosa li spinge a visitare i nostri territori? È probabile che per loro il nostro modo di essere, i sentimenti, il nostro mondo rappresentino qualcosa di sconosciuto, di ipnotico…". Ed è effettivamente così, è veramente qualcosa di ipnotico che ti cattura, ti rapisce.

Ma c’è un’altra domanda che dal primo giorno passato lì mi è venuta in mente, a cui però non sono riuscito a rispondere, o almeno non del tutto. Come riescono a vivere ogni giorno, ogni momento della loro vita in una terra così selvaggiamente bella, e a cui loro sono legati come ad un famigliare, con la consapevolezza che per il tempo in cui vivranno sarà sempre avvelenata e letale per ognuno di loro, così come per i propri figli? Quello che credo è che si siano rassegnati a non pensarci, a non portare in continuazione questo fardello sulle spalle: il paesaggio è bello comunque, gli alberi fioriscono, la neve cade e i fiumi scorrono ugualmente. In pratica la loro filosofia di vita è: sto già male, perché stare ancora peggio disperandomi e vivendo di rimpianti?

Di tutte queste mie impressioni ho parlato Sabato 12 in Comunità, raccontando il viaggio tramite una selezione delle 170 foto che abbiamo fatto (tutte erano un po’ troppe…). All’incontro ha partecipato anche Luigi Sandri che ha spiegato la situazione politica della Bielorussia durante l’Urss e dopo, fino alle più recenti vicende.

Dopo esperienze così significative penso sia d’obbligo raccontare e rendere partecipi gli altri di ciò che si è vissuto, visto e pensato; ma penso soprattutto che sia fondamentale sapere che nonostante la noncuranza da parte dei media, situazioni di questo tipo e di questa entità sono presenti in tutto il mondo, provocate dall’ignoranza e dalla paura di perdere prestigio e potere.

Gabriele Marchetti

 
LO TSUMANI: DISASTRO NATURALE, DISASTRO MEDIATICO
Introduzione all'incontro Giovani di S.Paolo del 5 febbraio 2005

CHE COS'È LO "TSUNAMI"?

Tsunami è una parola giapponese data ad un'onda anomala che si abbatte sulle coste con una furia spaventosa. Per comprendere questo fenomeno naturale, occorre prima di tutto distinguerlo dalle onde generate dal vento e dalle maree. Il vento, soffiando sull'oceano, increspa la superficie in onde che creano correnti limitate. Tempeste e uragani possono provocare onde di oltre trenta metri, ma che comunque non provocano correnti sottomarine oltre una certa profondità. E' proprio questo che caratterizza lo Tsunami: la produzione di correnti che raggiungono il fondo marino.

L'onda anomala si produce in seguito ad un cataclisma, quale un terremoto sottomarino, un'eruzione vulcanica, l'impatto di un meteorite o una frana sottomarina. L'evoluzione dell'onda può essere divisa in tre stadi:

  • Generazione: un disturbo del fondo marino (come quelli elencati precedentemente) provoca lo spostamento verso l'alto di una certa massa d'acqua
  • Propagazione: l'onda si propaga in acqua alta con una velocità pari a quella di un aereo di linea per poi rallentare in acque basse
  • Inondazione: nei casi più fortunati lo Tsunami invade la terra ferma quasi come farebbe un'alta marea. Altre volte il ravvicinamento delle creste d'onda in prossimità della costa ne concentra l'intera energia in un volume sempre più piccolo via via che l'onda si propaga in acque basse e la cresta, costretta a rallentare, viene incalzata da quella successiva. Questo fenomeno aumenta l'altezza, la velocità e la massa d'acqua dell'onda.
  • Il termine Tsunami significa, infatti, letteralmente, "onda di porto". Non è un caso che sia utilizzata una parola giapponese per indicare questo fenomeno in quanto il Giappone è il paese maggiormente colpito da queste onde anomale.


    26 Dicembre 2004

    Onda anomalaE' la più grave catastrofe naturale nella nostra storia dal punto di vista geografico e umanitario quella che ha colpito le coste di otto paesi asiatici e cinque africani il 26 Dicembre 2004.

    Numerosi i villaggi distrutti dallo Tsunami, moltissimi i feriti e i morti, dei quali non conosceremo mai il numero esatto. In questi paesi molte persone non sono registrate e non possiedono alcun documento. Semplicemente non sono mai esistite e i loro nomi non appariranno mai in alcuna lista. Un esempio sono i cosiddetti zingari del mare: una popolazione che vive sulle coste del mare asiatico e lungo le rive dei fiumi. Si stima che questi siano circa 35.000 ma è impossibile stabilirne il numero esatto.

    Tra le vittime ci sono molti turisti occidentali. Questo ha suscitato scalpore e un eccezionale interesse da parte dei media: la morte di persone ricche, come la loro vita, sembra contare più della morte dei poveri.

    Il coinvolgimento di occidentali fa di questa una tragedia globale che colpisce ogni nazione. Nessuno può considerarsi fuori pericolo e tutti siamo spinti a fare qualcosa per evitare che in futuro avvengano simili tragedie.

    Così sono state numerose le donazioni, raramente in passato si era manifestata una generosità di questa portata, che tuttavia sarà del tutto insufficiente per risolvere i problemi economici di questi paesi. La generosità dell'uomo, benché importante ed ammirevole, non è una soluzione e non può sostituirsi alla politica.

    Qualcuno crede che il solo colpevole sia lo Tsunami, qualcun altro però non è d'accordo. Una delle cause delle grandi dimensioni di questo disastro è la deforestazione. Le foreste avrebbero potuto ridurre la violenza dell'impatto dell'onda ma, al fine di incrementare il turismo, gli alberi sono stati abbattuti per lasciare spazio alle costruzioni.

    Ma la causa più importante è stata senz'altro la mancanza di informazione. Gli esperti affermano e i fatti lo dimostrano che se si è preparati e informati in anticipo c' è tempo a sufficienza per mettersi al riparo. Gli scienziati americani sapevano quello che stava per accadere ma - affermano - di non avere potuto informare le autorità di questi paesi.

    Una catastrofe naturale di identica intensità causa meno vittime in un paese ricco che in un paese povero. Per esempio il sisma di Bam, avvenuto in Iran il 26 Dicembre 2003 di intensità pari a 6.8 gradi della scala Richter, ha provocato 30.000 morti, mentre una scossa di 8 gradi, che tre mesi prima aveva colpito l'isola di Hokkaido in Giappone, ha provocato solo qualche ferito. Il Giappone e gli Stati Uniti hanno messo a punto un sistema capace di rilevare questi fenomeni e di allertare le popolazioni. Ma l'acquisto, l'istallazione e la manutenzione di un tale sistema hanno costi molto elevati che solo pochi paesi del mondo si possono permettere.

    Questa tragedia ci fa pensare alla globalizzazione che è limitata ad aspetti economici, ma non mette in comune diritti, conoscenze e tecnologie, e soprattutto ci fa rendere conto che senza dubbio non siamo tutti uguali di fronte a questi cataclismi. Ci chiediamo se è ancora lecito parlare di catastrofi naturali, quando è l'iniqua distribuzione delle ricchezze a fare di questi fenomeni terribili tragedie.

     
    CECENIA: L'INDIPENDENZA SOTTO LA CENERE
    Incontro Giovani di S.Paolo del 13 novembre 2004

    Sabato 13 novembre, a S.Paolo, si è tenuto il consueto incontro mensile, questa volta sul delicato tema della situazione in Cecenia. Questo tema non è stato certamente casuale, se ricordate di quanto suc-cesso nella scuola di Beslan proprio nei giorni in cui noi "celebravamo" il nostro Camp annuale e di quanto quella situazione ha sconvolto tutti noi.

    E' intervenuto, per darci lumi, Luigi Sandri, giornalista, che è stato  nell'ex Unione Sovietica come inviato dell'ANSA, e che dell'URSS e degli Stati che la componevano è un fine conoscitore. Nell'impossibilità di raccogliere tutte le sfaccettature del dibattito di quel giorno, ci ha fatto avere questo "promemoria essenziale" sulle ragioni del conflitto tra Russia e Cecenia.


    Luigi SandriRELAZIONE DI LUIGI SANDRI

    Il problema della Cecenia va inquadrato nel suo contesto storico e geopolitico. Per gli zar fu – relativamente – facile conquistare il Caucaso, salvo il territorio montano dei ceceni, guerrieri audaci, di religione musulmana. Infine, a metà Ottocento furono conquistati ma, sotto la cenere, sempre mantennero l’aspirazione ad una patria indipendente.

    Nata l’Urss, la Ceceno-Inguscezia divenne infine una repubblica autonoma all’interno della Federazione russa. Durante la II Guerra mondiale, quando i tedeschi occuparono parte del Caucaso, e solo con gran difficoltà furono infine respinti dall’Armata Rossa, Stalin accusò i ceceni di aver sostenuto l’invasore; per questo fece deportare migliaia di ceceni in Asia centrale. Gli esuli poterono tornare a casa solo dopo che il successore di Stalin, Nikita S. Khrusciov, iniziò la “destalinizzazione”.

    A Grozny, capitale della Cecenia, era insediata una delle più grandi raffinerie di petrolio (proveniente dal Caspio) dell’Urss. 

       Nel ’91 il generale Dzhokar Dudaiev proclamò l’indipendenza della Cecenia (che poi si separò dall’Inguscezia, divenendo questa una repubblica autonoma per conto suo). Implosa l’Urss, e nata nel 1992 la nuova Russia, in Cecenia la situazione rimase confusa, fino a che il presidente russo Boris N. Ieltsyn, nel ’94, ordinò alle truppe di invadere la piccola repubblica. La I guerra russo-cecena  terminò nel ’96 con un patto che lasciava ampia autonomia alla repubblica. Ma nella regione continuarono gli scontri; e il Cremlino non vide di buon occhio l’elezione del presidente ceceno Aslan Maskhadov.

    Nel ’99 iniziò la II guerra russo-cecena (quella in atto ancora nel 2004), costellata da brutali attacchi russi anche contro la popolazione civile cecena, e da clamorosi attentati dei gruppi terroristici ceceni anche contro la popolazione civile russa (al teatro Dubrovka di Mosca, nell’ottobre 2002, e in una scuola di Beslan, Ossezia del Nord, nel settembre 2004*).

    Politicamente, i ceceni sono divisi in tre: 1/ i collaborazionisti con i russi, come il presidente Kadyrov, insediato dal capo del Cremlino Vladimir Putin nel 2000, di fatto destituendo Maskhadov eletto democraticamente dal popolo; Kadyrov è stato assassinato nel maggio 2004; 2/ gli anti-russi “moderati” (come Maskhadov, favorevoli ad attaccare solo l’esercito russo); gli anti-russi estremisti, ispirati da Shamil Basayev, sostenitori di attacchi contro qualsiasi obiettivo russo, anche civile.

    La Cecenia è grande come la Calabria; ha circa un milione di abitanti. Le due guerre russo-cecene in dieci anni hanno fatto più di centomila morti e duecentomila profughi. E danni per sei miliardi di euro.

    Luigi Sandri


    PENSIERI RIBELLI
    Fogli di lavoro per l'incontro S.Paolo - Formia di sabato 1 febbraio 2003,

    a cura di Francesco Napoli
    (con  una "postilla" di  "pensieri ribelli" delle ragazze e dei ragazzi presenti all'incontro)

    Ho voluto dedicare questo incontro ai "pensieri ribelli" del passato e del presente della nostra storia.

         I gruppi dominanti delle società, in cui i 5 personaggi che analizzeremo insieme sono vissuti, (il capitalismo, la Chiesa, l’imperialismo e le varie dittature) per paura della verità, dei cambiamenti e soprattutto di perdere il proprio potere hanno spesso tentato di eliminare il problema alla radice uccidendo gli uomini portatori di un pensiero ribelle che li contrastava.

         Molti sono stati uccisi, ma vivono nei nostri cuori. Molti hanno vinto, molti sono ancora oggi ricordati e adorati: sono i "miti" del nostro tempo.. Ho voluto prendere per esempio 5 portatori di "pensieri ribelli", molto diversi tra di loro, che sono stati tutti ugualmente uccisi... Ma il pensiero di un uomo o di una donna può però uccidere moralmente la tirannia.

         Questi 5 martiri sono stati uccisi, eppure il loro pensiero ha poi contribuito a spazzare via la tirannia o le varie forme di oppressione della società:

    Giordano Bruno

    Mohandas Karamchand Gandhi

    Martin Luther King

    Ernesto "Che" Guevara

    Oscar Arnulfo Romero Galdamez

         E’ chiaro che gli esempi potevano essere scelti in mille modi diversi. Quindi non pretendo che la scelta da me fatta possa completamente essere soddisfacente. Ognuno avrebbe potuto benissimo scegliere altri personaggi.

    Per esempio, possiamo anche dire che un personaggio che ha cambiato il mondo con la sua predicazione ed il suo sacrificio, essendo entrato in contrasto con l’ordine prestabilito del suo tempo, è proprio Gesù di Nazaret… però Lui era un personaggio molto particolare, era il figlio di Dio, mentre qui vorrei parlare soltanto di uomini che hanno cambiato il mondo solo con le loro idee…

         Si potrebbe anche discutere del fatto che tutti i personaggi da me scelti appartengano al sesso maschile. Questo, chiaramente, non vuol certo dire che un pensiero ribelle o una grande idea debba per forza provenire da un maschio. Si può tranquillamente dire che la difficoltà di trovare pensieri ribelli portati da donne è un chiaro segno del fatto che, nel corso dei secoli, le donne sono state ritenute inferiori all’uomo e quindi relegate nel ruolo di madri e di donne di casa. Alle donne, fino quasi ai nostri tempi, sono stati negati i diritti politici e civili, l’esercizio delle professioni, ecc.

         Possiamo ricordare alcuni nomi di donne che stanno lottando per la liberazione del proprio popolo sono: Aung Son Sun Kyi, che lotta per la liberazione della Birmania e Rigoberta Menchù per l’emancipazione femminile in Guatemala (quest’ultima ha ottenuto il premio nobel per la pace ne 1992).


          Il primo esempio dei "pensieri ribelli", quello che ha forse gettato le basi del pensiero moderno con la pretesa di esprimere il proprio "libero pensiero" è un uomo del ‘500, Giordano Bruno. E’ stato bruciato sul rogo a Campo de’ Fiori dove ora sorge un monumento a lui dedicato.

     

    L’eretico errante:
    GIORDANO BRUNO

    Giordano Bruno, frate domenicano, nacque a Nola nel 1548. Ebbe personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere. Per aver letto gli scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.  Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni (Savona, Torino, Venezia, Padova, Bergamo, Brescia, Lione, Ginevra, Tolosa, Parigi, Londra) durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.). A Parigi e Londra fu professore nelle Università ma, a causa del suo carattere restò così inviso a una parte dei suoi colleghi. Si interessò di cosmologia, difese le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra e fu costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con l’ambiente culturale e religioso del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia (Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico) ed il suo antiaristotelismo Insegnò anche a Wittemberg ed a Praga dove, per poter insegnare aderì al luteranesimo. Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato da varie città dell’Europa. Fu denunciato all’Inquisizione: durante il processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, ma si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine. Bruno, rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo". Il successivo giovedì 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte".
    Non è qui il caso di approfondire il sistema filosofico di Giordano Bruno, ma il solo pensare che la terra, da centro di un limitato universo, oggetto specifico e privilegiato dell’azione creatrice di Dio, diventi un minuscolo puntolino in un universo infinito e tra mondi infiniti rendeva – per la società del suo tempo - le Scritture, i profeti e i dogmi come imperfettissime ombre di una realtà che la filosofia mostrava ben più grande. Si trattava, in un certo senso, di un tentativo di sostituire una nuova "summa" sull’universo a quella tradizionale di  S. Tommaso. E questo fu considerato un pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla filosofia e della religione sulla ragione.

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     Per un altro verso, la storia dell’umanità è stata segnata dall’uso della violenza e della guerra come modo di risolvere i problemi tra le nazioni o all’interno delle nazioni stesse (guerre civili). Terrore, morti in un numero inimmaginabile, campi di sterminio, bombe atomiche, guerre di conquista portate dagli europei in altri paesi, ecc…

         C’è stato in questo secolo, nel Novecento, un personaggio le cui idee hanno prodotto un risultato spettacolare: l’indipendenza di una intera nazione ottenuta senza ricorrere all’uso della forza ma dell’intelligenza, dell’amore con semplici ma forti parole. Si tratta di Mohandas Kamarchand Gandhi.

     

    La forza della Verità:
    MOHANDAS KARAMCHAND GANDHI

    Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948). Nato da un’agiata famiglia della casta die commercianti, studiò prima in India poi a Londra, dove si laureò in legge. Tornato in patria nel 1891 esercitò l’avvocatura sino al 1893, allorchè si recò in Sudafrica, dove si dedicò alla difesa dei connazionali emigrati. Nel 1906 organizzò a Johannesburg la prima campagna di resistenza non violenta, una forma di lotta che consisteva nel rifiutare obbedienza alle leggi ingiuste, accettando le sanzioni conseguenti alla loro violazione. Si unì poi ai nazionalisti in una campagna di disobbiendenza civile contro il colonialismo inglese e fu imprigionato per 6 anni. Nel 1930, diresse la "marcia del sale" contro l’imposta britannica. Alla fine della seconda guerra mondiale si oppose all’idea di smembrare il subcontinente indiano fra India e Pakistan e indisse campagne contro le violenze tra indù e musulmani. Gandhi fu assassinato il 30 giugno 1948 da un fanatico indù mentre si adoperava a porre fine alla guerra civile tra indù e musulmani.

    Il pensiero di Gandhi si basa su tre punti fondamentali:

    · Autodeterminazione dei popoli: Gandhi riteneva fondamentale il fatto che gli indiani potessero decidere come governare il loro paese, perché la miseria nella quale si trovava dipendeva dallo sfruttamento delle risorse da parte dei colonizzatori britannici.

    · Nonviolenza: è necessario precisare che tale precetto non si ferma ad una posizione negativa (non essere causa di male agli altri) ma possiede in sé la carica positiva della benevolenza universale e diventa l’"amore puro" comandato dai sacri testi dell’Induismo, dai Vangeli e dal Corano. La nonviolenza è quindi un imperativo religioso prima che un principio dell’azione politico-sociale.
    Il Mahatma rifiuta la violenza come strategia di lotta in quanto la violenza suscita solamente altra violenza. Di fronte ai violenti e agli oppressori, però, non è passivo, anzi. Egli propone una strategia che consiste nella resistenza passiva, il non reagire, in altre parole, alle provocazioni dei violenti, e nella disobbedienza civile, vale a dire il rifiuto di sottoporsi a leggi ingiuste.
    "La mia non-cooperazione non nuoce a nessuno; è non-cooperazione con il male,… portato a sistema, non con chi fa il male".

    · Tolleranza religiosa: "… il mio più intimo desiderio" dice Ghandhi "… è di realizzare la fratellanza … tra tutti gli uomini, indù, musulmani, cristiani, parsi e ebrei". Gandhi sognava la convivenza pacifica e rispettosa dei tantissimi gruppi etnici e delle diverse professioni religiose presenti in India. Queste erano delle ricchezze che dovevano convivere e non dividere politicamente la nazione. Purtroppo, gli eventi non andarono come sperava Gandhi.

         Il messaggio che il Mahatma ci lascia è molto attuale e la storia contemporanea, purtroppo, continua ad essere macchiata dalla guerra e dalla violenza.

         Gandhi, "piccolo grande uomo", riesce con le sue sole forze, a sconfiggere il potente Impero britannico e a realizzare il suo grande sogno dell’indipendenza per il suo paese. Come? Con la forza sbalorditiva della nonviolenza, del boicottaggio pacifico, della resistenza passiva e della ricerca della Verità (Dio).

         Come possiamo rendere attuale Gandhi? Come possiamo essere anche noi portatori di pace?

         Gandhi dimostra che la forza di un singolo uomo può diventare la forza di un popolo intero. Non dobbiamo quindi disperare se ci sembra che poteri superiori vogliano decidere per noi e armarci la mano. Gandhi stesso, con le sue parole, ci incoraggia a "cercare … la propria strada e … seguirla senza esitazioni" e a "non avere paura". Rivolgendosi a ciascuno di noi aggiunge: "…affidati alla piccola voce interiore che abita il tuo cuore e che ti esorta ad abbandonare …, tutto, per dare la tua testimonianza di ciò per cui hai vissuto e di ciò per cui sei pronto a morire".

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    Sull’esempio di Gandhi, negli anni ’60 negli Stati Uniti un uomo di colore volle sconfiggere il razzismo con l’ideologia dell’amore, utilizzando la non-violenza. Si tratta di un difensore dei diritti civili e politici di uomini e donne di colore che con il suo pensiero vincente ha spazzato buona parte della intolleranza tra bianchi e neri che purtroppo non è stata ancora del tutto sconfitta in America: Martin Luther King.

     

    L’uomo che non conosceva la diversità:
    MARTIN LUTHER KING

    Martin Luther King, Jr. (1929-1968). Trascorse un infanzia felice fino all’età di 8 anni, però crescendo, M.L. King si accorgeva sempre più che le persone che lo circondavano non seguivano i principi che gli erano stati insegnati. Si accorse che le persone nere e quelle bianche erano trattate in maniera differente. Per lui era inconcepibile che ci fosse quella differenza, per quale motivo? Cosa c'era di diverso da un bambino bianco e uno nero? Perchè i neri venivano trattati così male?
    Dopo aver studiato in un college nel 1954 si laureò e divenne Pastore della Chiesa Battista in Alabama. Da questo momento divenne il "Dr. King".. Iniziò così il suo movimento a favore dei diritti umani tanto che nel settembre del 1957 il congresso degli Stati Uniti creò la Commissione per i Diritti Civili e la Divisione per i Diritti Civili del dipartimento della giustizia, un corpo ufficiale che doveva investigare sulle irregolarità. Si impegnò nello studio e nell'applicazione della lotta non violenta. Nell'agosto del 1963, a Washington, il Dr. King fu a capo di un'enorme manifestazione contro i soprusi razziali pronunciando il discorso che entrò nella storia: "I have a dream", io ho un sogno, dove univa i criteri della non violenza ai principi cristiani.
    Nel 1964 gli fu assegnato il premio Nobel per la pace e fu ricevuto in Vaticano da Papa Paolo VI.
    Nell'aprile del 1968, a Memphis (Tennessee), vennero sparati dei colpi di pistola dall'edifcio di fronte. Il corpo di Martin Luther King cadde riverso sulla ringhiera. Erano le ore 19 del 4 aprile 1968.

     

    LA FORZA DI AMARE

    "…La conseguenza della nonviolenza è la creazione di una comunione di amore, mentre la conseguenza della violenza è un tragico risentimento"

    "…La violenza ci riporta indietro di 10 anni. Ci fa perdere ciò che abbiamo conquistato"

    "… È necessario condividere la sorte dei fratelli più poveri perché la lotta abbia successo"

    "Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi.

    Noi non possiamo in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora.

    Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L’amore è il più potere più duraturo che vi sia al mondo".

     

    "I have a dream" (di Martin Luter King)

    §         Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

    §         Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

    §         Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

    §         E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

    §         Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

    §         Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

    §         Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

    §         Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

    §         Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

    §         Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

    §         E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

    §         Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

    §         Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

    §         Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

    §         Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

    §         E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

    §         Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

    §         Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

    §         Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

    §         Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

    §         Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

    §         Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

     

    Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
    Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
    Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
    Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
    Ma non soltanto.
    Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
    Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
    Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
    E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

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     Sempre in America, ma in quella del Centro e del Sud, solo raramente i governi erano scelti dai rispettivi popoli con libere elezioni democratiche. Nella maggior parte dei casi invece si trattava di governi dittatoriali, militari o civili, creati e sostenuti dagli Stati Uniti, che intendevano così conservare la loro situazione di sfruttamento delle risorse del continente.

    I popoli di ogni singola nazionalità hanno affrontato spesso i momenti più cruenti e violenti della loro storia per potersi liberare. Il personaggio portatore di pensiero ribelle del quale parleremo è uno che ha maturato esperienza di vita e soprattutto di lotta in vari paesi: Si tratta di un rivoluzionario, Ernesto Guevara, conosciuto come il "Che".

     

    Dall'Argentina al Messico alla Bolivia, passando per Cuba:
    ERNESTO GUEVARA, PROFESSIONE RIVOLUZIONARIO

    Ernesto Guevara de la Serna (1929-1967) è, dopo Fidel Castro, il personaggio più famoso della rivoluzione. Argentino, medico, sofferente d'asma fin dall'infanzia, con una spiccata sensibilità letteraria testimoniata anche dal suo epistolario, visse in vari paesi dell' America latina tra il 1953 e il 1955, quando a Città del Messico conobbe Castro e si unì al gruppo guerrigliero. Nei due anni di guerra civile si distinse rapidamente per le doti di comando e per la sua austera intransigenza di principi. Alla fine del 1958 guidò una delle colonne d'invasione da Oriente a Las Villas e Santa Clara, dove sconfisse una parte dell'esercito batistiano. Alla fine del 1959 fu nominato presidente del Banco Nacional, e poi nel 1961 ministro dell'industria fino al 1965, quando sparì rapidamente e riapparve un anno dopo in Bolivia alla testa di una formazione guerrigliera. Nel 1967, pubblica un’articolo che accusa imperialismo americano "Creare due, tre molti Vietnam". Scoperto dai rangers boliviani con l’aiuto di specialisti nelle lotta antiguerriglia venuti dagli USA, Guevara fu ferito e poi fucilato il 9 ottobre dello stesso anno.

    Il pensiero di un rivoluzionario maturato nel corso di moltissime lotte anti-dittatoriali si basa su un’ideologia molto diversa a quella di Gandhi e M.L.King. Infatti leggendo l’articolo "Creare due, tre molti Vietnam", si scoprono molte varietà di contestazione, tra cui lo scopo era l’indipendenza di paesi latino-americani, africani e asiatici. Appoggiava la lotta per la libertà del Vietnam, che aveva combattuto prima una guerra di liberazione coloniale contro i francesi e dove si era poi sviluppata una guerriglia contro il governo del Vietnam del Sud appoggiato dagli americani (il Vietnam del Nord era governato invece dai comunisti guidati da Ho-Chi-Min). Riteneva che lo stesso tipo di lotta rivoluzionaria e violenta potesse estendersi alle dittature sud-americane. Il linguaggio usato dal Che è molto violento e può sembrare estraneo alla nostra sensibilità. Va certo inquadrato nella particolare situazione di violenza esistente allora nei paesi del sud-america, ma comunque contrasta con quello usato da Gandhi o da M.L.King. anche se si nota molto il suo appoggio al libero pensiero. Si nota il suo appoggio alla lotta armata come unico sistema per sconfiggere l’imperialismo USA, non essendo utilizzabile la difesa non-violenta della patria stessa o dei propri diritti. Ernesto Che Guevara, oggi è considerato un mito da molti ma non da tutti, proprio perché considerato da alcuni altri un estremista. Le figure di Gandhi o di M.L.King godono di un consenso più vasto, perché la loro posizione è condivisibile da una parte maggiore dell’opinione pubblica.

     

    Stagioni (di Francesco Guccini)

    Quanto tempo è passato da quel giorno d'autunno
    di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno,
    fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia,
    giovanili ciarpami, arrivò la notizia...

    Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto,
    sapere a brutto grugno che Guevara era morto:
    in quel giorno d'ottobre, in terra boliviana
    era tradito e perso Ernesto "Che" Guevara...

    Si offuscarono i libri, si rabbuiò la stanza,
    perché con lui era morta una nostra speranza:
    erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni,
    erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni...

    "Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
    che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...
    "Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
    che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...

    Passarono stagioni, ma continuammo ancora
    a mangiare illusioni e verità a ogni ora,
    anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti:
    " Forza Compagni, all'erta, si deve andare avanti! "

    E avanti andammo sempre con le nostre bandiere
    e intonandole tutte quelle nostre chimere...
    In un giorno d'ottobre, in terra boliviana,
    con cento colpi è morto Ernesto "Che" Guevara...

    Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
    che "Che" Guevara è morto, mai più ritornerà,
    ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni
    e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni...

    "Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
    che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...
    "Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
    che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...

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    Nella stessa America Latina, intorno agli anni 80, le dittature son ancora frequenti. Alcune, come quella argentina, sono cadute per la loro stessa incapacità di governare, altre che duravano da anni (come quella di Somoza in Nicaragua) cadono sotto la forza del popolo. Nel San Salvador, un paese sotto la dittatura militare, si fanno frequenti gli scontri tra guerriglieri e truppe governative. Un semplice uomo di Chiesa, non accettando questa situazione che dura da almeno 6 anni, decide di schierarsi dalla parte dei civili alimentando così forti polemiche, non sembrando accettabile che un ministro della Chiesa non appoggiasse il governo. Per questo fu accusatodi essere un uomo dal passato di sinistra..Oscar Arnulfo Romero era un conservatore...

     

    MONSIGNOR OSCAR ARNULFO ROMERO GALDAMEZ

    Oscar Arnulfo Romero (1917-1980). Da piccolo Oscar era timido e riservato, amava le cose semplici ma anche comunicare con gli altri, si poteva già intravedere la sua inclinazione al sacerdozio. Il 25 aprile 1970 fu eletto Vescovo ausiliare per l’Archidiocesi metropolitana di San Salvador. Nel giugno del 1975, i militari del governo uccidono freddamente degli innocenti, fino a quel momento, Mons. Romero non aveva capito che dietro le autorità civili e militari, dominava una dottrina che, facendo uso del terrore e con ferocia inaudita si permetteva di eliminare qualsiasi cosa ostacolasse, o potesse diventare un potenziale pericolo, agli interessi della Patria, così come essi l’intendevano, e cioè toccava le strutture del potere economico e civile del paese, gli interessi della classe economica dirigente.Nel 1977 Romero venne nominato Arcivescovo di San Salvador. A causa della sua posizione in difesa della vita umana, nel febbraio 1978 l’università di Georgetown (Stati Uniti) concesse la laurea "honoris causam" a Mons. Romero. Mons. Oscar A. Romero G., quel bambino timido proveniente da un paese sperduto tra le montagne di El Salvador, si era convertito nel difensore dei diritti della persona umana calpestata da un sistema che cercava di mantenersi nel potere facendo uso della violenza. La posizione dell’Arcivescovo ormai aveva valicato le frontiere e si era guadagnato il titolo di "Voz de los que no tienen voz". La domenica 23 marzo 1980, Mons. Romero pronunciò la sua ultima omelia nella Cattedrale di San Salvador in cui si espresse: Nel nome di Dio e di tutto il popolo che soffre, vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino, cessi la persecuzione contro il popolo….Il 24 marzo, alle ore 18:25, Mons. Romero celebrava la santa messa nella cappella dell’ospedale per ammalati terminali di cancro "La Divina Provvidenza". Un cecchino gli sparò vari colpi con un fucile automatico al momento dell’offertorio, l’assassino riuscì a dileguarsi servendosi della confusione creata e all’aiuto di alcuni collaboratori.

    In un intervista:

    "Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza.

    Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale?Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benchè alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano.

    Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare

    torna ai nomi


    ANCHE NOI ABBIAMO UN SOGNO...

    "I have a dream":disarmo completo, in tutte le nazioni, delle armi e delle bombe nucleari.    
        Un mondo senza confini politici e religiosi.
      Il mio sogno è di aiutare gli altri nel compiere il loro sogno. E vorrei un cane.  
    "no war"

    no alle guerre religiose,

    no alle guerre politiche,

    no alle guerre…..

       
        Che tutti siano fratelli.
      Il mio sogno è : che le persone del mondo abbiano più umanità, disponibilità e comprensione verso i propri simili.  
    Vorrei cambiare il mondo in meglio e rimuovere lo schifo che c’è.

    Vorrei volare.

       
        Vorrei vedere meno gente persa o almeno capire perché si perde…

    Vorrei una classe politica utile anche agli altri.

      Il mio sogno è di vivere io e il mio piccolo mondo in serenità, in pace.

    Di avere una famiglia e dei figli, un lavoro soddisfacente e non di essere afflitto da terribili malattie. Solo questo.

     
    Il mio sogno è quello di riuscire sempre a sognare, ad andare avanti, a cadere e poi

    rialzarmi, a sperare, a gustare ogni singolo attimo della mia vita, a guardare al di là della punta del mio naso, ad amare senza aver bisogno di essere amata.

       
        Il mio sogno più grande è quello di vivere finalmente in un mondo senza più guerre,

    senza più violenze, di qualsiasi tipo esse siano.

    Spero che un giorno si avveri.

      Vorrei che i giovani non smettano mai di pensare e di sognare.

    Vorrei anche che noi adulti anche a ottant’anni riuscissimo a pensare e a costruire altri mondi possibili.

    Sogno che le persone anziane che hanno lottato possano andarsene tranquille perché

    I giovani raccoglieranno i loro sogni ribelli.

     
    Il mio sogno è un mondo senza guerre né scontri, ma dove si possa vivere in armonia,

    e ci sia la pace tra i popoli.

     
        PEACE AND
    4EVER –LOVE-
      Io ho un sogno...Continuare a sognare di poter cambiare il mondo.  
    Ciao! Sogno anche di girare il mondo, qualunque luogo per poter: vedere, capire ogni cultura.    
        Il mio sogno è un mondo dove si possa convivere in pace e amore, un mondo dove i sogni non sono falene che volano verso la morte.
      Ho un sogno..

    Credo fermamente nella necessità di unirsi per affrontare le tante difficoltà che abbiamo nella nostra vita.

    Il mio sogno è di incontrare persone con cui condividere le mie azioni.

     
    Forse sarà megalomane, ma io mi trovo spesso a sognare di voler cambiare il mondo.

    Quando guardo la TV inorridisco e in quei momenti mi sento impotente ma so di dover crescere e di non essere inutile se non voglio esserlo.

     
    PARLIAMO DI SESSUALITÀ


    PENSIERI SPARSI...

    Allora ragazze e ragazzi, io sono Maria Edoarda, sono un medico. Veramente sono una pediatra. Però sapete che è successo ? Alcuni tipi e tipe della Comunità di S. Paolo mi hanno detto:" Sai che c’è? Il gruppo dei giovani quest’anno ci ha chiesto di parlare anche della sessualità e noi non sappiamo….. dove mettere le mani !!!! Ci aiuteresti ? Abbiamo saputo che hai già fatto degli incontri con il gruppo scout di Vincenzo della periferia di Roma – veramente non ricordo il nome della parrocchia – e che quelle e quelli ti sono stati a sentire con interesse ed erano interessati pure i capi. E dai non farti pregare !!!! "

    "Va bene" dico io, "ma quelli ne sanno più di me e voi messi insieme. Non è più come ai miei tempi (ehi non crediate che poi i miei tempi siano tanto lontani  – anche io sono giovane ! o forse giovanile ? mah, quando ci conosceremo di persona me lo direte). Ormai i genitori parlano con i figli anche del sesso, spiegano loro tutto ancora prima che comincino a … sentire la voglia. E se non lo fanno i genitori ci pensano i professori a scuola. E se la situazione sfugge di mano pure a questi,  vengono a scuola quelli del Consultorio Familiare magari pure con lo psicologo e ti tirano giù una solfa che mezza bastava".

    "Ma dai" dicono loro "tu lavori pure in Consultorio e non lo sai che poi alla fine i genitori, i professori, i ginecologi spiegano sì, ma poi i figli, le ragazze e i ragazzi non fanno loro le domande che veramente vorrebbero fare. E poi ce lo hanno chiesto, una ragione ci sarà. Una risposta gliela dobbiamo !!!"

    Vi dirò che ho accettato, perché, in fondo, ripetere fa sempre bene e creare occasioni in più di incontro non guasta. Non hanno neanche dovuto insistere molto: mi piaceva pure l’idea di farmi una bella chiacchierata con dei giovani, ascoltare le loro domande con la paura di non saper rispondere a tono, di non riconoscere le espressioni gergali attuali.

       Insomma, per farla breve, ci siamo visti un sabato pomeriggio dalle 17,30 alle 19,30 ( e abbiamo finito perché ciascuno di noi aveva degli impegni per la serata, se no avremmo continuato). E ci siamo pure divertiti. Io a fargli vedere le immagini degli organi sessuali maschili e femminili su un manichino e su dei cartelloni, che se li avessero visti per strada avrebbero detto che erano ….osceni! E loro, dopo che si era scaldato un po’ l’ambiente, a fare domande.

    Io ho cercato di essere il meno pallosa possibile e allora ho raccontato loro e quasi mimato il viaggio che fa l’ovulo femminile, durante il ciclo, dall’ovaio fino all’utero. Che avviene la mestruazione della ragazza con l’espulsione dell’ovulo se questo non incontra lo spermatozoo, cioè se non c’è stato il rapporto o se non s’è fatto zum - zum – se vogliamo dire così -.

    Mentre invece, se c’è stato il rapporto, l’ovulo incontra lo spermatozoo nelle tube (solo uno di tutti quei milioni che sono emessi in ogni eiaculazione) e continuando il suo viaggio, dopo circa 5-6 giorni, si annida nella mucosa uterina, che si è preparata con l’aiuto di alcuni ormoni ad accoglierlo, e da gamete comincia la sua trasformazione in embrione.

    Abbiamo parlato del ciclo mestruale, del gioco che fanno gli ormoni nel corpo femminile e dell’ipofisi, una specie di hard disk che contiene i regolatori degli ormoni sessuali come di altri ormoni che ci servono per vivere.

    Non vi credete che gli ormoni ce li hanno solo le femmine. No, ce li hanno pure i maschi, anche se un po’ differenti. Però abbiamo parlato di più di quelli femminili perché la maggior parte delle domande le hanno fatte le ragazze. A proposito, del gruppo erano presenti sette ragazze e due ragazzi e dei grandi, per così dire, eravamo due maschi e tre femmine, tutti della Comunità di S. Paolo.

    Certo farvi una sintesi di tutto quello di cui abbiamo discusso non è facile. Vi dico gli argomenti così come mi vengono: il ciclo mestruale delle ragazze, come ci si accorge che i ragazzi sono sviluppati (per i curiosi la risposta è che hanno la prima erezione), come è posizionato l’utero nel basso addome, come e perché i testicoli stanno li dove stanno (sempre per i curiosi nelle borse scrotali), quando è utile fare il test di gravidanza per sapere che è successo di un rapporto a rischio (ai curiosi abbiamo spiegato che fare il test subito dopo il rapporto non serve, ma si devono aspettare almeno 7 giorni per il test sul sangue – beta HCG – e almeno 15 giorni per il test sulle urine).

    Abbiamo parlato anche della pillola del giorno dopo e degli altri contraccettivi, dei rapporti che possono essere a rischio non solo di gravidanza ma anche di malattie sessualmente trasmesse, delle mestruazioni abbondanti e di quelle dolorose, dei consultori familiari.

    Sono anche state raccontate le dicerie e storie che si dicevano e si dicono ancora sulle donne quando hanno le mestruazioni: non possono toccare le piante altrimenti si seccano; fanno impazzire la maionese; non possono fare i pomodori in bottiglia perché poi scoppiano. Ho allora approfittato per dire come la penso sull’argomento: la capacità di generare e far nascere dei bambini e delle bambine è quello che assicura all’umanità la sopravvivenza della specie umana. E’ quindi un grande potere che hanno le donne e che è sempre stato invidiato dagli uomini, che in verità gestiscono tutti gli altri poteri e vorrebbero avere anche questo. Le mestruazioni delle donne sono la manifestazione visibile del potere di generare. I maschi non potendo avere anche questo fondamentale potere (avete mai visto un maschio incinto o con le mestruazioni?) hanno, attraverso i secoli, messo in giro dicerie che sono poi entrate nella nostra cultura: le mestruazioni fanno male, fanno seccare le piante, impazzire la maionese e inacidire i pomodori in bottiglia, la gravidanza è un momento di debolezza per la donna. Sarà dura continuare a spiegar loro che non è vero, come è dura far capire ai maschi che il loro desiderio sessuale ha la stessa intensità del desiderio sessuale femminile.

    Questo però lo abbiamo lasciato alle prossime puntate.

    E sì perché ci saranno almeno altri due incontri: sugli aspetti relazionali e psicologici della sessualità e sugli aspetti culturali e religiosi.

    Sono curiosa di sapere come continuerà, perché poi alla fine mi sono resa conto che, per quante lezioni o chiacchierate ci abbiano fatto, sulla sessualità i dubbi sono sempre tanti e pensiamo sempre di non essere normali, quando il segreto (ora ve lo svelo) è che ciascuno di noi è un meraviglioso individuo unico e speciale così come unica e speciale è la sua sessualità.     

    Ciao e a presto, e se nel frattempo vi venissero in mente altre domande e dubbi andate al consultorio familiare della vostra zona (cercatelo, c’è sicuramente) e lì troverete persone più o meno simpatiche, ma sicuramente preparate a rispondervi.

    Maria Edoarda Trillò



    LA "PAURA DELLE PAURE"

    L'incontro di un gruppo di adolescenti che comunicano esperienze sentimentali, dubbi, fantasie e domande sulla sessualità è avvenimento raro, che richiede la presenza di adulti qualificati. Nel nostro caso, è stata presente una pediatra, una psicologa, un educatore con una profonda formazione "laicamente religiosa" e i giovani educatori che seguono il gruppo in maniera permanente. Gli incontri avvenivano in maniera separata con i diversi "esperti", ma avevano come obiettivo anche quello di preparare un clima empatico. Nel terzo incontro, presenti tutti gli esperti, i ragazzi hanno comunicato tra loro, in una sorta di dialogo tra la sessualità maschile e quella femminile. Che fare di quest’esperienza e, soprattutto, quale obiettivo è stato raggiunto?

    Si è appreso ad affrontare insieme la "paura delle paure", riuscendo ad attribuire un nome e un pensiero a fantasie o desideri destinati altrimenti a rimanere muti, divenendo cosi fonte di disagio.


    (...) «La volta scorsa si è affrontata quella parte della sessualità che richiede un'informazione-conoscenza scientifica. Naturalmente questa cose non sono mai così scientifiche, ma una conoscenza è necessaria. Stasera faremo esattamente l'operazione contraria, quindi riprendiamo queste conoscenze e le mettiamo all'interno di un "corpo d'amore", cioè le mettiamo all'interno di un corpo amoroso. Non un "corpo oggetto", ma un "corpo soggetto", quindi capace di amore e soprattutto bisognoso di amore Ognuno di noi a qualsiasi età ha bisogno di cure amorevoli. La sessualità l'affronteremo da questo punto di vista(…).
    (…) La caratteristica del nostro essere persone è proprio quella di essere il frutto di un desiderio altrui. E su questo ci dobbiamo rassegnare: questo marchingegno che ci mette al mondo è qualcosa che andremo a cercare per tutta la vita e non troveremo mai, perché è proprio di quel momento e basta. Ma nella nostra esistenza andremo sempre alla ricerca di quel "Paradiso Perduto".
       Qual è il "Paradiso Perduto"? E' quel momento in cui sto nella pancia di mia madre (e ci siamo stati tutti, questa è un'esperienza che accomuna maschi e femmine, anche i maschi hanno abitato la pancia della madre) e quello per noi rimane un punto irraggiungibile, perché siamo "due in uno", perché c'è una simbiosi, perché quello che fa l'altro è protettivo, perché siamo in un luogo splendido (lo immaginiamo splendido), protetto, fatto su misura, quindi: che vogliamo di meglio? E quella condizione vorremmo averla sempre, e invece dobbiamo rassegnarci a non averla mai. Per questo, come esseri umani, siamo esseri alla ricerca di qualcosa che non troveremo. "Ammazza che bel destino che abbiamo!". Per fortuna troviamo altre cose, ma quella proprio no, e questo ci caratterizza.
       Cosa c'entra questo con la sessualità? Questo è il centro della sessualità, perché a partire da come siamo accolti si determina, se non proprio il nostro destino, un'apertura della strada, una strada particolare. Ognuno di noi ha una strada molto propria a se stesso e anche molto misteriosa.
       L'essere umano, che pure aspira a qualcosa che non troverà mai, è determinato da un unico obiettivo: il piacere, mentre tutto ciò che da dispiacere tentiamo di evitarlo. C'è un istinto che ci porta alla ricerca del piacere e all'allontanamento dal DISpiacere.» (...)

    Paola Cecchetti



    SESSUALITA'

    Presupponendo tutto ciò che è stato detto nelle precedenti riunioni sia dal punto di vista medico che dal punto di vista psicologico, vorrei parlare dei percorsi per arrivare a quella relazione complessa che chiamiamo amore. Le indagini sociologiche ci dicono che moltissimi tra i giovani pensano a questo percorso ideale, forse anche difficile da fare, che ad un certo punto porta all’incontro con l’altro/l’altra con cui si decide di condividere la propria vita.
       Questo percorso non è così diffuso ed è molto recente. Si parla di matrimonio d’amore da due secoli a questa parte. Per centinaia di migliaia di anni ci si è congiunti, amati, litigati, si sono fatti bambini, ma l’esperienza dell’umanità rispetto al matrimonio d’amore, che presuppone una scelta, è recente e ancora minoritaria, non riguarda tutto il pianeta. Qualche sera fa c’è stato un servizio televisivo sui matrimoni in India, che in gran parte vengono combinati dai genitori. Il ragazzo e la ragazza si conoscono solo dopo che il matrimonio è avvenuto. Una ragazza, che stava per sposarsi, raccontava nell’intervista di non conoscere il suo futuro marito e diceva comunque: “Poi lo amerò”. L’amore non è in queste esperienze il presupposto, il punto di partenza di un percorso per arrivare ad una unione sessuale, ad avere un progetto comune di vita, di casa, bambini, un progetto di condivisione di esperienze. Tutto questo viene dopo, prima c’è la situazione di fatto, che viene legalizzata e consacrata dai rituali del tempo e del posto.
       Ci sono tanti altri tipi di percorsi e di storie. Mi viene in mente una storia che è narrata nella Bibbia. Una storia bella ma crudele. Racconta il libro del Genesi che Dina, la figlia di Giacobbe, uscì per incontrarsi con le ragazze del paese, in cui lei con la sua famiglia erano arrivati durante il loro viaggio. Sichem, principe dei sichemiti, la vide, la rapì e la violentò. Poi però la guardò con tenerezza - rara in quei tempi la tenerezza nel maschio - se ne innamorò e la chiese in sposa. I fratelli di Dina finsero di accettare la richiesta di matrimonio, ma poi con uno stratagemma uccisero i maschi dei sichemiti e si ripresero la sorella, senza chiedersi nulla sui sentimenti di lei.
       Ci sono – e ci sono stati nella storia dell’umanità - matrimoni combinati, matrimoni imposti o negati. Storie che sentiamo lontane da noi e che sono comunque i percorsi di tanta parte dell’umanità, attraverso i quali tante persone si sono incontrate, hanno sofferto, si sono amate. Qual è un percor per i ragazzi e le ragazze di oggi, che abitano nella nostra parte del mondo? Proviamo a tracciarlo.
       All’inizio l’incontro è basato sulla simpatia. Qualche volta però questo tipo di incontro può essere superficiale. Correlata alla simpatia c’è l’antipatia. Spesso chi è timido, chi si sente diverso dagli altri, per nascondere la propria timidezza può mostrarsi aggressivo, assumere atteggiamenti antipatici, ci può apparire goffo o con la puzza sotto il naso. Tutto questo non va preso passivamente, nei rapporti con gli altri bisogna reagire alla simpatia e all’antipatia. Bisogna chiedersi perché quel ragazzo o ragazza ha un comportamento ritroso, sfuggente e cercare di capire se dietro quel comportamento non si stia difendendo da qualcosa. Per approfondire il rapporto con una persona c’è bisogno di un atteggiamento di comprensione - forse un po’ faticoso, ma sicuramente positivo e bello - che ci aiuta a vincere l’aspetto superficiale della simpatia e dell’antipatia e ad andare oltre.
       Oltre alla simpatia e all’antipatia ci può essere l’affiatamento. Essere affiatati vuol dire fare bene qualcosa insieme, come succede per esempio tra i giocatori di una squadra i calcio o fra due ballerini.
       Un altro passo di questo percorso che stiamo tracciando è l’amicizia. Gli amici stanno bene insieme e possono anche desiderare di appartarsi. Il gruppo ad un certo punto satura il nostro mondo di emozioni e di contentezza, preferiamo allora palare con un amico o un’amica, condividere dei sentimenti, farci delle confidenze, parlare di qualcosa di riservato, che non diremmo ad altri, qualcosa di cui abbiamo pudore.
       Un altro livello ancora è quello dell’attrazione. Non è ancora amore, però è desiderio intenso e ricerca di incontro. Talvolta l’attrazione potrebbe non essere ricambiata e allora ci può essere delusione e gelosia. L’attrazione è l’anticamera dell’amore.
       Per parlare di amore è necessario che ci sia empatia, è necessario cioè sentire quello che prova l’altro/l’altra. E’ qualcosa di diverso da ciò che capita ad esempio ad un professore, che riesce a capire ciò che sta succedendo ad un ragazzo, questa è intelligenza, esperienza, non è empatia. L’empatia è sentire nel proprio mondo di emozioni quello che sente l’altro o l’altra.
       Nell’amore e nei gesti amorosi l’empatia è importante. Se uno dei due – normalmente è il ragazzo – non sente ciò che sente l’altra si perde la sintonia, si può essere apparentemente tanto vicini, ma in realtà tanto lontani, e può succedere anche che gesti o parole siano vissuti come violenza. Nei rapporti sessuali ci può essere violenza, anche quando non c’è stupro, o comunque ci può essere offesa, pressione, da parte di chi si misura solo sul proprio piacere, che corrisponde a delusione e freddezza dall’altra parte.
       L’importante non è vincere la battaglia delle prestazioni, ma volersi bene davvero, nel senso pieno della parola, spiritualmente, emozionalmente, sentimentalmente, fisicamente, e lasciarsi guidare da questo per arrivare a condividere emozioni e piacere, evitando così il rischio di considerare e trattare l’altro/l’altra come oggetto.
       Anche ammettendo che si possa avere un incontro solo per gioco, è un principio etico indiscutibile che a giocare bisogna essere in due. Il gioco non ha senso e diventa crudele quando manca una reciprocità, quando c’è chi gioca e chi viene coinvolto in  emozioni e sentimenti destinati a rimanere delusi. Non si può giocare con i sentimenti e la fragilità dell’altro o dell’altra.    
       
    L’interrogativo che ci poniamo è se l’incontro sessuale – amicizia tra sessi, esperienza di vita o anche semplice gioco – si limiti costantemente al provvisorio, o se, almeno sull’orizzonte, non appaia la prospettiva di una relazione stabile e fedele. Relazione che può rimanere anche quando lo stare insieme nella stessa condizione di vita o nello stesso progetto diventa difficile, tormentoso o problematico per motivi di salute, per raffreddamento del rapporto o per cause esterne.
       Oltre alla simpatia e all’antipatia ci può essere l’affiatamento. Essere affiatati vuol dire fare bene qualcosa insieme, come succede per esempio tra i giocatori di una squadra i calcio o fra due ballerini.
       Un altro passo di questo percorso che stiamo tracciando è l’amicizia. Gli amici stanno bene insieme e possono anche desiderare di appartarsi. Il gruppo ad un certo punto satura il nostro mondo di emozioni e di contentezza, preferiamo allora palare con un amico o un’amica, condividere dei sentimenti, farci delle confidenze, parlare di qualcosa di riservato, che non diremmo ad altri, qualcosa di cui abbiamo pudore.
       Un altro livello ancora è quello dell’attrazione. Non è ancora amore, però è desiderio intenso e ricerca di incontro. Talvolta l’attrazione potrebbe non essere ricambiata e allora ci può essere delusione e gelosia. L’attrazione è l’anticamera dell’amore.
       Per parlare di amore è necessario che ci sia empatia, è necessario cioè sentire quello che prova l’altro/l’altra. E’ qualcosa di diverso da ciò che capita ad esempio ad un professore, che riesce a capire ciò che sta succedendo ad un ragazzo, questa è intelligenza, esperienza, non è empatia. L’empatia è sentire nel proprio mondo di emozioni quello che sente l’altro o l’altra.
       Nell’amore e nei gesti amorosi l’empatia è importante. Se uno dei due – normalmente è il ragazzo – non sente ciò che sente l’altra si perde la sintonia, si può essere apparentemente tanto vicini, ma in realtà tanto lontani, e può succedere anche che gesti o parole siano vissuti come violenza. Nei rapporti sessuali ci può essere violenza, anche quando non c’è stupro, o comunque ci può essere offesa, pressione, da parte di chi si misura solo sul proprio piacere, che corrisponde a delusione e freddezza dall’altra parte.
       L’importante non è vincere la battaglia delle prestazioni, ma volersi bene davvero, nel senso pieno della parola, spiritualmente, emozionalmente, sentimentalmente, fisicamente, e lasciarsi guidare da questo per arrivare a condividere emozioni e piacere, evitando così il rischio di considerare e trattare l’altro/l’altra come oggetto.
       Anche ammettendo che si possa avere un incontro solo per gioco, è un principio etico indiscutibile che a giocare bisogna essere in due. Il gioco non ha senso e diventa crudele quando manca una reciprocità, quando c’è chi gioca e chi viene coinvolto in  emozioni e sentimenti destinati a rimanere delusi. Non si può giocare con i sentimenti e la fragilità dell’altro o dell’altra.    
       
    L’interrogativo che ci poniamo è se l’incontro sessuale – amicizia tra sessi, esperienza di vita o anche semplice gioco – si limiti costantemente al provvisorio, o se, almeno sull’orizzonte, non appaia la prospettiva di una relazione stabile e fedele. Relazione che può rimanere anche quando lo stare insieme nella stessa condizione di vita o nello stesso progetto diventa difficile, tormentoso o problematico per motivi di salute, per raffreddamento del rapporto o per cause esterne.

       Oltre alla simpatia e all’antipatia ci può essere l’affiatamento. Essere affiatati vuol dire fare bene qualcosa insieme, come succede per esempio tra i giocatori di una squadra i calcio o fra due ballerini.
       Un altro passo di questo percorso che stiamo tracciando è l’amicizia. Gli amici stanno bene insieme e possono anche desiderare di appartarsi. Il gruppo ad un certo punto satura il nostro mondo di emozioni e di contentezza, preferiamo allora palare con un amico o un’amica, condividere dei sentimenti, farci delle confidenze, parlare di qualcosa di riservato, che non diremmo ad altri, qualcosa di cui abbiamo pudore.
       Un altro livello ancora è quello dell’attrazione. Non è ancora amore, però è desiderio intenso e ricerca di incontro. Talvolta l’attrazione potrebbe non essere ricambiata e allora ci può essere delusione e gelosia. L’attrazione è l’anticamera dell’amore.
       Per parlare di amore è necessario che ci sia empatia, è necessario cioè sentire quello che prova l’altro/l’altra. E’ qualcosa di diverso da ciò che capita ad esempio ad un professore, che riesce a capire ciò che sta succedendo ad un ragazzo, questa è intelligenza, esperienza, non è empatia. L’empatia è sentire nel proprio mondo di emozioni quello che sente l’altro o l’altra.
       Nell’amore e nei gesti amorosi l’empatia è importante. Se uno dei due – normalmente è il ragazzo – non sente ciò che sente l’altra si perde la sintonia, si può essere apparentemente tanto vicini, ma in realtà tanto lontani, e può succedere anche che gesti o parole siano vissuti come violenza. Nei rapporti sessuali ci può essere violenza, anche quando non c’è stupro, o comunque ci può essere offesa, pressione, da parte di chi si misura solo sul proprio piacere, che corrisponde a delusione e freddezza dall’altra parte.
       L’importante non è vincere la battaglia delle prestazioni, ma volersi bene davvero, nel senso pieno della parola, spiritualmente, emozionalmente, sentimentalmente, fisicamente, e lasciarsi guidare da questo per arrivare a condividere emozioni e piacere, evitando così il rischio di considerare e trattare l’altro/l’altra come oggetto.
       Anche ammettendo che si possa avere un incontro solo per gioco, è un principio etico indiscutibile che a giocare bisogna essere in due. Il gioco non ha senso e diventa crudele quando manca una reciprocità, quando c’è chi gioca e chi viene coinvolto in  emozioni e sentimenti destinati a rimanere delusi. Non si può giocare con i sentimenti e la fragilità dell’altro o dell’altra.    
       
    L’interrogativo che ci poniamo è se l’incontro sessuale – amicizia tra sessi, esperienza di vita o anche semplice gioco – si limiti costantemente al provvisorio, o se, almeno sull’orizzonte, non appaia la prospettiva di una relazione stabile e fedele. Relazione che può rimanere anche quando lo stare insieme nella stessa condizione di vita o nello stesso progetto diventa difficile, tormentoso o problematico per motivi di salute, per raffreddamento del rapporto o per cause esterne.


    VOLONTARIATO: INCONTRO CON ANTONELLA CAMMAROTA

    INTRODUZIONE DI ANTONELLA CAMMAROTA

    Anche se la mia attività nel campo del volontariato dura ormai da anni, vorrei cominciare a parlarvi partendo dalle mie esperienze più recenti, quelle in campo internazionale all’interno di un’Organizzazione Non Governativa (O.N.G.).
       Mi sono sempre occupata della cooperazione con le popolazioni indigene del Centro America. Avevo iniziato la mia esperienza di volontariato a Messina facendo scuola e seguendo i bambini che vivevano in baracca. Quello che accomuna tutte le mie esperienze di volontariato è la consapevolezza che dalla relazione, dallo scambio, nasca qualcosa di positivo per entrambe le parti. E poi cominciavamo a renderci conto dei problemi, dell’inadeguatezza della scuola nell’insegnare a questi bambini. Cominciavamo a capire i problemi esistenti a livello sociale.
    Da qui è nato il desiderio di approfondire la conoscenza di quello che avevamo intorno, sia a livello sociale che politico.
       Nel lavoro che facciamo con la comunità indigena abbiamo un confronto continuo con una realtà diversa dalla nostra. Facciamo nostre le loro conoscenze, la loro cultura, il loro modo di stare insieme, la speranza che hanno nonostante le difficoltà. Noi cerchiamo di dare loro gli strumenti per conoscere meglio il nostro mondo.
       Nei momenti in cui stavo peggio, fare volontariato mi ha aiutato molto (e in un certo senso l’ho fatto più per egoismo che per altruismo - quando stavo meglio il senso della libera scelta era più presente -): occuparsi degli altri è anche un modo per sfuggire alla propria depressione.
       "C.R.I.C." (il gruppo in cui lavoro) è una O.N.G. che si occupa di realizzare progetti per le popolazioni del Terzo Mondo.

     

    INTRODUZIONE DI GIOVANNI FRANZONI

       Io vorrei partire dalle origini dell’atteggiamento di aiuto volontario tra gli esseri umani. Il volontariato, nella forma attuale, ha in alcuni casi un’origine religiosa, in altri è completamente laico e nasce in una società moderna complessa: nella società contadina non c’era bisogno di volontariato. La solidarietà era un dato di fatto. Se bruciava un fienile tutti, dai casali intorno, aiutavano a spegnere l’incendio. Solidarietà spontanea che ha una sua radice: "oggi a te domani a me". Se pensiamo per esempio ai pompieri, oggi sono un corpo, ma negli USA, all’inizio, erano volontari.
       In questi ultimi anni è nato l’interesse particolare per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo. I primi sono stati i missionari che andavano in quei luoghi per portare il Vangelo, la loro religione. Poi si accorsero che era difficile parlare di religione a gente che moriva di fame e di malattie. Si sono aggiunte in seguito forme di volontariato organizzato, per esempio medici che chiedono di andare per alcuni anni nei paesi in via di sviluppo.
       Il volontariato ci deve mettere allo stesso livello di chi vogliamo aiutare: solidarietà è stare sulla stessa barca, come succede in famiglia. Ma la solidarietà può anche significare reciproco sostegno in un gruppo contro altri.
       La parabola del samaritano, a guardarla bene, non è religiosa: racconta di uno che è stato picchiato. Passa un sacerdote e procede oltre, arriva un levita e fa altrettanto. Poi passa un nemico e si commuove. Prima non c’era alcuna solidarietà (erano nemici) ma nasce in quel momento per compassione (=patire insieme), per una forma di simpatia; La simpatia trova una sua radice piuttosto ambigua nell’empatia (sapere cosa succede in un altro). Con gli animali che mangiamo manchiamo di empatia, come quando si sceglie un’aragosta viva che viene presa e buttata nell’acqua bollente per essere cucinata. In quel momento non proviamo empatia perché non ci poniamo il problema di quello che avviene dentro l’aragosta.
       Può succedere anche tra esseri umani. Succede ogni volta che pensiamo ad una guerra senza porci il problema del dolore che comporta solo perché è lontana da noi.
       Il concetto di empatia è ambiguo perché si può conoscere quello che c’è dentro qualcuno anche per fargli del male. Un torturatore sa dove far più male, sa cosa succede nell’altro. Un uomo e una donna che dopo essersi amati si lasciano, volendosi offendere sanno farlo molto meglio di quanto non sappiano fare due estranei, perché conoscono i reciproci punti deboli in cui ferire l’altro.
       Malgrado la sua ambiguità, comunque, l’empatia è il primo passo verso la simpatia. Io non posso aiutare l’altro se non so cosa prova e la simpatia è un passo ulteriore: non mi estraneo dal dolore che conosco (empatia), ma lo faccio mio. La compassione non è elemosina, è fare mia la sofferenza degli altri.
       Il volontariato ha bisogno anche di organizzazione, ma soprattutto di queste anime profonde che sono l’empatia e la simpatia, e della capacità di soffrire per aiutare qualcuno ad uscire dalla sua sofferenza che è diventata anche la mia.
        Non è un’esibizione di buona volontà: chi agisce in questo senso può essere pericoloso, fare dei danni. Quando un volontario accende delle speranze e poi se ne va, fa un danno peggiore, ricaccia le persone in una solitudine ed una tristezza ancora più profonde (succede spesso con gli anziani).
       Il volontario deve aiutare gli altri ad andare avanti con le loro gambe, non a renderli dipendenti.

     

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