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INTERVENTI:
ATTUALITÀ, SOCIETÀ, POLITICA
"DECRESCITA" E AMBIENTE
«"Salvare il Pianeta." "Salvare l'Umanità." "Salvare
la Comunità dei Viventi." Lo si dice così spesso che si
rischia di farne uno slogan buono per tutti gli usi e stagioni.
Com'è il mondo "salvato" da una nuova cultura, una nuova
pedagogia, nuovi stili di vita, nuove tecniche, nuove forme
di partecipazione politica, nuovi governi, nuove norme scaturite
da lotte e convincimenti? L'immagine che ci dipingiamo del
futuro è diversa a seconda dei principi ai quali facciamo
riferimento.»
Questa parte della premessa al libro "La
rivoluzione dei dettagli" di Marinella Correggia, che
è stata ospite insieme a Claudio Giambelli (Cipax) all'incontro
del 10 dicembre 2007, da l'idea del nuovo percorso che il
gruppo giovani di S.Paolo ha intrapreso in vista, tra l'altro,
del prossimo Incontro Nazionale delle CdB ("Società sobria,
equa e solidale" - Culture e pratiche dal basso).
Come sempre alla ricerca di risposte, come sempre creatori
di nuove domande, nella diversità dei principi ai quali
si fa riferimento, porsi l'obiettivo di "far pace con il
pianeta" - e con noi stessi - diviene sempre più un obbligo
non solo morale, ma anche drammaticamente materiale.
In
allegato parte del materiale utilizzato nel corso dell'incontro.
Gruppo Giovani CdB S. Paolo Roma
LA COMUNICAZIONE È UMANA: LA PUBBLICITÀ È DIABOLICA?
Incontro Giovani
S.Paolo dell'11 febbraio 2006
Incontro a cura di Alice e Raffaele
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Sabato 11 febbraio 2006,
a S.Paolo, si è tenuto l'incontro mensile del
Gruppo Giovani sulla comunicazione, in particolare
quella pubblicitaria.
L'incontro si è sviluppato in cinque parti:
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INTRODUZIONE
di Raffaele Corte
In un certo senso questo incontro è nato in occasione
dell’ultimo Camp. Durante la preparazione (ricordate che si è parlato di
violenza) a Dea erano venute in mente alcune considerazioni
fatte in tempi non sospetti da Giovanni su certa violenza
nella pubblicità, la violenza sottile, quella impalpabile
che sembra niente, ma lascia il segno attraverso messaggi
subliminali o celati con tecniche astute che vogliono indirizzarci
verso modelli che non ci appartengono o che digeriamo male
quando li analizziamo con cognizione di causa, mentre ci
sembrano accettabili quando edulcorati da certe frasi, certe
musiche, certi colori. Per non parlare dei cosiddetti "testimonial",
del fascino di Gorge Clooney che farebbe sbronzare di Martini
qualsiasi casalinga o dell’abbondanza (proprio di fascino
proprio non parlerei…) di Megan Gale per (e specialmente
con) la quale il maschio medio italiano non farebbe che
parlare al telefono – con Vodafone, naturalmente -.
Abbiamo lungamente discusso se inserire anche il discorso
della pubblicità all’interno del Camp, ma la carne al fuoco
era già così tanta da averci ben consigliato di lasciare
perdere.
Ma non si può parlare di pubblicità senza affrontare
anche l’argomento più generale della comunicazione, questo
emerso, invece, proprio durante uno dei laboratori, quello
dei più grandi.
Per rinfrescare la memoria a chi c’era e rendere partecipe
chi non era presente, vi leggo un brano dell’editoriale
che ho scritto per "OLTRE…" al ritorno da quell’esperienza.
Tanto sono sicuro di non annoiarvi perché il Sito lo frequentano
tutti da tutto il mondo tranne voi che siete i diretti interessati.
Dunque:
| "All’interno
di mille discorsi e mille posizioni sulle violenze,
questo è il dato di fatto emerso con più prepotenza:
se l’unico argine alla violenza è rappresentato
dal dialogo e dalla comunicazione, ebbene questa
è negata. Sono negati gli spazi di partecipazione
e le notizie sono filtrate (anche sui media più
"illuminati") secondo la logica del mercato: si
pubblica e si diffonde quello che "paga". Ricordo
a questo proposito una delle dichiarazioni di Giuliana
Sgrena dopo il suo rilascio. Raccontò di aver chiesto
ai suoi rapitori il perché della scelta caduta proprio
su di lei, da sempre impegnata contro la guerra
e sostenitrice della causa irachena. La risposta
fu drammaticamente semplice: scegliamo chi fa più
notizia.
La violenza sostiene l’informazione, se non ci
fosse bisognerebbe inventarla e non fa differenza
la sua origine: se non ci pensano gli uomini, vada
anche per l’uragano "Katrina", lo tsunami e i terremoti.
Notizie di azioni nonviolente non se ne trovano,
ma quando riescono a filtrare (come ci ha fatto
notare Luigi raccontando la storia della donna madre
di un ragazzo palestinese ucciso dai soldati israeliani
alla quale era stato chiesto di donare gli organi
del figlio per poterli trapiantare in malati anch’essi
israeliani* ), allora dirompono,
"spaccano" l’opinione pubblica, costringono al pensiero,
mettono in moto reazioni. Tutti sommovimenti troppo
pericolosi per il Potere, che non casualmente cerca
di accentrare a sé tutta l’informazione."
|
Allora cerchiamo di chiarire un po’ qualche punto oscuro
della comunicazione, dell’informazione, della pubblicità
(che poi è nata per essere un punto di incontro tra queste
due cose), delle relazioni tra loro e con il Potere, senza
pretendere di fare scuola, ma sperando come sempre che queste
briciole vi servano per farvi venire la voglia di capirci
ancora di più.
Devo dire che questo incontro rappresenta anche un grande
paradosso, nel senso che per parlare di comunicazione c’è
la persona meno comunicativa, almeno verbalmente, del gruppo
di adulti che seguono questi appuntamenti.
Io non sono abituato a parlare in pubblico, mi si crea
una specie di blocco, ed il paradosso nel paradosso è che
ho un sacco di cose da dire, un sacco di idee da esprimere,
e dal paradosso si passa a una specie di frustrazione dovuta
al fatto che, non riuscendo a trovare la parola giusta al
momento giusto, rischio di uscire da questo come da altri
incontri con un senso di incompiutezza, ma anche con la
voglia di sfogare in qualche modo quello che penso.
Principalmente scrivo, ma come sapete, uso un sacco di
"trucchetti" per far arrivare i miei messaggi a destinazione:
Internet, i giochi che piacciono tanto a Valerio, le rappresentazioni
multimediali ed anche se attualmente un po’ in disuso ci
sono anche la musica, la fotografia e via dicendo.
Insomma, io, che sono un caso quasi patologico quando
si tratta di parlare, cerco di inventare ogni momento un
qualcosa per comunicare con gli altri. Ne ho bisogno ed
è un bisogno che ci accomuna tutti, chi più chi meno e in
modi diversi.
Non voglio, anche perchè non ne sarei capace, fare un
excursus sociologico sulla comunicazione, ma semplicemente
chiarire in maniera schematica alcuni punti chiave che ci
dovrebbero aiutare a comprendere le "forme" della comunicazione
per poi affrontarne quel settore specifico che spesso ci
preoccupa e sempre ci occupa e che è la pubblicità.
Mi aiuterò con questi cartelli sperando che rendano tutto
più semplice e comprensibile:
IO-TU
La comunicazione è possibile
a certe condizioni ed investe diversi livelli.
La condizione principale
è la non-individualità: per comunicare occorre essere almeno
in due, è necessario un rapporto IO-TU.
IO trasmetto, TU ricevi,
elabori e ritrasmetti la tua elaborazione, IO a mia volta
ricevo, rielaboro nuovamente e ritrasmetto, e così via.
Comunicazione e dialettica in un intreccio che favorisce
la crescita delle due parti rendendo umani sia il rapporto,
sia gli individui che lo creano**
.
TECNICHE
La
seconda condizione risiede nella tecnica: principalmente
la parola orale (ma qui ci riferiamo in particolare ai nostri
tempi), ma anche gli atteggiamenti del corpo, le varie forme
di arte figurativa, la musica, la scrittura...
Verrebbe da chiedersi se
i dipinti della grotta di Lascaux non siano nati prima di
una forma di comunicazione verbale proprio per illustrare
efficacemente agli altri una qualche tattica di caccia impossibile
da spiegarsi con i mezzi lessicali correnti.
NOI
Sia la necessità di comunicare
in senso dialettico (gli animali comunicano in senso univoco,
per esempio dando un allarme o indicando la presenza di
cibo) che la capacità di elaborare tecniche di comunicazione,
sono peculiarità squisitamente umane, che caratterizzano
la nostra specie.
Le cose si complicano nel
momento a causa di un’altra caratteristica umana, che è
quella del vivere in società.
In una realtà societaria
il basilare rapporto IO-TU si interseca in una ragnatela
tra molteplici eventi simili che affermano e sottolineano
il senso di condivisione dell’atto di comunicare.
L’IO-TU, seppure a livelli
più vasti ed elaborati, è ancora salvaguardato. Semplicemente
è clonato e ripetuto infinite volte come infiniti sono gli
IO e i TU in questione. Naturalmente, e per fortuna, questo
tipo di rapporto è ancora funzionante, ma a partire dal
sec.XVII, quando alla condivisione – con lo sviluppo della
stampa e del commercio librario – si è affiancato il concetto
di diffusione, l’IO-TU umanizzato e umanizzante è cominciato
ad andare in crisi.
IO-VOI
Infatti, se inizialmente
la diffusione dei messaggi porta ancora in se i valori della
condivisione (e anzi, in un certo senso e con molti limiti***
, la diffusione delle idee è una conquista che appare democratica),
con l’aumento del volume della documentazione e delle informazioni
diffuse, si creerà una vera e propria frattura tra condivisione
e diffusione, anche se si continuerà a definire indifferentemente
"comunicazione" sia il rapporto IO-TU, sia il nuovo rapporto
IO-VOI.
A tutt’oggi con il generico termine di COMUNICAZIONE
si intendono quattro fenomeni distinti:
- L’IDEALE DI ESPRESSIONE E SCAMBIO proprio
del rapporto IO-TU di cui sopra;
- L’INSIEME DEI MASS MEDIA – stampa, radio,
TV-;
- L’INSIEME DELLE NUOVE TECNICHE DI COMUNICAZIONE
– informatica, telecomunicazioni, audiovisivi-;
- L’INSIEME DEI VALORI, DEI SIMBOLI E DELLE
RAPPRESENTAZIONI ALLA BASE DEL FUNZIONAMENTO
DELLO SPAZIO PUBBLICO E DELLE DEMOCRAZIE DI
MASSA – informazione, media, sondaggi, argomentazione,
retorica, affabulazione -;
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| MASSMEDIA Per
semplificare un discorso che rischia di diventare
molto complesso, diciamo che un classico esempio
di rapporto IO-VOI è rappresentato dall’INFORMAZIONE.
La comunicazione di tipo informativo richiede
mezzi in grado di raggiungere capillarmente la massa.
Questi mezzi sono normalmente molto costosi e complessi,
e lo sono tanto più quanto più sono in grado di
raggiungere ampi strati di pubblico. E dal momento
che nel nostro modello di società (ma probabilmente
non solo...) non si fa niente per niente, è naturale
che i detentori di questi mezzi ne vogliano avere
anche il completo controllo.
A questo punto è bene non continuare a percorrere
un sentiero complicato, sul quale troveremmo esempi
piuttosto scontati, e intraprendere invece quello
che ci ha portati qui, perchè la PUBBLICITÀ, vero
tema di questo incontro, nasce proprio da un’esigenza
di comunicazione del tipo IO-VOI: IO ho un prodotto
da offrire e voglio che VOI lo conosciate.
Ma anche qui l’esigenza primaria si è trasformata
nel tempo. Vediamo ora come... |
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Il brano del Corano cui si è riferito Luigi Sandri nel suo
intervento è tratto dalla Quinta Sura, “La Sura della Mensa”,
versetto 32: «Per questo prescrivemmo ai figli d’Israele che chiunque
ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un’altra
o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso
l’umanità intera. E chiunque avrà vivificato una persona
sarà come se avesse dato vita all’umanità intera. Son dunque
venuti a loro i nostri Inviati con prove evidenti, eppure
molti di loro, con tutto ciò, furon sfrenati peccatori sulla
terra»
A questo punto si inserisce un breve intervento di Giovanni
Franzoni sulla particolarità rappresentata dall’eremita
e/o dal mistico che è apparentemente solo, ma che intesse
un rapporto comunicativo con Dio
*** Si deve pensare anche all'enorme
diffusione dell'analfabetismo
PUBBLICITA’
E INFORMAZIONE NELLA SOCIETA’ DELLA COMUNICAZIONE
di Alice Corte
La comunicazione fra individui è senz’altro uno dei tratti
salienti della nostra società, una delle espressioni massime
della società globalizzata.
Internet, telefoni cellulari, rivelano un mondo in continuo
movimento, che informa e viene
informato. Fra tutti questi segni, segnali (spesso accompagnati
da ben pochi significati), non possiamo non sentire che
a volte si comunica fra muti e sordi. Come diceva un cantautore
in una sua canzone “usate confidenze…in cui ciascuno
ascolta sol se stesso” (F.Guccini, "Stanze di vita quotidiana"/Canzone
della vita quotidiana - N.d.W.), o in cui non
è assolutamente possibile la
replica, come nel caso della comunicazione televisiva o
pubblicitaria in genere. Il caso dell’informazione che cade
dall’alto non è affatto rara e spesso
elimina ogni possibilità di critica.
E’ in questo contesto che si inserisce il dovere del singolo
alla solitudine, intesa non come eremitaggio, o svuotamento
da ogni impulso esterno, ma piuttosto come ricerca di se
stessi e (in alcuni casi della divinità). Guardarsi dentro
per preservarsi dai tanti e troppi input esterni, che finiscono
invece che con l’arricchire con lo svuotare l’anima, guardarsi
dentro per poter comunicare con gli altri sinceramente,
per poter intessere relazioni, per accorgersi della moltitudine
viva che forma la società, la società reale e non quella
che la pubblicità o i mass media in genere raccontano il
più delle volte.
Infatti, la nostra società non è certo quella delle famiglie
perfette delle pubblicità che sponsorizzano i prodotti per
le casalinghe, e le donne che si vedono per strada non sono
sempre belle, né sempre magre, ma, soprattutto, quasi sempre
non hanno unghie laccate, capelli appena messi in piega
e trucco perfetto. Ma la nostra società non è nemmeno quella
da alcolici “pop” (per intenderci, quelli che sembrano succhi
di frutta), in cui chi beve è felice e riesce a liberare
il proprio sé più profondo.
La pubblicità disinforma, crea e segue modelli, provoca,
attraverso un gusto quasi del sublime,
per cui lo spettatore si trova
affascinato dall’orrore. La pubblicità propone modelli di
donna, oppure ne sfrutta in maniera quasi pornografica i
corpi. La pubblicità entra nelle case nei quotidiani, nelle
riviste, con la televisione, la posta…
Infine, la pubblicità sponsorizza un marchio, uno stile
di vita. E l’importanza marchio nasce negli anni ’80, dopo
una crisi della produzione importante che finisce con l’essere
una svolta fondamentale: la svolta del se non hai la cosa
giusta e della marca giusta, non sei nessuno. Non puoi essere
uno sportivo se non hai le scarpe da ginnastica che sponsorizza
Michal
Jordan, non puoi essere di classe se non metti tal
profumo. Non conta quello che si è, ma quello che si rappresenta,
e come fare se non mostrando la propria esteriorità? La
nostra è una società dell’immagine, d’altronde lo stimolo
visivo è quello più facile da cogliere, e noi ne facciamo
parte a pieno titolo. In tal modo si finisce con l’essere
pubblicità (che come abbiamo detto è falsa, accattivante,
spesso cinica, volgare o grottesca) di se stessi.
D’altra parte cos’è la pubblicità? È un’arte, è un saper
bucare (in qualsiasi maniera) il mezzo informativo, è scatenare
un passa parola fra la gente.
E’ creare un buono sketch o far parlare di sé con
uno scandalo (in questo Oliviero Toscani
è maestro dagli anni ’70). D’altra parte, ormai anche il
telegiornale finisce con l’essere sponsor, almeno in Italia,
di un certo tipo di nazione, attraverso la scelta di determinate
notizie piuttosto che di altre. Con il telegiornale si può
creare uno stato di ansia in una nazione, si può indirizzare
l’opinione pubblica.
Per questo è importante un isolamento mentale, saper scegliere
a quali stimoli dare ascolto, quando spegnere la televisione.
E’ importante guardarsi dentro, cercare la propria strada,
ascoltare il proprio cuore per capire quanto sappiamo della
nostra vita. E’ importante osservare, guardare ciò che ci
circonda, anche le pubblicità,
ma sempre con occhio critico, sempre senza finire ammaliati
da una disinformazione accattivante.
PROVE DI PUBBLICITÀ
Il tema:
lanciare il concorso "UNA GIORNATA DA GENITORI" organizzato
dal "Borgo Ragazzi Don Bosco" di Roma;
La tecnica:
a scelta tra il "gingle", il manifesto, lo "spot";
La linea di
condotta obbligatoria era: vendere il prodotto ad ogni costo
senza tenere conto di eventuali implicazioni etiche (anche
se di fatto il "prodotto" venduto ha finalità eticamente
ben definite);
La scelta
tecnica è caduta sul manifesto e sullo spot.
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IL MANIFESTO

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LO SPOT
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IL MIO VIAGGIO
IN BIELORUSSIA Incontro Giovani di S.Paolo
dell'11 marzo 2005
Tutto è cominciato cinque anni fa: mamma e papà decidono
di ospitare per un mese all’anno, tramite Legambiente, bambini
provenienti dalle zone contaminate dalla nube tossica di
Černobyl’, diciannove anni or sono.
E così ogni anno, durante il mese di Giugno, ci siamo
ritrovati per casa, io e le mie sorelle, una nuova sorellina
o un nuovo fratellino con cui giocare, litigare, andare
al mare, mangiare gelati su gelati…con cui vivere, insomma.
Da subito, appena ho conosciuto il primo di loro, ho
provato una forte attrazione per i luoghi dai quali questi
bambini provengono e dove vivono la loro vita; ho sentito
il fascino di una cultura lontanissima dalla nostra, radicata
ancora oggi in tradizioni secolari; inoltre, crescendo,
ho sentito il bisogno di vivere di persona, e non più attraverso
racconti, la loro realtà, il loro mondo, la loro Bielorussia.
Finalmente, dopo mesi e mesi di impaziente attesa, il
5 Febbraio scorso sono partito. Insieme a me mamma e altre
sette
persone
della Legambiente di Prato, tutte e sette già state in Bielorussia.
La permanenza è durata nove giorni ricchi di emozioni, di
significati e molto molto intensi. La giornata-tipo era
questa: sveglia, colazione, partenza da Gomel per i vari
villaggi della regione (la più contaminata insieme a quella
di Moghilëv), visita alle scuole, incontro con i bambini
ospitati in Italia e con le loro famiglie, pranzo abbondantissimo
(offerto dalle famiglie a scuola oppure invito a casa da
parte dei bambini), ritorno a Gomel nella nostra dača (tipica
casa di campagna o periferia, a uno o due piani e rigorosamente
di legno). Dalla condizione economica delle persone che
abitano in queste case dipende, oltre che la ricchezza dell’arredamento,
la presenza o meno di: bagno all’interno dell’abitazione;
acqua corrente; impianto di riscaldamento che non sia la
vecchia stufa. I padroni della casa dove noi abbiamo alloggiato
da Lunedi 7 a Venerdi 11 sono, per lo standard bielorusso,
ampiamente benestanti: avevamo il telefono, la televisione,
addirittura lavastoviglie e lavatrice. Durante le altre
notti trascorse in Bielorussia (5, 6 e 12 Febbraio) siamo
stati a Minsk, la capitale, all’albergo Oktiabr’skij, il
secondo miglior albergo della città. Costo di una notte:
19 euro!
Come città Minsk è abbastanza bella, ed è ancora molto
improntata sullo stile sovietico; anche le novità o i miglioramenti
dell’area urbana mantengono ancora oggi le caratteristche
del vecchio sistema. Le strade sono spaziose e ampissime,
i palazzi alti e austeri, il traffico è quasi inesistente
e la gente sta relativamente bene. Inoltre il territorio
della regione di Minsk ha una percentuale di contaminazione
radioattiva quasi inesistente, c’è maggiore possibilità
di sfruttamento del terreno. La realtà di Minsk si ferma
però ad una ventina di chilometri di distanza dalla città:
oltrepassata quella che è la facciata della Bielorussia
ci si ritrova in mezzo all’immensa pianura che arriva quasi
ininterrotta fino ai monti Urali, migliaia di chilometri
più ad est.
Ed
è appunto da fuori Minsk che per me è cominciato il viaggio
vero e proprio, quando il paesaggio ha preso il sopravvento
su tutto, quando non c’è stato altro che neve, foreste e
fiumi ghiacciati, quando ho visto gente che per sopravvivere
vende pesce ai lati della strada, con 25°C sotto lo zero,
dopo averlo pescato bucando il ghiaccio, come si vede nei
cartoni animati; e una volta cominciata veramente, l’esperienza
non fa altro che ingrandirsi, che accumulare fatti e storie,
che radicarsi sempre di più dentro la coscienza: e quando
poi mi sono ritrovato tranquillo e beato nel mio fantastico
Occidente non sono più riuscito a tornare alla vita di prima,
alla naturalezza e quasi non curanza con cui facevo ogni
cosa: perché spendendo 15 euro so che spendo la pensione
di un’anziana o di un anziano bielorusso. E ancora, per
esempio, due settimane dopo essere tornato in Italia sono
stato con la scuola a Parigi, per l’annuale e normalissimo
viaggio d’istruzione: ma pensavo alla zia settantenne di
un bambino, Dzima, che si è fatta sette chilometri a piedi
nella neve dal suo villaggio per vedere degli stranieri,
perché in tutta la sua vita non ne aveva visto uno fino
ad allora.
Sono
rimasto, inoltre, completamente impressionato dalla dignità
con la quale la gente vive, pur trovandosi in alcuni casi
nella povertà più assoluta: e nonostante questa povertà
vieni accolto come se fossi il Papa in persona, ti vengono
offerti pranzi enormi, con quantità di cibo che magari loro
utilizzerebbero in due settimane se non tre, si svenano
per comprare la frutta, e poi ti regalano i dolci, la vodka,
i cioccolatini, il lardo…
Insomma, questo viaggio mi è rimasto dentro, mi ha affascinato,
mi ha commosso, mi ha fatto incavolare, ma mi ha anche fatto
ridere, divertire, conoscere. Il motivo per cui mi sono
così innamorato dell’universo slavo non è un motivo concreto,
descrivibile, ma può essere efficacemente spiegato con una
frase tratta dal libro "Preghiera per Černobyl’" di Svetlana
Aleksievič; questa frase rappresenta appunto l’ipotesi da
parte di un uomo bielorusso sul perché molti occidentali
siano attratti dai luoghi che per lui rappresentano la quotidianità:
"Che cosa spinge gli stranieri a venire a trovarci, anche
più volte? Che cosa li spinge a visitare i nostri territori?
È probabile che per loro il nostro modo di essere, i sentimenti,
il nostro mondo rappresentino qualcosa di sconosciuto, di
ipnotico…". Ed è effettivamente così, è veramente qualcosa
di ipnotico che ti cattura, ti rapisce.
Ma c’è un’altra domanda che dal primo giorno passato
lì mi è venuta in mente, a cui però non sono riuscito a
rispondere, o almeno non del tutto. Come riescono a vivere
ogni giorno, ogni momento della loro vita in una terra così
selvaggiamente bella, e a cui loro sono legati come ad un
famigliare, con la consapevolezza che per il tempo in cui
vivranno sarà sempre avvelenata e letale per ognuno di loro,
così come per i propri figli? Quello che credo è che si
siano rassegnati a non pensarci, a non portare in continuazione
questo fardello sulle spalle: il paesaggio è bello comunque,
gli alberi fioriscono, la neve cade e i fiumi scorrono ugualmente.
In pratica la loro filosofia di vita è: sto già male, perché
stare ancora peggio disperandomi e vivendo di rimpianti?
Di tutte queste mie impressioni ho parlato Sabato 12
in Comunità, raccontando il viaggio tramite una
selezione delle 170 foto che abbiamo fatto (tutte erano
un po’ troppe…). All’incontro ha partecipato anche Luigi
Sandri che ha spiegato la situazione politica della Bielorussia
durante l’Urss e dopo, fino alle più recenti vicende.
Dopo esperienze così significative penso sia d’obbligo
raccontare e rendere partecipi gli altri di ciò che si è
vissuto, visto e pensato; ma penso soprattutto che sia fondamentale
sapere che nonostante la noncuranza da parte dei media,
situazioni di questo tipo e di questa entità sono presenti
in tutto il mondo, provocate dall’ignoranza e dalla paura
di perdere prestigio e potere.
Gabriele Marchetti
LO TSUMANI:
DISASTRO NATURALE, DISASTRO MEDIATICO
Introduzione all'incontro
Giovani di S.Paolo del 5 febbraio 2005
CHE COS'È LO "TSUNAMI"?
Tsunami
è una parola giapponese data ad un'onda anomala che si abbatte
sulle coste con una furia spaventosa. Per comprendere questo
fenomeno naturale, occorre prima di tutto distinguerlo dalle
onde generate dal vento e dalle maree. Il vento, soffiando
sull'oceano, increspa la superficie in onde che creano correnti
limitate. Tempeste e uragani possono provocare onde di oltre
trenta metri, ma che comunque non provocano correnti sottomarine
oltre una certa profondità. E' proprio questo che caratterizza
lo Tsunami: la produzione di correnti che raggiungono il
fondo marino.
L'onda anomala si produce in seguito ad un cataclisma,
quale un terremoto sottomarino, un'eruzione vulcanica, l'impatto
di un meteorite o una frana sottomarina. L'evoluzione dell'onda
può essere divisa in tre stadi:
Generazione: un disturbo del fondo marino (come
quelli elencati precedentemente) provoca lo spostamento
verso l'alto di una certa massa d'acqua
Propagazione: l'onda si propaga in acqua alta con
una velocità pari a quella di un aereo di linea per
poi rallentare in acque basse
Inondazione: nei casi più fortunati lo Tsunami invade
la terra ferma quasi come farebbe un'alta marea. Altre
volte il ravvicinamento delle creste d'onda in prossimità
della costa ne concentra l'intera energia in un volume
sempre più piccolo via via che l'onda si propaga in
acque basse e la cresta, costretta a rallentare, viene
incalzata da quella successiva. Questo fenomeno aumenta
l'altezza, la velocità e la massa d'acqua dell'onda.
Il termine Tsunami significa, infatti, letteralmente,
"onda di porto". Non è un caso che sia utilizzata una parola
giapponese per indicare questo fenomeno in quanto il Giappone
è il paese maggiormente colpito da queste onde anomale.
26 Dicembre 2004
E'
la più grave catastrofe naturale nella nostra storia dal
punto di vista geografico e umanitario quella che ha colpito
le coste di otto paesi asiatici e cinque africani il 26
Dicembre 2004.
Numerosi i villaggi distrutti dallo Tsunami, moltissimi
i feriti e i morti, dei quali non conosceremo mai il numero
esatto. In questi paesi molte persone non sono registrate
e non possiedono alcun documento. Semplicemente non sono
mai esistite e i loro nomi non appariranno mai in alcuna
lista. Un esempio sono i cosiddetti zingari del mare: una
popolazione che vive sulle coste del mare asiatico e lungo
le rive dei fiumi. Si stima che questi siano circa 35.000
ma è impossibile stabilirne il numero esatto.
Tra le vittime ci sono molti turisti occidentali. Questo
ha suscitato scalpore e un eccezionale interesse da parte
dei media: la morte di persone ricche, come la loro vita,
sembra contare più della morte dei poveri.
Il coinvolgimento di occidentali fa di questa una tragedia
globale che colpisce ogni nazione. Nessuno può considerarsi
fuori pericolo e tutti siamo spinti a fare qualcosa per
evitare che in futuro avvengano simili tragedie.
Così sono state numerose le donazioni, raramente in passato
si era manifestata una generosità di questa portata, che
tuttavia sarà del tutto insufficiente per risolvere i problemi
economici di questi paesi. La generosità dell'uomo, benché
importante ed ammirevole, non è una soluzione e non può
sostituirsi alla politica.
Qualcuno crede che il solo colpevole sia lo Tsunami,
qualcun altro però non è d'accordo. Una delle cause delle
grandi dimensioni di questo disastro è la deforestazione.
Le foreste avrebbero potuto ridurre la violenza dell'impatto
dell'onda ma, al fine di incrementare il turismo, gli alberi
sono stati abbattuti per lasciare spazio alle costruzioni.
Ma la causa più importante è stata senz'altro la mancanza
di informazione. Gli esperti affermano e i fatti lo dimostrano
che se si è preparati e informati in anticipo c' è tempo
a sufficienza per mettersi al riparo. Gli scienziati americani
sapevano quello che stava per accadere ma - affermano -
di non avere potuto informare le autorità di questi paesi.
Una catastrofe naturale di identica intensità causa meno
vittime in un paese ricco che in un paese povero. Per esempio
il sisma di Bam, avvenuto in Iran il 26 Dicembre 2003 di
intensità pari a 6.8 gradi della scala Richter, ha provocato
30.000 morti, mentre una scossa di 8 gradi, che tre mesi
prima aveva colpito l'isola di Hokkaido in Giappone, ha
provocato solo qualche ferito. Il Giappone e gli Stati Uniti
hanno messo a punto un sistema capace di rilevare questi
fenomeni e di allertare le popolazioni. Ma l'acquisto, l'istallazione
e la manutenzione di un tale sistema hanno costi molto elevati
che solo pochi paesi del mondo si possono permettere.
Questa tragedia ci fa pensare alla globalizzazione che
è limitata ad aspetti economici, ma non mette in comune
diritti, conoscenze e tecnologie, e soprattutto ci fa rendere
conto che senza dubbio non siamo tutti uguali di fronte
a questi cataclismi. Ci chiediamo se è ancora lecito parlare
di catastrofi naturali, quando è l'iniqua distribuzione
delle ricchezze a fare di questi fenomeni terribili tragedie.
CECENIA:
L'INDIPENDENZA SOTTO LA CENERE
Incontro Giovani di S.Paolo
del 13 novembre 2004
Sabato
13 novembre, a S.Paolo, si è tenuto il consueto incontro
mensile, questa volta sul delicato tema della situazione
in Cecenia. Questo tema non è stato certamente casuale,
se ricordate di quanto suc-cesso nella scuola di Beslan
proprio nei giorni in cui noi "celebravamo" il nostro Camp
annuale e di quanto quella situazione ha sconvolto tutti
noi.
E' intervenuto,
per darci lumi, Luigi Sandri, giornalista, che è stato
nell'ex Unione Sovietica come inviato dell'ANSA, e che dell'URSS
e degli Stati che la componevano è un fine conoscitore.
Nell'impossibilità di raccogliere tutte le sfaccettature
del dibattito di quel giorno, ci ha fatto avere questo "promemoria
essenziale" sulle ragioni del conflitto tra Russia e Cecenia.
RELAZIONE
DI LUIGI SANDRI
Il problema della Cecenia va inquadrato nel suo contesto
storico e geopolitico. Per gli zar fu – relativamente –
facile conquistare il Caucaso, salvo il territorio montano
dei ceceni, guerrieri audaci, di religione musulmana. Infine,
a metà Ottocento furono conquistati ma, sotto la cenere,
sempre mantennero l’aspirazione ad una patria indipendente.
Nata l’Urss, la Ceceno-Inguscezia divenne infine una
repubblica autonoma all’interno della Federazione russa.
Durante la II Guerra mondiale, quando i tedeschi occuparono
parte del Caucaso, e solo con gran difficoltà furono infine
respinti dall’Armata Rossa, Stalin accusò i ceceni di aver
sostenuto l’invasore; per questo fece deportare migliaia
di ceceni in Asia centrale. Gli esuli poterono tornare a
casa solo dopo che il successore di Stalin, Nikita S. Khrusciov,
iniziò la “destalinizzazione”.
A
Grozny, capitale della Cecenia, era insediata una delle
più grandi raffinerie di petrolio (proveniente dal Caspio)
dell’Urss.
Nel ’91 il generale Dzhokar Dudaiev proclamò
l’indipendenza della Cecenia (che poi si separò dall’Inguscezia,
divenendo questa una repubblica autonoma per conto suo).
Implosa l’Urss, e nata nel 1992 la nuova Russia, in Cecenia
la situazione rimase confusa, fino a che il presidente russo
Boris N. Ieltsyn, nel ’94, ordinò alle truppe di invadere
la piccola repubblica. La I guerra russo-cecena terminò
nel ’96 con un patto che lasciava ampia autonomia alla repubblica.
Ma nella regione continuarono gli scontri; e il Cremlino
non vide di buon occhio l’elezione del presidente ceceno
Aslan Maskhadov.
Nel ’99 iniziò la II guerra russo-cecena (quella in atto
ancora nel 2004), costellata da brutali attacchi russi anche
contro la popolazione civile cecena, e da clamorosi attentati
dei gruppi terroristici ceceni anche contro la popolazione
civile russa (al teatro Dubrovka di Mosca, nell’ottobre
2002, e in una scuola di Beslan, Ossezia del Nord, nel settembre
2004*).

Politicamente, i ceceni sono divisi in tre: 1/ i collaborazionisti
con i russi, come il presidente Kadyrov, insediato dal capo
del Cremlino Vladimir Putin nel 2000, di fatto destituendo
Maskhadov eletto democraticamente dal popolo; Kadyrov è
stato assassinato nel maggio 2004; 2/ gli anti-russi “moderati”
(come Maskhadov, favorevoli ad attaccare solo l’esercito
russo); gli anti-russi estremisti, ispirati da Shamil Basayev,
sostenitori di attacchi contro qualsiasi obiettivo russo,
anche civile.
La Cecenia è grande come la Calabria; ha circa un milione
di abitanti. Le due guerre russo-cecene in dieci anni hanno
fatto più di centomila morti e duecentomila profughi. E
danni per sei miliardi di euro.
Luigi Sandri
PENSIERI RIBELLI
Fogli di lavoro per l'incontro
S.Paolo - Formia di sabato 1 febbraio 2003,
a
cura di Francesco Napoli
(con una "postilla" di
"pensieri ribelli" delle ragazze e dei ragazzi presenti
all'incontro)
Ho voluto dedicare
questo incontro ai "pensieri ribelli" del passato e del
presente della nostra storia.
I gruppi dominanti delle società, in cui i 5 personaggi
che analizzeremo insieme sono vissuti, (il capitalismo,
la Chiesa, l’imperialismo e le varie dittature) per paura
della verità, dei cambiamenti e soprattutto di perdere il
proprio potere hanno spesso tentato di eliminare il problema
alla radice uccidendo gli uomini portatori di un pensiero
ribelle che li contrastava.
Molti sono stati uccisi, ma vivono nei nostri cuori. Molti
hanno vinto, molti sono ancora oggi ricordati e adorati:
sono i "miti" del nostro tempo.. Ho voluto prendere per
esempio 5 portatori di "pensieri ribelli", molto diversi
tra di loro, che sono stati tutti ugualmente uccisi... Ma
il pensiero di un uomo o di una donna può però uccidere
moralmente la tirannia.
Questi 5 martiri sono stati uccisi, eppure il loro pensiero
ha poi contribuito a spazzare via la tirannia o le varie
forme di oppressione della società:
Giordano Bruno
Mohandas Karamchand Gandhi
Martin Luther King
Ernesto "Che" Guevara
Oscar Arnulfo Romero Galdamez
E’ chiaro che gli esempi potevano essere scelti in mille
modi diversi. Quindi non pretendo che la scelta da me fatta
possa completamente essere soddisfacente. Ognuno avrebbe
potuto benissimo scegliere altri personaggi.
Per esempio, possiamo
anche dire che un personaggio che ha cambiato il mondo con
la sua predicazione ed il suo sacrificio, essendo entrato
in contrasto con l’ordine prestabilito del suo tempo, è
proprio Gesù di Nazaret… però Lui era un personaggio
molto particolare, era il figlio di Dio, mentre qui vorrei
parlare soltanto di uomini che hanno cambiato il mondo solo
con le loro idee…
Si potrebbe anche discutere del fatto che tutti i personaggi
da me scelti appartengano al sesso maschile. Questo, chiaramente,
non vuol certo dire che un pensiero ribelle o una grande
idea debba per forza provenire da un maschio. Si può tranquillamente
dire che la difficoltà di trovare pensieri ribelli portati
da donne è un chiaro segno del fatto che, nel corso dei
secoli, le donne sono state ritenute inferiori all’uomo
e quindi relegate nel ruolo di madri e di donne di casa.
Alle donne, fino quasi ai nostri tempi, sono stati negati
i diritti politici e civili, l’esercizio delle professioni,
ecc.
Possiamo ricordare alcuni nomi di donne che stanno lottando
per la liberazione del proprio popolo sono: Aung Son Sun
Kyi, che lotta per la liberazione della Birmania e Rigoberta
Menchù per l’emancipazione femminile in Guatemala (quest’ultima
ha ottenuto il premio nobel per la pace ne 1992).
Il primo esempio dei "pensieri ribelli", quello che ha forse
gettato le basi del pensiero moderno con la pretesa di esprimere
il proprio "libero pensiero" è un uomo del ‘500,
Giordano
Bruno. E’ stato bruciato sul rogo a Campo de’ Fiori
dove ora sorge un monumento a lui dedicato.
L’eretico errante: GIORDANO BRUNO
Giordano
Bruno, frate domenicano, nacque a Nola nel 1548. Ebbe personalità
inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere.
Per aver letto gli scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente
proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo
locale a suo carico, fuggì da Napoli abbandonando l’abito
ecclesiastico. Ebbe così inizio la serie incredibile
delle sue peregrinazioni (Savona, Torino, Venezia, Padova,
Bergamo, Brescia, Lione, Ginevra, Tolosa, Parigi, Londra)
durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie
discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia,
etc.). A Parigi e Londra fu professore nelle Università
ma, a causa del suo carattere restò così inviso a una parte
dei suoi colleghi. Si interessò di cosmologia, difese le
teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra e
fu costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei
risentimenti personali, confliggevano con l’ambiente culturale
e religioso del tempo alcune idee di fondo del B., quali
appunto la sua cosmologia (Bruno contrasta la cosmologia
geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico) ed il suo
antiaristotelismo Insegnò anche a Wittemberg ed a Praga
dove, per poter insegnare aderì al luteranesimo. Ma i problemi
di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato da
varie città dell’Europa. Fu denunciato all’Inquisizione:
durante il processo, che si protrasse per ben sei anni e
durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni
probabilità alla tortura, si trovò di fronte alla necessità
- per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate
radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, ma
si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine.
Bruno, rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse
avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che
la ricevo". Il successivo giovedì 17 febbraio 1600 - anno
santo - venne condotto a Campo de’ Fiori, spogliato nudo
e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo
lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo
la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice.
Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua
pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che
"dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e
perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi
e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano
morte". Non è qui il caso di approfondire il sistema filosofico
di Giordano Bruno, ma il solo pensare che la terra, da centro
di un limitato universo, oggetto specifico e privilegiato
dell’azione creatrice di Dio, diventi un minuscolo puntolino
in un universo infinito e tra mondi infiniti rendeva – per
la società del suo tempo - le Scritture, i profeti e i dogmi
come imperfettissime ombre di una realtà che la filosofia
mostrava ben più grande. Si trattava, in un certo senso,
di un tentativo di sostituire una nuova "summa" sull’universo
a quella tradizionale di S. Tommaso. E questo fu considerato
un pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della
teologia sulla filosofia e della religione sulla ragione.
torna
ai nomi
Per un altro verso, la storia dell’umanità
è stata segnata dall’uso della violenza e della guerra come
modo di risolvere i problemi tra le nazioni o all’interno
delle nazioni stesse (guerre civili). Terrore, morti in
un numero inimmaginabile, campi di sterminio, bombe atomiche,
guerre di conquista portate dagli europei in altri paesi,
ecc…
C’è stato in questo secolo, nel Novecento, un personaggio
le cui idee hanno prodotto un risultato spettacolare: l’indipendenza
di una intera nazione ottenuta senza ricorrere all’uso della
forza ma dell’intelligenza, dell’amore con semplici ma forti
parole. Si tratta di Mohandas Kamarchand Gandhi.
La forza della Verità: MOHANDAS KARAMCHAND GANDHI
Mohandas
Karamchand Gandhi (1869-1948). Nato da
un’agiata famiglia della casta die commercianti, studiò
prima in India poi a Londra, dove si laureò in legge. Tornato
in patria nel 1891 esercitò l’avvocatura sino al 1893, allorchè
si recò in Sudafrica, dove si dedicò alla difesa dei connazionali
emigrati. Nel 1906 organizzò a Johannesburg la prima campagna
di resistenza non violenta, una forma di lotta che consisteva
nel rifiutare obbedienza alle leggi ingiuste, accettando
le sanzioni conseguenti alla loro violazione. Si unì poi
ai nazionalisti in una campagna di disobbiendenza civile
contro il colonialismo inglese e fu imprigionato per 6 anni.
Nel 1930, diresse la "marcia del sale" contro l’imposta
britannica. Alla fine della seconda guerra mondiale si oppose
all’idea di smembrare il subcontinente indiano fra India
e Pakistan e indisse campagne contro le violenze tra indù
e musulmani. Gandhi fu assassinato il 30 giugno 1948 da
un fanatico indù mentre si adoperava a porre fine alla guerra
civile tra indù e musulmani.
Il pensiero di Gandhi
si basa su tre punti fondamentali:
·
Autodeterminazione dei popoli: Gandhi
riteneva fondamentale il fatto che gli indiani potessero
decidere come governare il loro paese, perché la miseria
nella quale si trovava dipendeva dallo sfruttamento delle
risorse da parte dei colonizzatori britannici.
·
Nonviolenza: è necessario precisare
che tale precetto non si ferma ad una posizione negativa
(non essere causa di male agli altri) ma possiede in sé
la carica positiva della benevolenza universale e diventa
l’"amore puro" comandato dai sacri testi dell’Induismo,
dai Vangeli e dal Corano. La nonviolenza è quindi un imperativo
religioso prima che un principio dell’azione politico-sociale. Il Mahatma rifiuta la violenza come strategia di lotta in
quanto la violenza suscita solamente altra violenza. Di
fronte ai violenti e agli oppressori, però, non è passivo,
anzi. Egli propone una strategia che consiste nella
resistenza passiva, il non reagire, in altre
parole, alle provocazioni dei violenti, e nella disobbedienza
civile, vale a dire il rifiuto di sottoporsi a leggi
ingiuste. "La mia non-cooperazione non nuoce a nessuno; è non-cooperazione
con il male,… portato a sistema, non con chi fa il male".
·
Tolleranza religiosa: "…
il
mio più intimo desiderio" dice Ghandhi "… è di realizzare
la fratellanza … tra tutti gli uomini, indù, musulmani,
cristiani, parsi e ebrei". Gandhi sognava la convivenza
pacifica e rispettosa dei tantissimi gruppi etnici e delle
diverse professioni religiose presenti in India. Queste
erano delle ricchezze che dovevano convivere e non dividere
politicamente la nazione. Purtroppo, gli eventi non andarono
come sperava Gandhi.
Il messaggio che il Mahatma
ci lascia è molto attuale e la storia contemporanea, purtroppo,
continua ad essere macchiata dalla guerra e dalla violenza.
Gandhi, "piccolo grande uomo",
riesce con le sue sole forze, a sconfiggere il potente Impero
britannico e a realizzare il suo grande sogno dell’indipendenza
per il suo paese. Come?
Con la forza sbalorditiva della nonviolenza, del boicottaggio
pacifico, della resistenza passiva e della ricerca della
Verità (Dio).
Come possiamo rendere attuale
Gandhi? Come possiamo essere anche noi portatori di pace?
Gandhi dimostra che la forza di un singolo uomo può
diventare la forza di un popolo intero. Non dobbiamo quindi
disperare se ci sembra che poteri superiori vogliano decidere
per noi e armarci la mano. Gandhi stesso, con le sue parole,
ci incoraggia a "cercare
… la propria strada e … seguirla senza
esitazioni" e a
"non avere paura".
Rivolgendosi a ciascuno di noi aggiunge: "…affidati
alla piccola voce interiore che abita il tuo cuore e
che ti esorta ad abbandonare …, tutto, per dare la tua testimonianza
di ciò per cui hai vissuto e di ciò per cui sei pronto a
morire".
torna
ai nomi
Sull’esempio di Gandhi, negli anni ’60 negli Stati Uniti
un uomo di colore volle sconfiggere il razzismo con l’ideologia
dell’amore, utilizzando la non-violenza. Si tratta di un
difensore dei diritti civili e politici di uomini e donne
di colore che con il suo pensiero vincente ha spazzato buona
parte della intolleranza tra bianchi e neri che purtroppo
non è stata ancora del tutto sconfitta in America: Martin
Luther King.
L’uomo che non conosceva la diversità:
MARTIN LUTHER KING
Martin
Luther King, Jr. (1929-1968).
Trascorse un infanzia felice fino all’età di 8 anni, però
crescendo, M.L. King si accorgeva sempre più che le persone
che lo circondavano non seguivano i principi che gli erano
stati insegnati. Si accorse che le persone nere e quelle
bianche erano trattate in maniera differente. Per lui era
inconcepibile che ci fosse quella differenza, per quale
motivo? Cosa c'era di diverso da un bambino bianco e uno
nero? Perchè i neri venivano trattati così male? Dopo aver studiato in un college nel 1954 si laureò e divenne
Pastore della Chiesa Battista in Alabama. Da questo momento
divenne il "Dr. King".. Iniziò così il suo movimento a favore
dei diritti umani tanto che nel settembre del 1957 il congresso
degli Stati Uniti creò la Commissione per i Diritti Civili
e la Divisione per i Diritti Civili del dipartimento della
giustizia, un corpo ufficiale che doveva investigare sulle
irregolarità. Si impegnò nello studio e nell'applicazione
della lotta non violenta. Nell'agosto del 1963, a Washington,
il Dr. King fu a capo di un'enorme manifestazione contro
i soprusi razziali pronunciando il discorso che entrò nella
storia: "I have a dream", io ho un sogno, dove univa i criteri
della non violenza ai principi cristiani. Nel 1964 gli fu assegnato il premio Nobel per la pace e
fu ricevuto in Vaticano da Papa Paolo VI. Nell'aprile del 1968, a Memphis (Tennessee), vennero sparati
dei colpi di pistola dall'edifcio di fronte. Il corpo di
Martin Luther King cadde riverso sulla ringhiera. Erano
le ore 19 del 4 aprile 1968.
LA FORZA DI AMARE
"…La conseguenza della nonviolenza è la creazione di una
comunione di amore, mentre la conseguenza della violenza
è un tragico risentimento"
"…La violenza ci riporta indietro di 10 anni. Ci fa perdere
ciò che abbiamo conquistato"
"… È necessario condividere la sorte dei fratelli più poveri
perché la lotta abbia successo"
"Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo
fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con
la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo
incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo.
Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi.
Noi non possiamo in buona coscienza, obbedire alle vostre
leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un
obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci
in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle
nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo
ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre
case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi
vi ameremo ancora.
Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità
di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma
non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro
cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo
voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L’amore
è il più potere più duraturo che vi sia al mondo".
"I have a dream" (di
Martin Luter King)
§
Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia
come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia
del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla
cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione.
Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di
speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati
sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa
a porre termine alla lunga notte della cattività.
§
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento
anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata
dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione;
cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà
solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento
anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società
americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
§
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la
nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti
alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando
gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole
della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono
un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato
erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini,
si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei
principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento
della felicità.
§
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò"
per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece
di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato
ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato
con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di
credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau
delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo
venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà,
a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia
di giustizia.
§
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America
l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento
in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino
o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo
è il momento di realizzare le promesse della democrazia;
questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle
della segregazione al sentiero radioso della giustizia.;
questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie
mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della
fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia
per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione
se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate
soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà
fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno
di libertà ed uguaglianza.
§
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano
che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni
e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio,
se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse
successo.
§
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a
quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini.
I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta
della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno
luminoso della giustizia.
§
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova
qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia.
In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo
macchiarci di azioni ingiuste.
§
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo
alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre
condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della
disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta
creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente
elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza
fisica con la forza dell’anima.
§
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la
comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia
in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli
bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti
a capire che il loro destino è legato col nostro destino,
e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente
legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna,
e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia,
dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non
possiamo camminare da soli.
§
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre
in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli
che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando
vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché
il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene
sottoposto dalla polizia.
§
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi,
stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare
alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città.
Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali
davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a
un ghetto più grande.
§
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli
saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato
ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i
negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New
York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non
siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia
non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
§
Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo
enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena
usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi
sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato
percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle
raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani
della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la
certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
§
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate
nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana;
ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del
Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può
cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle
della disperazione.
§
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare
le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a
me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno
americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi
e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi
riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono
creati uguali.
§
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline
della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi
e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno
sedere insieme al tavolo della fratellanza.
§
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato
del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia,
colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in
un’oasi di libertà e giustizia.
§
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli
vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno
giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità
del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.
§
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà
esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate,
i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi
raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti
gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra
speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso
il Sud.
§
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna
della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede
saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della
nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
§
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di
pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in
carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un
giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti
i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese
mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra
dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino,
da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America
vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose
montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado,
imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi.
Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo
di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni
stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in
cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili,
cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare
con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente,
liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi
finalmente".
torna
ai nomi
Sempre
in America, ma in quella del Centro e del Sud, solo raramente
i governi erano scelti dai rispettivi popoli con libere
elezioni democratiche. Nella maggior parte dei casi invece
si trattava di governi dittatoriali, militari o civili,
creati e sostenuti dagli Stati Uniti, che intendevano così
conservare la loro situazione di sfruttamento delle risorse
del continente.
I popoli di ogni singola
nazionalità hanno affrontato spesso i momenti più cruenti
e violenti della loro storia per potersi liberare. Il personaggio
portatore di pensiero ribelle del quale parleremo è uno
che ha maturato esperienza di vita e soprattutto di lotta
in vari paesi: Si tratta di un rivoluzionario, Ernesto
Guevara, conosciuto come il "Che".
Dall'Argentina al
Messico alla Bolivia, passando per Cuba: ERNESTO GUEVARA, PROFESSIONE RIVOLUZIONARIO
Ernesto
Guevara de la Serna (1929-1967) è, dopo Fidel Castro,
il personaggio più famoso della rivoluzione. Argentino,
medico, sofferente d'asma fin dall'infanzia, con una spiccata
sensibilità letteraria testimoniata anche dal suo epistolario,
visse in vari paesi dell' America latina tra il 1953 e il
1955, quando a Città del Messico conobbe Castro e si unì
al gruppo guerrigliero. Nei due anni di guerra civile si
distinse rapidamente per le doti di comando e per la sua
austera intransigenza di principi. Alla fine del 1958 guidò
una delle colonne d'invasione da Oriente a Las Villas e
Santa Clara, dove sconfisse una parte dell'esercito batistiano.
Alla fine del 1959 fu nominato presidente del Banco Nacional,
e poi nel 1961 ministro dell'industria fino al 1965, quando
sparì rapidamente e riapparve un anno dopo in Bolivia alla
testa di una formazione guerrigliera. Nel 1967, pubblica
un’articolo che accusa imperialismo americano "Creare due,
tre molti Vietnam". Scoperto dai rangers boliviani con l’aiuto
di specialisti nelle lotta antiguerriglia venuti dagli USA,
Guevara fu ferito e poi fucilato il 9 ottobre dello stesso
anno.
Il pensiero di un rivoluzionario maturato nel corso di
moltissime lotte anti-dittatoriali si basa su un’ideologia
molto diversa a quella di Gandhi e M.L.King. Infatti leggendo
l’articolo "Creare due, tre molti Vietnam", si scoprono
molte varietà di contestazione, tra cui lo scopo era l’indipendenza
di paesi latino-americani, africani e asiatici. Appoggiava
la lotta per la libertà del Vietnam, che aveva combattuto
prima una guerra di liberazione coloniale contro i francesi
e dove si era poi sviluppata una guerriglia contro il governo
del Vietnam del Sud appoggiato dagli americani (il Vietnam
del Nord era governato invece dai comunisti guidati da Ho-Chi-Min).
Riteneva che lo stesso tipo di lotta rivoluzionaria e violenta
potesse estendersi alle dittature sud-americane. Il linguaggio
usato dal Che è molto violento e può sembrare estraneo alla
nostra sensibilità. Va certo inquadrato nella particolare
situazione di violenza esistente allora nei paesi del sud-america,
ma comunque contrasta con quello usato da Gandhi o da M.L.King.
anche se si nota molto il suo appoggio al libero pensiero.
Si nota il suo appoggio alla lotta armata come unico sistema
per sconfiggere l’imperialismo USA, non essendo utilizzabile
la difesa non-violenta della patria stessa o dei propri
diritti. Ernesto Che Guevara, oggi è considerato un mito
da molti ma non da tutti, proprio perché considerato da
alcuni altri un estremista. Le figure di Gandhi o di M.L.King
godono di un consenso più vasto, perché la loro posizione
è condivisibile da una parte maggiore dell’opinione pubblica.
Stagioni
(di Francesco Guccini)
Quanto tempo è passato da quel giorno
d'autunno di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno, fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia, giovanili ciarpami, arrivò la notizia...
Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto, sapere a brutto grugno che Guevara era morto: in quel giorno d'ottobre, in terra boliviana era tradito e perso Ernesto "Che" Guevara...
Si offuscarono i libri, si rabbuiò la stanza, perché con lui era morta una nostra speranza: erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni, erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle
illusioni...
"Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva... "Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...
Passarono stagioni, ma continuammo ancora a mangiare illusioni e verità a ogni ora, anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti: " Forza Compagni, all'erta, si deve andare avanti! "
E avanti andammo sempre con le nostre bandiere e intonandole tutte quelle nostre chimere... In un giorno d'ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto "Che" Guevara...
Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa che "Che" Guevara è morto, mai più ritornerà, ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni...
"Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva... "Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...
torna
ai nomi
Nella stessa America Latina, intorno agli anni 80, le
dittature son ancora frequenti. Alcune, come quella argentina,
sono cadute per la loro stessa incapacità di governare,
altre che duravano da anni (come quella di Somoza in Nicaragua)
cadono sotto la forza del popolo. Nel San Salvador, un paese
sotto la dittatura militare, si fanno frequenti gli scontri
tra guerriglieri e truppe governative. Un semplice uomo
di Chiesa, non accettando questa situazione che dura da
almeno 6 anni, decide di schierarsi dalla parte dei civili
alimentando così forti polemiche, non sembrando accettabile
che un ministro della Chiesa non appoggiasse il governo.
Per questo fu accusatodi essere un uomo dal passato di sinistra..Oscar
Arnulfo Romero era un conservatore...
MONSIGNOR OSCAR ARNULFO
ROMERO GALDAMEZ
Oscar
Arnulfo Romero (1917-1980). Da piccolo Oscar era timido
e riservato, amava le cose semplici ma anche comunicare
con gli altri, si poteva già intravedere la sua inclinazione
al sacerdozio. Il 25 aprile 1970 fu eletto Vescovo ausiliare
per l’Archidiocesi metropolitana di San Salvador. Nel giugno
del 1975, i militari del governo uccidono freddamente degli
innocenti, fino a quel momento, Mons. Romero non aveva capito
che dietro le autorità civili e militari, dominava una dottrina
che, facendo uso del terrore e con ferocia inaudita si permetteva
di eliminare qualsiasi cosa ostacolasse, o potesse diventare
un potenziale pericolo, agli interessi della Patria, così
come essi l’intendevano, e cioè toccava le strutture del
potere economico e civile del paese, gli interessi della
classe economica dirigente.Nel 1977 Romero venne nominato
Arcivescovo di San Salvador. A causa della sua posizione
in difesa della vita umana, nel febbraio 1978 l’università
di Georgetown (Stati Uniti) concesse la laurea "honoris
causam" a Mons. Romero. Mons. Oscar A. Romero G., quel bambino
timido proveniente da un paese sperduto tra le montagne
di El Salvador, si era convertito nel difensore dei diritti
della persona umana calpestata da un sistema che cercava
di mantenersi nel potere facendo uso della violenza. La
posizione dell’Arcivescovo ormai aveva valicato le frontiere
e si era guadagnato il titolo di "Voz de los que no tienen
voz". La domenica 23 marzo 1980, Mons. Romero pronunciò
la sua ultima omelia nella Cattedrale di San Salvador in
cui si espresse: Nel nome di Dio e di tutto il popolo
che soffre, vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino,
cessi la persecuzione contro il popolo….Il 24 marzo,
alle ore 18:25, Mons. Romero celebrava la santa messa nella
cappella dell’ospedale per ammalati terminali di cancro
"La Divina Provvidenza". Un cecchino gli sparò vari colpi
con un fucile automatico al momento dell’offertorio, l’assassino
riuscì a dileguarsi servendosi della confusione creata e
all’aiuto di alcuni collaboratori.
In un intervista:
"Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti
non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente
assassinato dalle forze di repressione della giunta, io,
che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun
diritto di cercare misure di sicurezza.
Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché
so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la
mia vita come se fosse più importante della loro vita. La
più importante è quella dei contadini, degli operai, delle
organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti,
ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano
venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare
delle misure di sicurezza personale?Sì, possono uccidermi;
anzi, mi uccideranno, benchè alcuni pensino che sarebbe
un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché
pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di
un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole
di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i
propri bisogni e le alternative che si presentano.
Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio
popolo. Un popolo non lo si può ammazzare
torna
ai nomi
ANCHE NOI ABBIAMO UN SOGNO...
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"I have a dream":disarmo
completo, in tutte le nazioni, delle armi e
delle bombe nucleari. |
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Un mondo senza confini
politici e religiosi. |
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Il mio sogno è di aiutare
gli altri nel compiere il loro sogno. E vorrei
un cane. |
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"no war"
no alle guerre religiose,
no alle guerre politiche,
no alle guerre…..
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Che tutti siano fratelli. |
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Il mio sogno è : che
le persone del mondo abbiano più umanità, disponibilità
e comprensione verso
i propri simili. |
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Vorrei cambiare il mondo
in meglio e rimuovere lo schifo che c’è.
Vorrei volare.
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Vorrei vedere meno gente
persa o almeno capire perché si perde…
Vorrei una classe politica
utile anche agli altri.
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Il mio sogno è di vivere
io e il mio piccolo mondo in serenità, in pace.
Di avere una famiglia
e dei figli, un lavoro soddisfacente e non di
essere afflitto da terribili malattie. Solo
questo. |
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Il mio sogno è quello
di riuscire sempre a sognare, ad andare avanti,
a cadere e poi rialzarmi, a sperare,
a gustare ogni singolo attimo della mia vita,
a guardare al di là della punta del mio naso,
ad amare senza aver bisogno di essere amata.
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Il mio sogno più grande
è quello di vivere finalmente in un mondo senza
più guerre, senza più violenze, di
qualsiasi tipo esse siano.
Spero che un giorno si
avveri. |
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Vorrei che i giovani
non smettano mai di pensare e di sognare.
Vorrei anche che noi
adulti anche a ottant’anni riuscissimo a pensare
e a costruire altri mondi possibili.
Sogno che le persone
anziane che hanno lottato possano andarsene
tranquille perché
I giovani raccoglieranno
i loro sogni ribelli. |
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Il mio sogno è un mondo
senza guerre né scontri, ma dove si possa vivere
in armonia, e ci sia la pace tra
i popoli. |
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PEACE AND 4EVER –LOVE- |
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Io ho un sogno...Continuare
a sognare di poter cambiare il mondo. |
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Ciao! Sogno anche di
girare il mondo, qualunque luogo per poter:
vedere, capire ogni
cultura. |
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Il mio sogno è un mondo
dove si possa convivere in pace e amore, un
mondo dove i sogni non sono falene che volano
verso la morte. |
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Ho un sogno..
Credo fermamente nella
necessità di unirsi per affrontare le tante
difficoltà che abbiamo
nella nostra vita.
Il mio sogno è di incontrare
persone con cui condividere le mie azioni.
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Forse sarà megalomane,
ma io mi trovo spesso a sognare di voler cambiare
il mondo. Quando guardo la TV inorridisco
e in quei momenti mi sento impotente ma
so di dover crescere e di
non essere inutile se non voglio esserlo.
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PARLIAMO DI SESSUALITÀ
PENSIERI SPARSI...
 Allora
ragazze e ragazzi, io sono Maria Edoarda, sono un medico.
Veramente sono una pediatra. Però sapete che è successo
? Alcuni tipi e tipe della Comunità di S. Paolo mi hanno
detto:" Sai che c’è? Il gruppo dei giovani quest’anno ci
ha chiesto di parlare anche della sessualità e noi non sappiamo…..
dove mettere le mani !!!! Ci aiuteresti ? Abbiamo saputo
che hai già fatto degli incontri con il gruppo scout di
Vincenzo della periferia di Roma – veramente non ricordo
il nome della parrocchia – e che quelle e quelli ti sono
stati a sentire con interesse ed erano interessati pure
i capi. E dai non farti pregare !!!! "
"Va bene" dico io, "ma quelli ne sanno più di me e voi
messi insieme. Non è più come ai miei tempi (ehi non crediate
che poi i miei tempi siano tanto lontani – anche io
sono giovane ! o forse giovanile ? mah, quando ci conosceremo
di persona me lo direte). Ormai i genitori parlano con i
figli anche del sesso, spiegano loro tutto ancora prima
che comincino a … sentire la voglia. E se non lo fanno i
genitori ci pensano i professori a scuola. E se la situazione
sfugge di mano pure a questi, vengono a scuola quelli
del Consultorio Familiare magari pure con lo psicologo e
ti tirano giù una solfa che mezza bastava".
"Ma dai" dicono loro "tu lavori pure in Consultorio e
non lo sai che poi alla fine i genitori, i professori, i
ginecologi spiegano sì, ma poi i figli, le ragazze e i ragazzi
non fanno loro le domande che veramente vorrebbero fare.
E poi ce lo hanno chiesto, una ragione ci sarà. Una risposta
gliela dobbiamo !!!"
Vi dirò che ho accettato, perché, in fondo, ripetere
fa sempre bene e creare occasioni in più di incontro non
guasta. Non hanno neanche dovuto insistere molto: mi piaceva
pure l’idea di farmi una bella chiacchierata con dei giovani,
ascoltare le loro domande con la paura di non saper rispondere
a tono, di non riconoscere le espressioni gergali attuali.
Insomma, per farla breve, ci siamo visti
un sabato pomeriggio dalle 17,30 alle 19,30 ( e abbiamo
finito perché ciascuno di noi aveva degli impegni per la
serata, se no avremmo continuato). E ci siamo pure divertiti.
Io a fargli vedere le immagini degli organi sessuali maschili
e femminili su un manichino e su dei cartelloni, che se
li avessero visti per strada avrebbero detto che erano ….osceni!
E loro, dopo che si era scaldato un po’ l’ambiente, a fare
domande.
Io
ho cercato di essere il meno pallosa possibile e allora
ho raccontato loro e quasi mimato il viaggio che fa l’ovulo
femminile, durante il ciclo, dall’ovaio fino all’utero.
Che avviene la mestruazione della ragazza con l’espulsione
dell’ovulo se questo non incontra lo spermatozoo, cioè se
non c’è stato il rapporto o se non s’è fatto zum - zum –
se vogliamo dire così -.
Mentre invece, se c’è stato il rapporto, l’ovulo incontra
lo spermatozoo nelle tube (solo uno di tutti quei milioni
che sono emessi in ogni eiaculazione) e continuando il suo
viaggio, dopo circa 5-6 giorni, si annida nella mucosa uterina,
che si è preparata con l’aiuto di alcuni ormoni ad accoglierlo,
e da gamete comincia la sua trasformazione in embrione.
Abbiamo parlato del ciclo mestruale, del gioco che fanno
gli ormoni nel corpo femminile e dell’ipofisi, una specie
di hard disk che contiene i regolatori degli ormoni sessuali
come di altri ormoni che ci servono per vivere.
Non vi credete che gli ormoni ce li hanno solo le femmine.
No, ce li hanno pure i maschi, anche se un po’ differenti.
Però abbiamo parlato di più di quelli femminili perché la
maggior parte delle domande le hanno fatte le ragazze. A
proposito, del gruppo erano presenti sette ragazze e due
ragazzi e dei grandi, per così dire, eravamo due maschi
e tre femmine, tutti della Comunità di S. Paolo.
Certo farvi una sintesi di tutto quello di cui abbiamo
discusso non è facile. Vi dico gli argomenti così come mi
vengono: il ciclo mestruale delle ragazze, come ci si accorge
che i ragazzi sono sviluppati (per i curiosi la risposta
è che hanno la prima erezione), come è posizionato l’utero
nel basso addome, come e perché i testicoli stanno li dove
stanno (sempre per i curiosi nelle borse scrotali), quando
è utile fare il test di gravidanza per sapere che è successo
di un rapporto a rischio (ai curiosi abbiamo spiegato che
fare il test subito dopo il rapporto non serve, ma si devono
aspettare almeno 7 giorni per il test sul sangue – beta
HCG – e almeno 15 giorni per il test sulle urine).
Abbiamo parlato anche della pillola del giorno dopo e
degli altri contraccettivi, dei rapporti che possono essere
a rischio non solo di gravidanza ma anche di malattie sessualmente
trasmesse, delle mestruazioni abbondanti e di quelle dolorose,
dei consultori familiari.
Sono anche state raccontate le dicerie e storie che si
dicevano e si dicono ancora sulle donne quando hanno le
mestruazioni: non possono toccare le piante altrimenti si
seccano; fanno impazzire la maionese; non possono fare i
pomodori in bottiglia perché poi scoppiano. Ho allora approfittato
per dire come la penso sull’argomento: la capacità di generare
e far nascere dei bambini e delle bambine è quello che assicura
all’umanità la sopravvivenza della specie umana. E’ quindi
un grande potere che hanno le donne e che è sempre stato
invidiato dagli uomini, che in verità gestiscono tutti gli
altri poteri e vorrebbero avere anche questo. Le mestruazioni
delle donne sono la manifestazione visibile del potere di
generare. I maschi non potendo avere anche questo fondamentale
potere (avete mai visto un maschio incinto o con le mestruazioni?)
hanno, attraverso i secoli, messo in giro dicerie che sono
poi entrate nella nostra cultura: le mestruazioni fanno
male, fanno seccare le piante, impazzire la maionese e inacidire
i pomodori in bottiglia, la gravidanza è un momento di debolezza
per la donna.
Sarà dura continuare a spiegar loro che non è vero, come
è dura far capire ai maschi che il loro desiderio sessuale
ha la stessa intensità del desiderio sessuale femminile.
Questo però lo abbiamo lasciato alle prossime puntate.
E sì perché ci saranno almeno altri due incontri: sugli
aspetti relazionali e psicologici della sessualità e sugli
aspetti culturali e religiosi.
Sono curiosa di sapere come continuerà, perché poi alla
fine mi sono resa conto che, per quante lezioni o chiacchierate
ci abbiano fatto, sulla sessualità i dubbi sono sempre tanti
e pensiamo sempre di non essere normali, quando il segreto
(ora ve lo svelo) è che ciascuno di noi è un meraviglioso
individuo unico e speciale così come unica e speciale è
la sua sessualità.
Ciao e a presto, e se nel frattempo vi venissero in mente
altre domande e dubbi andate al consultorio familiare della
vostra zona (cercatelo, c’è sicuramente) e lì troverete
persone più o meno simpatiche, ma sicuramente preparate
a rispondervi.
Maria Edoarda Trillò
LA "PAURA DELLE
PAURE"
L'incontro di un gruppo di adolescenti che
comunicano
esperienze sentimentali, dubbi, fantasie e domande sulla
sessualità è avvenimento raro, che richiede la presenza
di adulti qualificati. Nel nostro caso, è stata presente
una pediatra, una psicologa, un educatore con una profonda
formazione "laicamente religiosa" e i giovani educatori
che seguono il gruppo in maniera permanente. Gli incontri
avvenivano in maniera separata con i diversi "esperti",
ma avevano come obiettivo anche quello di preparare un clima
empatico. Nel terzo incontro, presenti tutti gli esperti,
i ragazzi hanno comunicato tra loro, in una sorta di dialogo
tra la sessualità maschile e quella femminile. Che fare
di quest’esperienza e, soprattutto, quale obiettivo è stato
raggiunto?
Si è appreso ad affrontare insieme la "paura delle paure",
riuscendo ad attribuire un nome e un pensiero a fantasie
o desideri destinati altrimenti a rimanere muti, divenendo
cosi fonte di disagio.
(...) «La volta scorsa si è affrontata quella parte della
sessualità che richiede un'informazione-conoscenza scientifica.
Naturalmente questa cose non sono mai così scientifiche,
ma una conoscenza è necessaria. Stasera faremo esattamente
l'operazione contraria, quindi riprendiamo queste conoscenze
e le mettiamo all'interno di un "corpo d'amore", cioè le
mettiamo all'interno di un corpo amoroso. Non un "corpo
oggetto", ma un "corpo soggetto", quindi capace di amore
e soprattutto bisognoso di amore Ognuno di noi a qualsiasi
età ha bisogno di cure amorevoli. La sessualità l'affronteremo
da questo punto di vista(…). (…) La caratteristica del nostro essere persone è proprio
quella di essere il frutto di un desiderio altrui. E su
questo ci dobbiamo rassegnare: questo marchingegno che ci
mette al mondo è qualcosa che andremo a cercare per tutta
la vita e non troveremo mai, perché è proprio di quel momento
e basta. Ma nella nostra esistenza andremo sempre alla ricerca
di quel "Paradiso Perduto". Qual è il "Paradiso Perduto"? E' quel momento in cui sto nella pancia
di mia madre (e ci siamo stati tutti, questa è un'esperienza
che accomuna maschi e femmine, anche i maschi hanno abitato
la pancia della madre) e quello per noi rimane un punto
irraggiungibile, perché siamo "due in uno", perché c'è una
simbiosi, perché quello che fa l'altro è protettivo, perché
siamo in un luogo splendido (lo immaginiamo splendido),
protetto, fatto su misura, quindi: che vogliamo di meglio?
E quella condizione vorremmo averla sempre, e invece dobbiamo
rassegnarci a non averla mai. Per questo, come esseri umani,
siamo esseri alla ricerca di qualcosa che non troveremo.
"Ammazza che bel destino che abbiamo!". Per fortuna troviamo
altre cose, ma quella proprio no, e questo ci caratterizza. Cosa c'entra questo con la sessualità? Questo è il centro della sessualità,
perché a partire da come siamo accolti si determina, se
non proprio il nostro destino, un'apertura della strada,
una strada particolare. Ognuno di noi ha una strada molto
propria a se stesso e anche molto misteriosa. L'essere umano, che pure aspira a qualcosa che non troverà mai, è determinato
da un unico obiettivo: il piacere, mentre tutto ciò che
da dispiacere tentiamo di evitarlo. C'è un istinto che ci
porta alla ricerca del piacere e all'allontanamento dal
DISpiacere.» (...)
Paola Cecchetti
SESSUALITA'
Presupponendo tutto ciò che è stato
detto nelle precedenti riunioni sia dal punto di vista medico
che dal punto di vista psicologico, vorrei parlare dei percorsi
per arrivare a quella relazione complessa che chiamiamo
amore. Le indagini sociologiche ci dicono che moltissimi
tra i giovani pensano a questo percorso ideale, forse anche
difficile da fare, che ad un certo punto porta all’incontro
con l’altro/l’altra con cui si decide di condividere la
propria vita.
Questo percorso non è così
diffuso ed è molto recente. Si parla di matrimonio d’amore
da due secoli a questa parte. Per centinaia di migliaia
di anni ci si è congiunti, amati, litigati, si sono fatti
bambini, ma l’esperienza dell’umanità rispetto al matrimonio
d’amore, che presuppone una scelta, è recente e ancora minoritaria,
non riguarda tutto il pianeta. Qualche sera fa c’è stato
un servizio televisivo sui matrimoni in India, che in gran
parte vengono combinati dai genitori. Il ragazzo e la ragazza
si conoscono solo dopo che il matrimonio è avvenuto. Una
ragazza, che stava per sposarsi, raccontava nell’intervista
di non conoscere il suo futuro marito e diceva comunque:
“Poi lo amerò”. L’amore non è in queste esperienze il presupposto,
il punto di partenza di un percorso per arrivare ad una
unione sessuale, ad avere un progetto comune di vita, di
casa, bambini, un progetto di condivisione di esperienze.
Tutto questo viene dopo, prima c’è la situazione di fatto,
che viene legalizzata e consacrata dai rituali del tempo
e del posto.
Ci sono tanti altri
tipi di percorsi e di storie. Mi viene in mente una storia
che è narrata nella Bibbia. Una storia bella ma crudele.
Racconta il libro del Genesi che Dina, la figlia di Giacobbe,
uscì per incontrarsi con le ragazze del paese, in cui lei
con la sua famiglia erano arrivati durante il loro viaggio.
Sichem, principe dei sichemiti, la vide, la rapì e la violentò.
Poi però la guardò con tenerezza - rara in quei tempi la
tenerezza nel maschio - se ne innamorò e la chiese in sposa.
I fratelli di Dina finsero di accettare la richiesta di
matrimonio, ma poi con uno stratagemma uccisero i maschi
dei sichemiti e si ripresero la sorella, senza chiedersi
nulla sui sentimenti di lei.
Ci sono – e ci
sono stati nella storia dell’umanità - matrimoni combinati,
matrimoni imposti o negati. Storie che sentiamo lontane
da noi e che sono comunque i percorsi di tanta parte dell’umanità,
attraverso i quali tante persone si sono incontrate, hanno
sofferto, si sono amate. Qual è un percor per i ragazzi
e le ragazze di oggi, che abitano nella nostra parte del
mondo? Proviamo a tracciarlo.
All’inizio l’incontro
è basato sulla simpatia. Qualche volta però questo tipo
di incontro può essere superficiale. Correlata alla simpatia
c’è l’antipatia. Spesso chi è timido, chi si sente diverso
dagli altri, per nascondere la propria timidezza può mostrarsi
aggressivo, assumere atteggiamenti antipatici, ci può apparire
goffo o con la puzza sotto il naso. Tutto questo non va
preso passivamente, nei rapporti con gli altri bisogna reagire
alla simpatia e all’antipatia. Bisogna chiedersi perché
quel ragazzo o ragazza ha un comportamento ritroso, sfuggente
e cercare di capire se dietro quel comportamento non si
stia difendendo da qualcosa. Per approfondire il rapporto
con una persona c’è bisogno di un atteggiamento di comprensione
- forse un po’ faticoso, ma sicuramente positivo e bello
- che ci aiuta a vincere l’aspetto superficiale della simpatia
e dell’antipatia e ad andare oltre.
Oltre alla simpatia
e all’antipatia ci può essere l’affiatamento. Essere affiatati
vuol dire fare bene qualcosa insieme, come succede per esempio
tra i giocatori di una squadra i calcio o fra due ballerini.
Un altro passo
di questo percorso che stiamo tracciando è l’amicizia. Gli
amici stanno bene insieme e possono anche desiderare di
appartarsi. Il gruppo ad un certo punto satura il nostro
mondo di emozioni e di contentezza, preferiamo allora palare
con un amico o un’amica, condividere dei sentimenti, farci
delle confidenze, parlare di qualcosa di riservato, che
non diremmo ad altri, qualcosa di cui abbiamo pudore.
Un altro livello
ancora è quello dell’attrazione. Non è ancora amore, però
è desiderio intenso e ricerca di incontro. Talvolta l’attrazione
potrebbe non essere ricambiata e allora ci può essere delusione
e gelosia. L’attrazione è l’anticamera dell’amore.
Per parlare di
amore è necessario che ci sia empatia, è necessario cioè
sentire quello che prova l’altro/l’altra. E’ qualcosa di
diverso da ciò che capita ad esempio ad un professore, che
riesce a capire ciò che sta succedendo ad un ragazzo, questa
è intelligenza, esperienza, non è empatia. L’empatia è sentire
nel proprio mondo di emozioni quello che sente l’altro o
l’altra.
Nell’amore e nei
gesti amorosi l’empatia è importante. Se uno dei due – normalmente
è il ragazzo – non sente ciò che sente l’altra si perde
la sintonia, si può essere apparentemente tanto vicini,
ma in realtà tanto lontani, e può succedere anche che gesti
o parole siano vissuti come violenza. Nei rapporti sessuali
ci può essere violenza, anche quando non c’è stupro, o comunque
ci può essere offesa, pressione, da parte di chi si misura
solo sul proprio piacere, che corrisponde a delusione e
freddezza dall’altra parte.
L’importante non
è vincere la battaglia delle prestazioni, ma volersi bene
davvero, nel senso pieno della parola, spiritualmente, emozionalmente,
sentimentalmente, fisicamente, e lasciarsi guidare da questo
per arrivare a condividere emozioni e piacere, evitando
così il rischio di considerare e trattare l’altro/l’altra
come oggetto.
Anche ammettendo
che si possa avere un incontro solo per gioco, è un principio
etico indiscutibile che a giocare bisogna essere in due.
Il gioco non ha senso e diventa crudele quando manca una
reciprocità, quando c’è chi gioca e chi viene coinvolto
in emozioni
e sentimenti destinati a rimanere delusi. Non si può giocare
con i sentimenti e la fragilità dell’altro o dell’altra.
L’interrogativo che ci poniamo è se l’incontro sessuale
– amicizia tra sessi, esperienza di vita o anche semplice
gioco – si limiti costantemente al provvisorio, o se, almeno
sull’orizzonte, non appaia la prospettiva di una relazione
stabile e fedele. Relazione che può rimanere anche quando
lo stare insieme nella stessa condizione di vita o nello
stesso progetto diventa difficile, tormentoso o problematico
per motivi di salute, per raffreddamento del rapporto o
per cause esterne.
Oltre alla simpatia
e all’antipatia ci può essere l’affiatamento. Essere affiatati
vuol dire fare bene qualcosa insieme, come succede per esempio
tra i giocatori di una squadra i calcio o fra due ballerini.
Un altro passo
di questo percorso che stiamo tracciando è l’amicizia. Gli
amici stanno bene insieme e possono anche desiderare di
appartarsi. Il gruppo ad un certo punto satura il nostro
mondo di emozioni e di contentezza, preferiamo allora palare
con un amico o un’amica, condividere dei sentimenti, farci
delle confidenze, parlare di qualcosa di riservato, che
non diremmo ad altri, qualcosa di cui abbiamo pudore.
Un altro livello
ancora è quello dell’attrazione. Non è ancora amore, però
è desiderio intenso e ricerca di incontro. Talvolta l’attrazione
potrebbe non essere ricambiata e allora ci può essere delusione
e gelosia. L’attrazione è l’anticamera dell’amore.
Per parlare di
amore è necessario che ci sia empatia, è necessario cioè
sentire quello che prova l’altro/l’altra. E’ qualcosa di
diverso da ciò che capita ad esempio ad un professore, che
riesce a capire ciò che sta succedendo ad un ragazzo, questa
è intelligenza, esperienza, non è empatia. L’empatia è sentire
nel proprio mondo di emozioni quello che sente l’altro o
l’altra.
Nell’amore e nei
gesti amorosi l’empatia è importante. Se uno dei due – normalmente
è il ragazzo – non sente ciò che sente l’altra si perde
la sintonia, si può essere apparentemente tanto vicini,
ma in realtà tanto lontani, e può succedere anche che gesti
o parole siano vissuti come violenza. Nei rapporti sessuali
ci può essere violenza, anche quando non c’è stupro, o comunque
ci può essere offesa, pressione, da parte di chi si misura
solo sul proprio piacere, che corrisponde a delusione e
freddezza dall’altra parte.
L’importante non
è vincere la battaglia delle prestazioni, ma volersi bene
davvero, nel senso pieno della parola, spiritualmente, emozionalmente,
sentimentalmente, fisicamente, e lasciarsi guidare da questo
per arrivare a condividere emozioni e piacere, evitando
così il rischio di considerare e trattare l’altro/l’altra
come oggetto.
Anche ammettendo
che si possa avere un incontro solo per gioco, è un principio
etico indiscutibile che a giocare bisogna essere in due.
Il gioco non ha senso e diventa crudele quando manca una
reciprocità, quando c’è chi gioca e chi viene coinvolto
in emozioni
e sentimenti destinati a rimanere delusi. Non si può giocare
con i sentimenti e la fragilità dell’altro o dell’altra.
L’interrogativo che ci poniamo è se l’incontro sessuale
– amicizia tra sessi, esperienza di vita o anche semplice
gioco – si limiti costantemente al provvisorio, o se, almeno
sull’orizzonte, non appaia la prospettiva di una relazione
stabile e fedele. Relazione che può rimanere anche quando
lo stare insieme nella stessa condizione di vita o nello
stesso progetto diventa difficile, tormentoso o problematico
per motivi di salute, per raffreddamento del rapporto o
per cause esterne.
Oltre alla simpatia e all’antipatia ci può essere l’affiatamento.
Essere affiatati vuol dire fare bene qualcosa insieme, come
succede per esempio tra i giocatori di una squadra i calcio
o fra due ballerini.
Un altro passo
di questo percorso che stiamo tracciando è l’amicizia. Gli
amici stanno bene insieme e possono anche desiderare di
appartarsi. Il gruppo ad un certo punto satura il nostro
mondo di emozioni e di contentezza, preferiamo allora palare
con un amico o un’amica, condividere dei sentimenti, farci
delle confidenze, parlare di qualcosa di riservato, che
non diremmo ad altri, qualcosa di cui abbiamo pudore.
Un altro livello
ancora è quello dell’attrazione. Non è ancora amore, però
è desiderio intenso e ricerca di incontro. Talvolta l’attrazione
potrebbe non essere ricambiata e allora ci può essere delusione
e gelosia. L’attrazione è l’anticamera dell’amore.
Per parlare di
amore è necessario che ci sia empatia, è necessario cioè
sentire quello che prova l’altro/l’altra. E’ qualcosa di
diverso da ciò che capita ad esempio ad un professore, che
riesce a capire ciò che sta succedendo ad un ragazzo, questa
è intelligenza, esperienza, non è empatia. L’empatia è sentire
nel proprio mondo di emozioni quello che sente l’altro o
l’altra.
Nell’amore e nei
gesti amorosi l’empatia è importante. Se uno dei due – normalmente
è il ragazzo – non sente ciò che sente l’altra si perde
la sintonia, si può essere apparentemente tanto vicini,
ma in realtà tanto lontani, e può succedere anche che gesti
o parole siano vissuti come violenza. Nei rapporti sessuali
ci può essere violenza, anche quando non c’è stupro, o comunque
ci può essere offesa, pressione, da parte di chi si misura
solo sul proprio piacere, che corrisponde a delusione e
freddezza dall’altra parte.
L’importante
non è vincere la battaglia delle prestazioni, ma volersi
bene davvero, nel senso pieno della parola, spiritualmente,
emozionalmente, sentimentalmente, fisicamente, e lasciarsi
guidare da questo per arrivare a condividere emozioni e
piacere, evitando così il rischio di considerare e trattare
l’altro/l’altra come oggetto.
Anche ammettendo
che si possa avere un incontro solo per gioco, è un principio
etico indiscutibile che a giocare bisogna essere in due.
Il gioco non ha senso e diventa crudele quando manca una
reciprocità, quando c’è chi gioca e chi viene coinvolto
in emozioni
e sentimenti destinati a rimanere delusi. Non si può giocare
con i sentimenti e la fragilità dell’altro o dell’altra.
L’interrogativo che ci poniamo è se l’incontro sessuale
– amicizia tra sessi, esperienza di vita o anche semplice
gioco – si limiti costantemente al provvisorio, o se, almeno
sull’orizzonte, non appaia la prospettiva di una relazione
stabile e fedele. Relazione che può rimanere anche quando
lo stare insieme nella stessa condizione di vita o nello
stesso progetto diventa difficile, tormentoso o problematico
per motivi di salute, per raffreddamento del rapporto o
per cause esterne.
VOLONTARIATO:
INCONTRO CON ANTONELLA CAMMAROTA
INTRODUZIONE DI ANTONELLA CAMMAROTA
 Anche
se la mia attività nel campo del volontariato dura ormai
da anni, vorrei cominciare a parlarvi partendo dalle mie
esperienze più recenti, quelle in campo internazionale all’interno
di un’Organizzazione Non Governativa (O.N.G.). Mi sono sempre occupata della cooperazione con le popolazioni indigene
del Centro America. Avevo iniziato la mia esperienza di
volontariato a Messina facendo scuola e seguendo i bambini
che vivevano in baracca. Quello che accomuna tutte le mie
esperienze di volontariato è la consapevolezza che dalla
relazione, dallo scambio, nasca qualcosa di positivo per
entrambe le parti. E poi cominciavamo a renderci conto dei
problemi, dell’inadeguatezza della scuola nell’insegnare
a questi bambini. Cominciavamo a capire i problemi esistenti
a livello sociale. Da qui è nato il desiderio di approfondire la conoscenza
di quello che avevamo intorno, sia a livello sociale che
politico. Nel lavoro che facciamo con la comunità indigena abbiamo un confronto
continuo con una realtà diversa dalla nostra. Facciamo nostre
le loro conoscenze, la loro cultura, il loro modo di stare
insieme, la speranza che hanno nonostante le difficoltà.
Noi cerchiamo di dare loro gli strumenti per conoscere meglio
il nostro mondo. Nei momenti in cui stavo peggio, fare volontariato mi ha aiutato molto
(e in un certo senso l’ho fatto più per egoismo che per
altruismo - quando stavo meglio il senso della libera scelta
era più presente -): occuparsi degli altri è anche un modo
per sfuggire alla propria depressione. "C.R.I.C." (il gruppo in cui lavoro) è una O.N.G. che si occupa di
realizzare progetti per le popolazioni del Terzo Mondo.
INTRODUZIONE DI GIOVANNI
FRANZONI
Io vorrei partire dalle origini dell’atteggiamento di aiuto
volontario tra gli esseri umani. Il volontariato, nella
forma attuale, ha in alcuni casi un’origine religiosa, in
altri è completamente laico e nasce in una società moderna
complessa: nella società contadina non c’era bisogno di
volontariato. La solidarietà era un dato di fatto. Se bruciava
un fienile tutti, dai casali intorno, aiutavano a spegnere
l’incendio. Solidarietà spontanea che ha una sua radice:
"oggi a te domani a me". Se pensiamo per esempio ai pompieri,
oggi sono un corpo, ma negli USA, all’inizio, erano volontari. In questi ultimi anni è nato l’interesse particolare per le popolazioni
dei paesi in via di sviluppo. I primi sono stati i missionari
che andavano in quei luoghi per portare il Vangelo, la loro
religione. Poi si accorsero che era difficile parlare di
religione a gente che moriva di fame e di malattie. Si sono
aggiunte in seguito forme di volontariato organizzato, per
esempio medici che chiedono di andare per alcuni anni nei
paesi in via di sviluppo. Il volontariato ci deve mettere allo stesso livello di chi vogliamo
aiutare: solidarietà è stare sulla stessa barca, come succede
in famiglia. Ma la solidarietà può anche significare reciproco
sostegno in un gruppo contro altri. La parabola del samaritano, a guardarla bene, non è religiosa: racconta
di uno che è stato picchiato. Passa un sacerdote e procede
oltre, arriva un levita e fa altrettanto. Poi passa un nemico
e si commuove. Prima non c’era alcuna solidarietà (erano
nemici) ma nasce in quel momento per compassione (=patire insieme), per una forma di simpatia; La simpatia
trova una sua radice piuttosto ambigua nell’empatia (sapere
cosa succede in un altro). Con gli animali che mangiamo
manchiamo di empatia, come quando si sceglie un’aragosta
viva che viene presa e buttata nell’acqua bollente per essere
cucinata. In quel momento non proviamo empatia perché non
ci poniamo il problema di quello che avviene dentro l’aragosta. Può succedere anche tra esseri umani. Succede ogni volta che pensiamo
ad una guerra senza porci il problema del dolore che comporta
solo perché è lontana da noi. Il concetto di empatia è ambiguo perché si può conoscere quello che
c’è dentro qualcuno anche per fargli del male. Un torturatore
sa dove far più male, sa cosa succede nell’altro. Un uomo
e una donna che dopo essersi amati si lasciano, volendosi
offendere sanno farlo molto meglio di quanto non sappiano
fare due estranei, perché conoscono i reciproci punti deboli
in cui ferire l’altro. Malgrado la sua ambiguità, comunque, l’empatia è il primo passo verso
la simpatia. Io non posso aiutare l’altro se non so cosa
prova e la simpatia è un passo ulteriore: non mi estraneo
dal dolore che conosco (empatia), ma lo faccio mio. La compassione
non è elemosina, è fare mia la sofferenza degli altri.
Il volontariato ha bisogno anche di organizzazione, ma soprattutto
di queste anime profonde che sono l’empatia e la simpatia,
e della capacità di soffrire per aiutare qualcuno ad uscire
dalla sua sofferenza che è diventata anche la mia. Non è un’esibizione di buona volontà: chi agisce in questo senso
può essere pericoloso, fare dei danni. Quando un volontario
accende delle speranze e poi se ne va, fa un danno peggiore,
ricaccia le persone in una solitudine ed una tristezza ancora
più profonde (succede spesso con gli anziani). Il volontario deve aiutare gli altri ad andare avanti con le loro gambe,
non a renderli dipendenti.
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