Spazio Web Giovani
delle Comunità Cristiane di Base Italiane

CdB*GVIDEO

CdB*G Video

FATTI
FEDE
CULTURA
"MOSTRI"

riflessioni
a catena
inanellate
su normali mostruosità

BERLUSCOUNTER
Berluscounter!

CdB E SACRAMENTI


I SACRAMENTI NELLA COMUNITÀ DI S.PAOLO


BATTESIMO

La domanda de* ragazz*:

La società in cui si nasce impone un certo tipo di cultura. Il battesimo è forse una parte di questa imposizione.
Perché si deve condizionare una persona sin dalla nascita?


Antonella:   Tanto per ribadire quanto detto da Anna Maria, e cioè che ciò che si fa in Comunità non rispecchia nessun dogma prestabilito, ma è il frutto di una ricerca, di una decisione, anche di errori, su questo sacramento che riguarda molte persone (in Italia certo la maggioranza) io e Salvatore, pur facendo parte della stessa Comunità, abbiamo fatto scelte diverse per i nostri figli.

   Innanzitutto bisogna dire che il battesimo celebrato qui non è registrato e non risulta sui libri ufficiali della chiesa. Quindi chi è stato battezzato in Comunità non risulta battezzato da nessuna parte, non è registrato. Ma questa cosa non c'era sembrata così importante e siamo andati avanti.

   Per quanto riguarda me e Mimmo, le bambine le abbiamo fatte battezzare da piccole, ma non proprio entro i primi mesi di vita. Sara aveva circa tre anni e Sofia ne aveva già quattro. Il motivo per cui abbiamo scelto il battesimo che erano ancora piccole (non erano piccolissime, ma certo non erano in grado di capire quello che stavamo facendo fino in fondo) è stato frutto di un cammino intrapreso insieme ad altri genitori che avevano le nostre stesse preoccupazioni e perplessità.

   Abbiamo avuto molti incontri (per prendere questa decisione è passato tanto tempo), abbiamo parlato con "esperti", abbiamo riflettuto e abbiamo deciso di inserire il battesimo e di dare un significato a questo segno proprio perché era un segno che facevamo all'interno di una comunità cristiana che per noi era un luogo importante per la crescita della nostra fede. E come abbiamo fatto sempre per le nostre figlie e come prendiamo tuttora delle decisioni dalle quali loro saranno in qualche modo influenzate, ma che potranno mutare da grandi, abbiamo pensato che in questa fase della loro vita, e anche della nostra, era importante presentarle alla Comunità di cui noi facciamo parte.

   Quindi abbiamo dato al battesimo un significato "sociale", eravamo convinti che non ci fosse la necessità di lavarli da alcun peccato, ma era un dare segno alla Comunità che c'erano due nuove bambine che stavano con noi.

Il fatto che loro non erano proprio così piccole è stata un'esperienza positiva perché comunque hanno vissuto in parte quel momento che forse da grandi potranno riconfermare se vorranno, oppure no.

 

Salvatore:    Con Marzia, abbiamo scelto di battezzare Serena da grande e Giulia non si è battezzata proprio perché lei ha fatto sin da piccola un cammino diverso (infatti qui in Comunità la vedete poco. Serena magari si vede un po' di più). Effettivamente le motivazioni che ci hanno spinto a scegliere decisamente un battesimo da grande sono state soprattutto un tentativo di ritornare alla situazione della chiesa primitiva, perché il battesimo, questa "immersione" nell'acqua, allora aveva quel significato di cambiamento perché in genere avveniva dopo la conversione, come Paolo che ha l'incontro sulla via di Damasco e poi si battezza per suggellare, per fissare, per dimostrare questa novità che gli è successa e che da quel momento in poi lui seguirà.

   Certo allora i bambini non avevano nemmeno l'importanza che noi diamo loro adesso, a quel tempo non erano nemmeno considerati. Però volevamo togliere qualsiasi "magia" che fosse legata ai sacramenti, cioè il battesimo da dare al bimbo piccolo perché sennò andava al limbo se gli succedeva qualcosa. Adesso non se ne parla più, ma ai nostri tempi il professore di religione delle medie ci insegnava con una penna come battezzare un bambino, perché se poi moriva noi eravamo responsabili che andava al limbo. Ed era serissimo: ci terrorizzava con questa penna e dovevamo imparare a battezzare.

   Il battesimo come rito magico non ci andava. Certo la condivisione con la Comunità, quella sì, la sentivamo anche noi, però per togliere qualsiasi elemento di magia (e giustamente per l'esigenza di non "iscrivere", "arruolare" subito un nuovo essere in un reggimento) abbiamo preferito un percorso da adulti all'interno della Comunità che ci è sembrato più giusto.

   Però c'è da dire che l'idea di non condizionare assolutamente i nostri ragazzi nella scelta, francamente, è un'utopia che poi abbiamo visto essere impossibile da seguire. Perché una proposta va fatta. Tu puoi non battezzarli subito, "iscriverli" subito, ma poi una proposta devi dargliela, perché se tu rifiuti, rinunci a dargliela, poi ci sono mille altre chimere che la danno una proposta di vita, di esercito, di arruolamento in qualche cosa e quindi uno cerca di curare al meglio lo sviluppo personale del proprio figlio.

   Rispetto al battesimo in Comunità è successo che qualcuno, dovendo andare a sposarsi in chiesa (magari perché aveva cambiato idea o perché era stato convinto dalla moglie/marito che non era delle Comunità di base), ha avuto dei problemi con il parroco (sapete che il parroco deve richiedere anche la cresima prima di celebrare il matrimonio). È successo che tutti quelli che sono stati testimoni di questo battesimo, che magari aveva amministrato Giovanni, hanno dichiarato che effettivamente il battesimo era stato somministrato al o alla giovane, e i parroci hanno dovuto accettare questo dato di fatto perché non si può ripetere il segno del battesimo.

Antonella Garofalo & Salvatore Ciccarello


 
30 MAGGIO 2004:
BATTESIMI NELLA COMUNITA' DI S.PAOLO

Io sono nato in Moldavia e ho già fatto il battesimo e la comunione da piccolo.
Ho visto come si fa il battesimo: i bambini si mettevano con la testolina nell’acqua.

C’è una tradizione in Moldavia che si deve saltare sopra il fuoco così i peccati vanno in cielo.
Una volta l’ho fatto anch’io ed è un’esperienza fantastica.

Io sono molto felice che Matteo, Jeanpiere, Fausto e Jacopo fanno la comunione e il battesimo, perché così superano un ostacolo della vita, perché io l’ho già fatto.  

Roman
Roma 30 maggio 2004

Alcuni di noi sono stati battezzati da piccoli, non per loro scelta ma perché l’hanno scelto i genitori.
Invece i miei genitori non l’hanno fatto e io ho scelto di farlo quest’anno perché so che cosa sto facendo insieme a Jacopo e Jampi.

Al catechismo si studia che il battesimo è un sacramento che ti libera dal peccato originale di Adamo ed Eva.

Per noi invece il Battesimo è un segno sincero e con Giovanni abbiamo detto che dobbiamo costruire insieme l’innocenza.
Essere innocente per me vuol dire non mentire, non essere falsi, non ingannare, insomma essere sinceri e semplici.
Per Gesù per diventare innocenti come i bambini non basta rispettarli ma bisogna diventare bambini.

Il mio battesimo è un attraversare il fiume, come gli Ebrei hanno fatto alla fine del loro viaggio nel deserto, per cambiare modo di fare, un segno di PACE che non può arrivare lontano, ma che può iniziare con tutti quelli della mia famiglia e con i miei amici.
L’altro giorno non ho tenuto rancore per un mio amico che mi aveva spinto per terra e mi aveva fatto male e invece di prenderlo a pugni (come avrei voluto fare) ho accettato le sue scuse e ho controllato la mia rabbia. Questo è un piccolo segno del mio cambiamento.

E per me credere in qualcosa, come nel Battesimo e nella Comunione, non si fa perché tutti lo fanno ma perché ognuno deve saper bene cosa sta facendo.
Cercare di cambiare, di costruire l’innocenza e la pace è qualcosa che si deve sempre rinnovare e deve crescere con noi.

Per questo il mio Battesimo è un atto che continua nella mia vita e non finisce mai.

Matteo
Roma 30 maggio 2004


CONFERMAZIONE

 La (falsa) domanda de* ragazz* :

In Comunità, la Cresima si celebra con i piedi?

L'esperienza di Emanuele (e dell'intera Comunità di S.Paolo) risale al  26 maggio 2002, quando questa pagina era già stata pubblicata con i contenuti relativi agli altri Sacramenti.
Per questo abbiamo inventato una domanda fittizia e scherzosa.
L'argomento, però, è serio.
E' stato inserito qui per dare un quadro complessivo del rapporto tra Comunità e Sacramenti. E soprattutto per testimoniare la nostra gioia!


Queste orme e questo percorso, che ho costruito, rappresentano il cammino che ci ha insegnato Gesù, che io mi impegno a fare con la cresima.
Si vede che questo cammino è in salita, in quanto è difficile. Le orme sono vicine; questo sta ad indicare che i passi sono brevi, per stare al passo con chi va più piano e non lasciare indietro nessuno.
Ci sono delle orme che tornano indietro, questo simbolo può avere due significati:

qualcuno che si è scoraggiato e ha deciso di prendere la strada più facile (quella in discesa), oppure

qualcuno che è tornato indietro per recuperare chi si è perso.

Le orme non sono di una persona sola ma di più persone, perché quello che ci ha insegnato Gesù è un cammino da fare tutti insieme.

Emanuele

Crescere, diventare "grande", andare avanti sperimentando altre situazioni e idee, tutto questo si può riassumere in una parola: cresima, o meglio confermazione.

   Questo cammino io ancora non l’ ho sperimentato, ma da quanto ne so ho capito che non è facile perché ci sono molti ostacoli e altrettante cose da imparare, ma sono sicura che con qualche amico ce la si può fare.
   Quindi do il mio appoggio a Emanuele e spero che lui lo accetti, ma siccome non ho dubbi gli dico:"forza Lele, che insieme a noi ce la farai"!!!

Sara

Come Pietro in un momento difficile è riuscito a superare le sue paure e a ridare forza ai suoi compagni, dopo la morte di Gesù e dopo averlo rinnegato tre volte, così io spero che tu possa, come lui, essere elemento di forza per far superare le paure, anche nei momenti più difficili, a te e a chi ti sta attorno.

Eleonora

 

Io sono entrato da poco in comunità e nel laboratorio, perciò non conosco bene Emanuele, ma siccome è più grande potrebbe diventare un esempio per noi.

Jacopo


La Vita è come un cammino fatto di tanti passi.
Faccio un passo per ognuno di voi:
un passo per mia madre, un passo per mio padre, che mi hanno dato tutto;
un passo per mio fratello, per averlo accanto in questo momento;
un passo per mia nonna perché le voglio bene; un passo per mia zia perché sappia che le sono vicino;
un passo per i miei parenti; un passo per i miei amici; uno per Flavio, Chiara ed Erika, perché mi sono sempre stati vicini;
uno per la mia classe, che mi ha accolto con affetto;
uno per la classe che ho lasciato, che in fondo non  era poi tanto male;
uno per gli amici perduti, perché possano trovare altri amici;
uno per quelli che mi hanno dimenticato, perché sappiano che io non li ho mai scordati;
un passo per ogni scout, perché continui ad andare avanti;
un passo per quelli che hanno un sogno, un sogno diverso dagli altri, perché continuino a sognare, a lottare, e non si arrendano mai;
un passo per chi ha deciso di crescere, perché la sua vita cambierà.

La vita è come un cammino fatto di tanti passi:
Non è un cammino facile, ma se lo faremo tutti insieme, come ci ha insegnato Gesù, potremo andare lontano, dandoci la mano e aiutando chi non ce la fa.
Non importa quanto avrai camminato, l'importante è come l'avrai fatto.
Alla mia famiglia: grazie!
Ai miei amici: grazie!
A tutti: Buon Cammino


PENITENZA

La domanda de* ragazz*:

Come viene affrontato il problema della confessione nella  Comunità?


Io a questa domanda non so rispondere molto bene, nel senso che sono venuto tardi in Comunità, non sono dei primi. Ho conosciuto la Comunità in treno, a Pisa, il giorno che ha vinto il referendum sul divorzio. Mi chiese uno: "Allora, com'è andata?", "ABBIAMO VINTO!".

Allora mi portarono in trionfo fino al vagone dove c'era Giulio Girardi e stemmo lì tutta la notte, sennò non sapevo nulla!

Comunque in Comunità la penitenza viene affrontata nel modo migliore, suppongo, cioè noi chiediamo perdono dei nostri peccati, chi presiede chiede perdono, c'è un minuto di silenzio e suppongo che tutti chiedano perdono. Io tante volte sono distratto, ma fondamentalmente chiedo perdono anch'io, e dopo l'assoluzione ce la da il Signore. Perché sono quei peccati come quando eravamo ragazzi: "sono stato distratto nelle preghiere durante la messa" o "non ho detto il rosario". Sono quei peccati lì che facciamo adesso perché quelli fondamentali è difficile scoprirli. Credo che non ci crediamo tanto!

Vi dico come la penso io, perché non ne ho mai parlato con nessuno in Comunità: siamo tornati ai tempi antichi quando si pensava proprio ai peccati grossi. Quelli che facciamo tutti i giorni non è che siano una buona cosa, ma non sono neanche tali dall'allontanarci dal partecipare l'eucarestia. Se voi leggete il capitolo undici della prima lettera ai corinti, c'è S.Paolo che si arrabbia perché dice "Voi, quando fate la cena del Signore, non vi comportate bene perché fate tutti gruppi uno contro l'altro. 'Io sono stato battezzato da Apollo', 'Io da Paolo', 'Io di qua, io di là': allora come condividete Gesù Cristo?

Ognuno si porta da mangiare, però i ricchi mangiano a gruppetti e si ubriacano, altri non hanno neanche da mangiare: vi pare che sia questo il modo di celebrare la cena del Signore? Allora mangiate a casa vostra e poi venite a celebrare la cena come va celebrata!"

Avete capito? Non si facevano tante discussioni se avevi detto o no le preghiere, se eri stato a messa la domenica, su quei peccati che ci hanno inculcato da bambini (almeno a quelli della mia età).

E noi adesso siamo tornati a quel tempo: i peccati grossi sono, per esempio, uccidere, impedire ad uno di raggiungere i suoi ideali. Se guardate a quello che succede nel mondo i peccati ci sono. Però quando uno di noi deve fare la comunione, non è che deve dire "mi devo confessare!" come si faceva quando eravamo ragazzi.

Sapete quando e apparsa la confessione nella comunità cristiana? Attorno al 250 d.c.! Gli imperatori volevano i libri dei cristiani, volevano distruggere la religione cristiana ed esigevano che i cristiani consegnassero i libri. Molti li consegnarono, e quelli furono chiamati "traditores" ( perché tradere in latino vuol dire consegnare). Non dovevano consegnarli, ma lo hanno fatto. Poi il peccato più grande di cui si diceva in quei tempi era quello di abiurare, cioè di essere cristiano e poi dire "no io non sono cristiano", tornare a fare i riti pagani e poi tornare indietro. Quello lo mettevano a fare penitenza tutta la quaresima. Quelli erano peccati grossi! Non dire "io ho avuto pensieri cattivi" o "io mi sono masturbato". Quelle cose lì non le ho mai letto da nessuna parte di quei secoli antichi. Non so se Giovanni, che è più vecchio di me, si ricorda qualcosa!

Comunque parte della Bibbia è stata scritta proprio per indurre alla penitenza. I Profeti per esempio (che non sono quelli che predicono il futuro, ma che parlano a nome di Dio) parlavano per convertire la gente. Sapete quando in macchina fate una "conversione a U"? Convertire vuol dire proprio cambiare la vita. Tu stai andando di qui? È la direzione sbagliata, devi convertire! In greco c'è proprio una parola che vuol dire "cambiare la testa". Se hai sbagliato direzione, la Bibbia dovrebbe essere il libro che ti aiuta a cambiare vita. E un tempo, infatti, nessuno pregava in ginocchio: in ginocchio ci stavano gli schiavi casomai! Si ascoltava la Parola in piedi o seduti. Trent'anni fa in Portogallo non c'erano nemmeno i banchi, si stava seduti per terra.

Si ascolta la Parola di Dio attentamente e quella dovrebbe portarti alla penitenza. Infatti se voi notate, non si parla mi di "confessione" nella Bibbia, non c'è questa parola. Ti devi pentire, devi cambiare strada. La confessione è venuta verso il V secolo e l'hanno portata i santi irlandesi venuti in Italia: allora il sacramento della penitenza è passato ad essere più che altro una confessione. È stato predominante l'aspetto del 'dire i peccati', mentre prima l'aspetto era quello di pentirsi.

I confessionali sono venuti nel '500. In certi paesi del mondo, come in Brasile, dove sono stato tanti anni, gli verrebbe da ridere, non si usano!

Lì il prete, davanti a una chiesa con mille persone, dice "ragazzi, ho saputo che domenica scorsa qui avete ammazzato qualcuno mentre si giocava a pallone: ma venite a giocare a pallone con la pistola? Ma vi sembra giusto? Se è così non vengo più da voi perché vuol dire che non avete imparato niente!". Poi si elenca una serie di peccati tanto per farli venire in mente a tutti e poi: "Siete pentiti?", "SÌ!", "Io vi assolvo nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo!". Capito? E così si usa ancora adesso!

È contemplato anche sui libri della chiesa che i preti possono, sul campo di battaglia, dove non possono confessare tutti i soldati, dare l'assoluzione generale. Poi dopo possono tranquillamente andare a morire per la patria! È contemplato il caso, e ad un vescovo che mi diceva che non si può far così, che è contro l'usanza della chiesa, io risposi "Guardi che qui la guerra c'è tutti i giorni!" e anche lui confessò con quel sistema lì.

Romano Baraglia


EUCARESTIA

La domanda de* ragazz*:

Quali sono le particolarità del gesto eucaristico nella Comunità?


Il gesto di Gesù, che si ripete nella celebrazione eucaristica, ha una storia in comunità: è cambiato con il passar del tempo. Cercheremo di spiegare questi cambiamenti e perché sono avvenuti.
In basilica ed anche in questi locali, all’inizio, l’Eucarestia si faceva con le ostie, c’era anche il vino, ma solo per il celebrante, e solo lui pronunciava le parole del Nuovo Testamento, che ricordano il gesto di Gesù.
Via via, nella storia della comunità questo gesto si è arricchito:

  • l’ostia è stata sostituita con il pane
  • il vino è distribuito a tutti
  • il pane, che prima era già spezzato all’inizio della celebrazione, viene spezzato mentre tutti insieme – non più solo una persona – pronunciamo le parole:
     "Prese il pane e lo spezzò".

Perché questi cambiamenti? Cosa significano? Sono cambiamenti che rompono una tradizione o si richiamano ad una tradizione più antica?

Per rispondere a queste domande dobbiamo tornare indietro nel tempo a quella lontana notte in cui Gesù ed i suoi discepoli erano riuniti per celebrare insieme la Pasqua. Come tutti gli ebrei ricordavano in quel giorno l’uscita dall’Egitto e la liberazione dalla schiavitù. Quella notte però la testa ed il cuore di Gesù erano altrove. Gesù sapeva che il cerchio si stava stringendo intorno a lui e che la sua fine era vicina. Erano questi i suoi pensieri quando, durante quella cena, che ricordiamo come l’ultima: - Prese il pane, lo spezzò, poi disse: "Questo è il mio corpo, dato per voi".

   Perché Gesù sceglie proprio il pane per quel gesto? Perché il pane è un cibo semplice, che riporta alla vita quotidiana. Ecco perché noi abbiamo voluto sostituire l’ostia con il pane, perché l’ostia sembra una cosa un po’ finta, non ha lo stesso aspetto del pane che è ogni giorno sulla nostra tavola.

   Che significa il gesto di spezzare? Quando Gesù pronuncia le parole: "Questo è il mio corpo" non ha in mano un pane intero ma un pane spezzato. Perciò il pane spezzato è il corpo di Gesù, non il pane intero. Il gesto di spezzare ha due significati: indica condivisione e violenza, la violenza che subirà Gesù per mano dei potenti.

Condivisione. Gesù divide il pane per insegnarci a condividere ciò che abbiamo, non solo i beni materiali, ma anche il nostro tempo, le nostre conoscenze, con gli altri, come lui ha fatto in tutta la sua vita.

Violenza. Con quel gesto Gesù vuole dire ai suoi discepoli: Vedete questo pane spezzato? Così il mio corpo verrà spezzato.

Il riferimento alla sua morte, che sente vicina, è ancora più esplicito quando Gesù prende la coppa del vino: - Dopo aver cenato prese il calice del vino e disse: "Questo è il mio sangue versato per voi. Fate questo in memoria di me".

Ecco perché noi ripetiamo quel gesto, perché è Gesù che ci ha chiesto di ricordarlo così: nel pane spezzato e nel vino versato c’è Gesù, la sua vita spezzata, condivisa con i più deboli e la sua morte violenta, voluta dal potere, primo tra tutti il potere religioso del suo tempo.

Nella festa della condivisione, quale è l’Eucarestia, ha senso riservare solo per qualcuno il vino? Noi dividiamo tra tutti il pane ed anche il vino, come Gesù fece con i suoi amici. E vogliamo rivivere insieme quel gesto di Gesù, pronunciando tutti insieme le parole del Nuovo Testamento che lo ricordano.

Infine spezzare il pane durante la celebrazione eucaristica è un modo per ripetere e dare enfasi a quel gesto: è nello spezzare che c’è la vita e la morte di Gesù.

   Mi è capitato in comunità di vedere persone, che si dichiaravano non credenti, spezzare e condividere il pane con noi. Forse altrove questo avrebbe suscitato scandalo. Qui no. Sono stata colpita da questo e ho cercato di trovare una spiegazione. Ve la propongo:

I confini di una religione – per quanto bella, per quanto grande – sono troppo stretti per contenere la grandezza del gesto di Gesù, destinato, e forse pensato da Gesù, per andare oltre.

Dea Santonico


 
30 MAGGIO 2004:
PRIME COMUNIONI NELLA COMUNITA' DI S.PAOLO

Lo spezzare il pane e bere il vino si fa tutti insieme in ricordo di Gesù e della cena che Gesù ha fatto con gli apostoli.

Si deve anche aiutare i più poveri e i più deboli. Io comincerei da mio fratello, ma non perché è debole, ma perché voglio fargli capire che gli voglio un gran bene.

A volte è più facile voler bene alle persone più lontane che voler bene a quelle più vicine, perché le persone lontane non stanno con noi e quindi non ti possono dare fastidio, invece quelli vicini, come i familiari, sono vicini e quindi ti possono dare fastidio.

Jeanpiere
30/5/04


MATRIMONIO

La domanda de* ragazz*:

E' possibile sposarsi in questa Comunità di Base?


Laura:  Noi siamo stati i primi a sposarci in Comunità dopo che la Comunità si è trasferita qui, perché ovviamente in basilica i matrimoni si celebravano regolarmente. Siamo stati i primi con un "blitz" perché la Comunità non aveva la possibilità di celebrare i sacramenti e un'altra coppia prima di noi lo aveva chiesto e non era stato accettato che si facesse il matrimonio qui. Così noi abbiamo pensato di sposarci imponendo questo matrimonio alla Comunità, cioè la Comunità si è trovata davanti noi che abbiamo dichiarato di sposarci. Un po' come Renzo e Lucia, ma con di fronte, invece che don Abbondio, il povero Fiore Manuelino il quale è rimasto spiazzatissimo e che però non ha potuto fare altro che accettare questa dichiarazione di matrimoni e ci ha anche benedetto, bontà sua. Questo l'abbiamo fatto con la complicità di Rosario che era molto contento.

Vincenzo: Sì perché noi sapevamo di muoverci su un terreno minato. La Comunità aveva già precedentemente detto di non gradire pressioni di questo tipo, per cui avevamo preso la nostra decisione forti del fatto che nella tradizione cattolica il matrimonio vede come ministri non i preti, ma i due sposi: questa è tradizione consolidata, quindi era fuori discussione.

Laura Rasola & Vincenzo Meale

 
LITURGIE PARTICOLARI

 

 
18 DICEMBRE 2005 (IV DOMENICA DI AVVENTO):
Celebrazione Eucaristica Gestita dal Gruppo Giovani
e dal Laboratorio di Religione della CdB di S.Paolo

Nota del WM:
Sono riportati gli interventi di bambini/e, giovani e adulti registrati in occasione della Celebrazione Eucaristica della IV domenica di Avvento del 2005. Salvo le due introduzioni, per una precisa scelta di condivisione, gli interventi non sono firmati, ma semplicemente distinti fra testi di giovani e di adulti.


Stefano:

L’Eucarestia di oggi, che toccava al gruppo Roma Sud-Est, è stata in realtà preparata dal gruppo delle ragazze e dei ragazzi e dai bambini del Laboratorio, anche perché il gruppo Roma Sud-est è formato all’80% da quanti seguono i giovani.

Abbiamo fatto un percorso un po’ tortuoso che si è accentrato soprattutto sul discorso della preparazione del Natale e sulla lettura del Vangelo di oggi, quarta domenica di Avvento.

Leggeremo essenzialmente solo questo Vangelo con un’appendice, però, perché visto che quello di oggi è il Vangelo dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria, i ragazzi ci hanno chiesto di capire cosa avesse pensato di tutto ciò Giuseppe, cosa che abbiamo trovato nel primo capitolo del Vangelo di Matteo che leggeremo dopo quello di Luca.

Le preghiere iniziale e finale sono tratte dall’inno che canta Zaccaria, riportato dal Vangelo di Luca.


Vangelo Secondo Luca
(1, 26-38)

Vangelo secondo Matteo
(1, 18-25)


Dea:

Come diceva Stefano, questo momento è nato dalla preparazione dei ragazzi e delle ragazze del Laboratorio e dai più grandi.

Non voglio riportare qui quello che è stato detto durante gli incontri di preparazione, perché spero esca fuori a partire dalle voci dei ragazzi ed anche degli adulti durante questa riflessione.

Volevo invece focalizzare due pensieri, il primo sul Vangelo di Luca che abbiamo letto, l’altro sul presepe che è stato preparato dai bambini del Laboratorio.

Nel Vangelo c’è questo discorso di Maria vergine che partorisce un figlio ed è un discorso (quello sulla verginità di Maria) che nella mia testa si è andato sviluppando negli anni in modo diverso.

Quando avevo 13-14 anni la verginità di Maria era contenuta, per così dire, in un unico “pacco dono” della Fede per cui bisognava prendere tutto o niente, senza poter scegliere tra questo e quello. Questo mi creava qualche perplessità, ma mi sforzavo di credere a quello che dovevo, a questa verginità.

Dopo la cosa è andata maturando, nella mia testa continuava a esserci questo problema, ma sono cresciuta e mi sono domandata: che cambia nella mia vita, nella mia esperienza di Fede se alla domanda “Maria è vergine?” rispondo sì o no?

Allora ho capito che la Fede non è un esercizio intellettuale per cui ogni giorno bisogna ripetersi “quanto ci credo, quanto ci credo”, ma è una cosa che riguarda la tua vita, altrimenti non ha senso.

A quella domanda, allora, mi sono risposta: non cambia niente! Così ho deciso di mettermi il cuore in pace e non farmela neanche più quella domanda, perché era irrilevante.

In seguito ho cambiato ulteriormente idea, quando intorno ai vent’anni o giù di lì ho letto un libro intitolato “L’altra metà della Chiesa” con sottotitolo “essere femministe e cristiane”, scritto da Rita, che è qui con noi, e da Franca Long.

Questo libro è stato importante per mi ha fatto pensare il discorso della verginità di Maria in un altro modo. Ho capito come le donne. ai tempi di Maria e di Gesù, non contavano niente, e quel minimo di considerazione che avevano lo avevano perché erano necessarie per fare figli. Così le donne sterili, che erano al di fuori anche da questo tipo di considerazione, contavano “zero spaccato”, niente, meno di niente.

Il concetto di verginità che abbiamo noi, poi, lo abbiamo perché se ne è parlato molto in particolare nella chiesa cattolica, per cui ci è arrivato un concetto di verginità associato a quello di purezza, mentre in questo brano del Vangelo, che è importante perché mette insieme l’evento nascita di Gesù da una vergine con la nascita di Giovanni Battista da una donna sterile (Elisabetta), emerge il concetto di verginità come di emarginazione. Sarebbe stato meglio per una donna non nascere affatto piuttosto che morire vergine, perché una donna vergine era completamente inutile.

In questo senso la scelta di una vergine serve a sottolineare come Dio compia i propri prodigi a partire dagli emarginati, in questo caso dalle emarginate. Maria vergine, in questo senso, va affiancata alle donne sterile, che erano emarginate, e perfino a donne prostitute, perché nella Bibbia ci sono prostitute che hanno partorito grandi profeti.

Mi sono, così, riappacificata con l’idea della verginità di Maria e quello che è bello pensare è che abbiamo restituito a Maria il suo essere ragazza semplice, non come appare sui santini che conosciamo.

Io suggerisco ai ragazzi e alle ragazze (noi qui in Comunità abbiamo un gruppo donne che ha seguitato a riflettere su queste cose) di approfondire questi problemi anche con il loro aiuto, perché l’immaginario religioso è una cosa che tocca tutti e spesso tocca in modo negativo, specie le persone semplici. Non dobbiamo pensare che sono tutte scemenze e di quello che tocca la vita di tutti ci dobbiamo fare carico.

Questo era il primo pensiero, ed ora il presepe: quest’anno il presepe ha dei visitatori inattesi che sono…i marines!

Oggi non lo abbiamo letto, ma c’è un brano di Luca dove viene raccontata la nascita di Gesù e si dice che quella è stata una giornata particolare e gli angeli sono andati ad annunciare questa nascita ai pastori e tutte le persone semplici sono andate a fare visita a Gesù.

Ciò che ci racconta Luca, lui non l’ha vista, né l’ha sentita raccontare da qualcuno che l’aveva vista, quindi probabilmente questa cosa non è successa, è stata solo immaginata.

Però, il fatto che l’abbia immaginata non significa che sia una stupidaggine, perché una cosa la conosceva: conosceva la vita di Gesù e sapeva che era sempre stato dalla parte dei poveri e per loro aveva speso la vita. Allora si è immaginato che la sua grandezza è stata riconosciuta dai poveri e i poveri sono andati a trovarlo. Questo deve essere stato il ragionamento di Luca.

Chi di voi è stato al campo due anni fa, ricorderà che c’era Giuseppe Barbaglio, che ci ha raccontato una cosa un po’ particolare di Gesù (è un po’ una fissazione di Giuseppe…): dare molto peso al suo rapporto con i peccatori e le peccatrici, con quelli che sbagliano. Gesù se li andava a cercare, i peccatori, e la parabola della pecora smarrita è molto importante da questo punto di vista, perché il pastore lascia novantanove pecore e va a cercare quella che si era persa.

È una cosa molto importante e per capire quanto sia importante dobbiamo sapere che Gesù è stato ucciso anche per questo.

Allora, anche noi come Luca, conoscendo la vita di Gesù abbiamo detto: quest’anno nel presepe ci facciamo arrivare quelli che non è che fanno proprio una vita da santi. I marines, che da una parte qualcuno vuole eroi, qualcuno li pensa come mostri e non hanno diritto ad avere una via di mezzo, né mostri né eroi. Noi, poi, abbiamo pensato in particolare ai disertori, a quelli che stanno peggio, perché per l’esercito sono dei vigliacchi, dei codardi, per i pacifisti tutto sommato sempre marines rimangono, quindi non hanno un posto, e un posto noi glielo abbiamo dato: nel nostro presepe, come spiegheranno adesso i bambini.


Questo è il testo della canzone di Fabrizio De Andrè che ha ispirato l'inserimento dei marines nel presepe:

TI RICORDI JOE?
(New Trolls-De André-Mannerini)


Ti ricordi, Joe
Era verde laggiù
Era verde il mare a Manila

Ti ricordi Joe
Eran tanti laggiù
Coi fucili nascosti tra i fiori

Quante stagioni passarono là
Quanti colori inutili ormai
Per occhi già stanchi oppure già chiusi
Per sempre

Ti ricordi Joe
Ti ricordi di Sam
Col il cuore coperto di mosche

E c'è ancora chi
Va dicendo che noi
Noi marines non avevamo un cuore

Quante stagioni passarono là
Quanti colori inutili ormai
Per occhi già stanchi oppure già chiusi
Per sempre


Bambine/i e Giovani

Noi bambini e bambine della Comunità abbiamo pensato di mettere nel presepe i marines con dei cuori attaccati per far capire che anche i marines hanno un cuore e possono essere delle persone buone, per esempio rifiutandosi di uccidere persone innocenti.

  Il mio marine che ho costruito con il das rappresenta un uomo che da giovane ha scelto di fare la guerra, ma guardando le cose distrutte si è accorto che intorno a lui ci sono solo uomini e donne senza vita, allora lascia le sue armi per terra e  si accorge che vicino alle sue armi sta sbocciando un fiore, si inginocchia e si commuove perché da molto tempo, intorno a lui, la natura era sempre morta.

  Per me il significato del cuore invece dei mitra è che i soldati non devono sparare, ma volersi bene. Nel passato i soldati dovevano ammazzare per forza, se no li fucilavano e più o meno succede lo stesso nei giorni nostri: certo non li fucilano, ma vengono carcerati. Io penso che i soldati devono gettare i mitra e devono avere un cuore, nel senso che si devono volere bene.

  A noi due piace pensare ad un presepe tradizionale, però non possiamo dimenticare che c’è la guerra nel mondo. Quindi vogliamo avere una speranza e offriamo a Gesù la luce di una stella e una colomba portatrice di Pace, per un mondo migliore.

  Questa lettera è per chi pensa che la guerra è solo un lavoro. Non lo è: è molto di più e molto di meno. Chi va in guerra deve sapere che se vuole servire la patria come gli hanno inculcato sin da piccolo, dovrà fare cose che vanno ben oltre la crudeltà, cose che gli uomini normali non farebbero mai perché il buonsenso lo impedisce. Il soldato che rifiuta di eseguire gli ordini, per me ritorna ad essere un uomo, ritorna ad avere quel buonsenso e quella naturalezza che devono esserci in ognuno di noi. Non si deve condannare il soldato che non obbedisce agli ordini perché in quel soldato dobbiamo rivedere noi stessi, che abbiamo paura, ma allo stesso tempo il coraggio di essere autonomi nel nostro pensiero.

  Quest’anno abbiamo deciso di mettere nel nostro presepe dei marines. Questi soldati americani rappresentano la minoranza di disertori che, vedendo con i loro occhi la guerra, decidono di scappare. Per esempio sappiamo che c’è una comunità di marines rifugiati in Canada per non andare in guerra. Questi soldati vengono considerati codardi e traditori e le loro famiglie devono sopportare le infamie che vengono dette nei loro confronti. abbiamo riflettuto anche su perché altri soldati rimangono in guerra. Alcuni provano gusto a torturare e a combattere, altri non hanno il coraggio di disertare e obbediscono agli ordini subendo le conseguenze sulla loro carne. Questi soldati,però, ricevono onori, medaglie al valore e al coraggio quando rientrano in patria. Ma a che serve una medaglia quando ti manca una gamba o hai malattie psichiche dovute alla guerra? E qui ci è venuto da pensare ai figli che sono certo straziati dal dolore nel vedere i loro padri, addestrati a combattere e ad essere insensibili a tutto, ridotti come stracci, tormentati da voci, sogni e visioni. Allora c’è da chiedersi: chi sono i veri eroi? I soldati che hanno avuto il coraggio di disertare, quelli che non hanno avuto questo coraggio ma sono rimasti in guerra tornando in patria morti o mutilati, o i torturatori che provano gusto a combattere? Forse a questa domanda non c’è una risposta, ma sicuramente i disertori non devono essere esclusi.

  Volevo riportare l’esperienza di uno di questi disertori, che penso racchiuda un po’ tutte le cose che hanno detto i bambini. Secondo i dati che ho qui, i disertori tra i soldati americani sono 5000 e penso che questa storia valga anche per qualsiasi altro disertore.

Darrel Anderson è un 22enne del Kentuky che come molti altri giovani americani si arruolò nell’esercito dopo, l’11 settembre per spirito patriottico e perché un buono stipendio gli serviva per andare al college e mantenere la figlia di quattro anni.

«Quando sono stato mandato in Iraq credevo di dover difendere il mio paese, poi ho scoperto che tutta la guerra era basata su bugie, che io dovevo combattere per i soldi di qualcun altro.

Ad un posto di blocco arrivò una volta una macchina che sembrava non doversi fermare. I miei compagni mi gridarono “Spara, spara!”, ma io ero convinto che non ci fosse nessuna minaccia. Quando la macchina si fermò vidi che dentro c’erano anche dei bambini e dissi: “Visto? È una famiglia, sono degli innocenti!”, ma il mio superiore mi disse a muso duro: “Non mi interessa, la prossima volta spari!”

Ho visto i miei compagni – continua – venire spinti al punto in cui erano pronti ad uccidere degli innocenti e anch’io lo sono stato. Arrivi al punto di essere così stressato da essere disposto ad uccidere chiunque pur di essere sicuro di vivere. Come ha potuto il mio paese metterci in questa situazione? quando sono tornato a casa a Natale, nessuno sapeva darmi una buona risposta…»

Darrel, allora, come molti altri disertori, è andato a vivere in Canada, a Toronto e non può tornare negli USA perché finirebbe in prigione. Non è pentito e di carcere non vuol sentire parlare.

«Non passerei nemmeno un giorno in prigione per aver fatto la scelta giusta. Qualcuno crede che me la sono semplicemente fatta sotto. Ho scelto di non tornare in Iraq dopo averci pensato in tutta calma. Ora credo troppo fermamente nelle mie decisioni per a accettare di essere punito!»

 Io sposto l’attenzione dai soldati su una riflessione che ho fatto sul Natale, dopo i due incontri che ho fatto con Filippo e Giovanni. È venuto fuori che nel Natale che viene fuori dalla logica consumistica buonista all’ennesima potenza, abbiamo capito tutti quanti che è stato manipolato e strumentalizzato il messaggio di Gesù. Penso che la chiesa, in occasione del Natale, sia venuta meno a quella che dovrebbe essere la sua funzione pastorale e penso che nonostante qualche intervento di Benedetto XVI che accennava al Natale consumista non ci sia stata sufficiente incisività. Troppo poco, parole nel deserto, parole vuote.

Penso che il Natale sia lo specchio del male della società, della  perdita di valori in cui ci troviamo. Dopo questi incontri, c’è stata sicuramente una maturazione e un maggiore senso di consapevolezza, però, una volta uscito da questi incontri, mi rimane sempre l’idea che siamo una élite, e che c’è una grandissima quantità di gente, di ragazzi poveri dal punto di vista culturale, ignoranti che non hanno proprio la possibilità di fare questi incontri, di avere questo tipo di formazione.

Pensando a questi ragazzi, credo che la sfida più grande sia proprio quella di arrivare a loro, di avere la capacità di trascinarli e coinvolgerli.

Sono combattuto tra due sentimenti: da una parte un atteggiamento un po’ fatalistico, nichilistico, per cui dico di aver paura che non ci siano possibilità, ho paura che si sia risucchiati da questa logica e che in qualche modo sia la Storia a governarci e a dominarci e che se ci sarà un altro ’68 per riprenderci quei valori sarà Lei a dircelo.

D’altra parte ho un atteggiamento di speranza per cui sensibilizzare, “fare politica”, per riprendere un discorso di Filippo, sia una cosa fondamentale che noi, con questo senso di consapevolezza, abbiamo il dovere etico di realizzare.

  L’altro giorno, riflettendo con un mio amico, è uscito fuori che mentre quando è arrivato Gesù nessuno lo ha accolto, quando arriva Bush la prima cosa che fanno è chiudere le strade per far passare solo lui e non permettere alla gente di raggiungerlo. Questo perché Gesù non è un potente, non lo è mai stato.

La sua parola era potente ed è arrivata a noi, però è stata trasformata così tanto che il suo messaggio c’è e non c’è.

Invece ai potenti “sul serio”, a quelli che hanno sempre ragione, a quelli che hanno finito per ammazzarlo perché lui stava dalla parte di quelli sbagliati, dei peccatori, chiudono le strade e danno gli alberghi più belli, mentre Gesù è finito in una mangiatoia.

E questa è la riflessione che più o meno volevo fare: il fatto che sia nato da una vergine emarginata e il fatto che sia stato sempre il profeta degli emarginati per quanto adesso la chiesa sia l’istituzione più potente che abbiamo al mondo.

 Dalla lettura del Vangelo non si capiscono bene le origini di Maria. Il brano la descrive come una persona qualsiasi. Non ci sono particolari aggettivi che ci facciano capire se era saggia, ricca, bella intelligente, pura. Quello che ci è sembrato è che Dio ha scelto Maria proprio per sottolineare la sua opzione per gli umili.

Negli incontri di preparazione a questa liturgia ci siamo chiesti più volte perché è cosi importante sottolineare la verginità di Maria e l’assenza sulla sua persona del peccato originale.

A noi piace pensare invece che Maria era una ragazza qualunque. Ciò può aiutarci a sentirla più vicina alla nostra esperienza e può aiutarci a seguire la sua scelta di disponibilità, di apertura e coraggio.

Un’altra cosa che ci ha sorpresi leggendo questo brano è che sembra quasi che Dio si sia sottoposto per un istante alla volontà di Maria come se si affidasse a lei e alla sua disponibilità. Maria era libera di scegliere e la storia avrebbe preso tutta un’altra direzione.

Piantate il vostro geranio

quello che tenete sulla vostra mano.

È forte il suo profumo e il suo colore,

piantatelo dove si uccide un cuore.

Piantatelo quando la vostra paura

si tramuta in una vera avventura:

quella di vivere la vita fino in fondo

con la gente che amate intorno.

Piantatelo anche quando il sole

si nasconde alla forza di un fiore

infilato nella canna di un fucile

che ferma la morte a colpi d’ali.

Piantatelo, ora e sempre.

Essere tenaci come un albero

che stende i rami verso il cielo

Essere pazienti come un torrente

che corrode la roccia con eterna costanza

Essere forti come una montagna

che nessun vento potrà mai spostare

Essere come i raggi del sole

uno da solo non potrà infondere in tutti calore

Essere come le ali degli uccelli

una sola non potrà permetterci di volare

Essere come la pioggia

una sola goccia non potrà lavare il male della Terra

Essere come i bambini

per credere che un mondo migliore sia possibile

Essere insieme

per percorrere le strade della vita

Essere una comunità

per costruire uniti il nostro mondo


Adulti

A proposito di disertori, che poi sarebbero obiettori di coscienza, mi è venuto in mente un comportamento incongruo della chiesa, perché per quanto riguarda l’aborto, per esempio, loro auspicano che i medici siano obiettori di coscienza e che quindi non si prestino all’aborto, perché tanto che ci va a rimettere sono le donne e non gliene frega niente.

Ma quando è stato detto che la guerra in Iraq era illegittima, non sono stati invitati i soldati a disertare, che sarebbe stata logica conseguenza. Perché? Perché in questo caso sarebbe saltato quel sistema di potere che foraggia la chiesa e questo non è ammissibile.

A proposito della verginità di Maria, S.Giuseppe è stato proprio forte, perché anche lui ha sentito la voce dell’angelo, probabilmente una voce interna, e si domandava “che devo fare con questa donna? La rimando a casa? Me la tengo?...” e alla fine l’ha tenuta. Si è messo contro la mentalità di quel tempo, quindi ha avuto un gran coraggio. Non se ne parla mai, ma S.Giuseppe era proprio forte!

Poi volevo dire un’altra cosa. Immaginiamo che anche quest’angelo che ha parlato a Maria sia una voce che ha sentito dentro di lei. Lei ha pensato, come tutte le donne che aspettano un bambino ha pensato “Ma come sarà questo figlio o questa figlia? Avrà una buona vita, sarà felice? Farà grandi cose? Starà bene in salute? che faccio: lo tengo o non lo tengo?”

E Maria ha avuto fiducia nella vita e lo ha tenuto. Però dobbiamo pensare anche a tante donne come le immigrate che vengono qui, con molte di loro che abortiscono, purtroppo, perché molte volte non hanno nemmeno il posto fisico dove mettere un figlio, per dare al mondo un figlio e tenerlo da qualche parte. Molte volte non si ha proprio la forza di avere una vita dentro di sé.

Quindi il messaggio di Maria, al di là della nascita di Gesù, è proprio l’avere fiducia nella vita. Avere fiducia nella vita è una cosa che si può imparare come si impara una lezione. Possiamo aiutarci tra di noi ad avere fiducia nella vita.

Non dovrebbe mancare, nel ricordo del nostro invito a non usare le armi contro il popolo, la figura di Oscar Romero. Non dimentichiamo che dopo anni in cui alzò la voce per difendere i diritti dei contadini che scomparivano, che venivano sequestrati, talvolta uccisi insieme ai loro rappresentanti, anche con qualche prete che li guidava, giunse al momento in cui il vaso traboccò ed esortò i militari a non sparare sul popolo.

Tutta la questione della guerra e di quanto si può resistere alla violenza con la violenza non è il caso di affrontarla qui durante la messa, ma le voci che ci sono giunte da parte dei ragazzi sono voci, secondo me, abbastanza chiare.

Certamente quando Romero invitò a non sparare sui contadini e sulla gente disarmata fu, a sua volta, sparato e trovo una delle venature del discorso di Valerio, cioè se c’è qualcosa da fare, se abbiamo bisogno di altri martiri, di altri Oscar Romero. Oppure possiamo sperare, come dicevano Matteo e Roman, che seminando dei fiori la loro potenza porti anche alla fruttificazione?

Non sarà qui attorno a questo tavolo dove spezziamo il pane, leviamo il calice, ricordiamo Gesù nella sua nascita, nella sua potenzialità, anche nella sua bellezza, nella gioia –perché non è che vogliamo fare un discorso triste - . Tra tutte le parole che sono uscite ricordo fermezza, costanza. Chi batte la sua strada, batte il suo chiodo, non può essere uno stagionale, perché i tempi che ci sono richiesti in questa vita sono tempi lunghi, però la gioia, la speranza, l’amore, non sono rinviati all’aldilà. Questo è il messaggio, l’anima delle comunità di base: il paradiso ce l’abbiamo anche qua, un po’ malconcio ma c’è, per cui non ci aspettiamo una cascata di gioia e felicità tutta rimandata nell’eternità. La vita è impastata in questo modo e ad un certo punto anche questo Natale, ridimensionato e decaduto dal trionfalismo, se ci da qualche pizzico e qualche brandello di gioia e di amore, beh, ce lo teniamo!

Fate finta che vi parli una mummia, perché non ho diritto di essere nemmeno una vostra trisavola per quanto sono vecchia! Vorrei, a voi giovani, cambiare un po’ il linguaggio.

Noi diciamo sempre “festa di Natale”, ma non è meglio levare il “di”? “Festa Natale”! Natale diventa un attributo, un aggettivo, e noi possiamo così recuperare il suo senso vero. Vorrei farvi pensare a due sensi del Natale. Uno è la Natività, l’altro il “nascimento” e hanno due sensi complementari, ma abbastanza diversi.

L’evento natale è la nascita di ogni bambino che viene al mondo e dovrebbe essere il segno della gioia, della vita che continua. Però questo evento acquista un significato particolare con Gesù. Non pensiamo a quello che ha fatto, non mi soffermo su questo. Ma questo bimbo che nasce, particolarissimo, che si chiama Gesù, è ebreo e bianco. Noi poi lo mettiamo nel presepio, che è segno della nostra immaginazione. Poi possiamo anche metterci i marines, va tutto bene, ma per favore, lasciamolo bianco, perché se cominciamo a pensarlo nero ci autocondanniamo alla distinzione di razza che dovrebbe essere abolita dal nostro linguaggio, dal nostro pensiero e dal nostro vocabolario. Perché noi facciamo dei raggruppamenti umani delle diversità che sono solo genetiche ed eleviamo la diversità genetica a segno distintivo di qualità per una stima di valori.

Invece, lasciamolo così, bianco. L’università della specie umana è frammentata, sì, ma è frammentata dalla cultura, non dalla distinzione genetica in razze che non ci rende disuguali, ma ci rende anzi tutti uguali.

L’altro senso di “Natale” è il nascimento. Mentre la Natività è un evento, un istante in cui una creatura viene al mondo (e viene al mondo sempre piangendo, tanto è grande il trauma della vita), il nascimento è un cammino, un cammino che dobbiamo fare tutti dal momento in cui si nasce fino al nostro tramonto. Noi possiamo sempre rinascere. Allora il nascimento, con quel “ri”, diventa una rinascita perenne, un perenne ricominciare, un perenne rivedere, un perenne ripensare e un perenne cambiare.

Quindi vediamo l’evento, sì, bellissimo, di questo bimbo bianco ed ebreo, ma insieme pensiamo che è il cammino che tutti dobbiamo fare ed è un cammino difficile, non è un cammino facile. È un cammino molto difficile, ma nel nascimento possiamo continuamente rinascere e risorgere.

Negli incontri che abbiamo fatto con le ragazze e i ragazzi a casa di Filippo e Rita, parlando del Natale, una cosa fra le tante dette è che quel giorno, domenica prossima, sarà intorno a noi lo spreco di parole che servono a convincerci che tutto va bene, che siamo tutti più buoni, che ci vogliamo sempre bene, che dobbiamo stare uniti nelle nostre famiglie e questo ci avvolgerà, sarà molto difficile sentire voci diverse. Quindi la proposta che era venuta fuori è quella di vedere con occhi diversi ed ascoltare con orecchie più attente quello che ci sarà detto e ci sarà mostrato in televisione e sui giornali facendo attenzione a tutto quello che verrà occultato e che però non perché è il 25 dicembre non succederà o avrà una pausa. Perché le sofferenze e le guerre continueranno, non si fermeranno. Questo deve però fare i conti anche con quello che diceva Giovanni, che il paradiso per noi è qui, dobbiamo costruirlo qui, anche se non sempre sembra possibile, ma che diventa tale con la capacità di trovare in piccole occasioni, piccole situazioni, la gioia di una vita che va avanti, cresce e non si arrende, guardando con occhi diversi quello che ci circonda vedendo che nelle situazioni che ci sono vicine c’è tanto di buono che cambia e che cresce.

Anche per questo volevo dirvi (Silvana faceva poco fa riferimento alle razze e alle provenienze diverse) che abbiamo tra noi ragazzi che vengono da esperienze, culture e luoghi diversi. Noi ospitiamo per questo mese due ragazzi che vengono dalla Bielorussia, da Minsk: Tatiana e Anton. E come vi abbiamo detto qualche mese fa, Barbara e Pierluigi hanno con loro tre bambini (Emilia, Josefina e Luis) che sono qui fra noi e ci hanno anche aiutato a fare il presepe. Oggi è il compleanno di Josefina, che compie sette anni…


DIAMO UNA MANO A DIO PER...

Il tema del presepe di quest’anno nasce dal lavoro che stiamo portando avanti con le bambine e i bambini del laboratorio di religione: una riflessione sulla creazione.

"In principio Dio creò … " sono le prime parole che abbiamo incontrato leggendo il libro della Genesi. Il principio di cui parla la Genesi è l’unico principio possibile, o ce ne possono essere altri? Il creato è stato creato una volta per tutte? Da queste domande siamo partiti nella nostra riflessione.

Quando Dio iniziò la sua meravigliosa opera era solo e perciò non aveva altra scelta che fare tutto da solo: con le sue mani ha impastato e ha dato forma a tutte le cose. Ma ora Dio non è più solo e le nostre mani possono intrecciarsi alle sue per continuare la sua opera, per proteggere e mantenere bello tutto ciò che Dio ha creato e che ci è stato affidato, per inventare con la nostra creatività cose sempre nuove, perché nel creato tutte le creature abbiano un posto.

Perciò il tema che abbiamo scelto per il presepe è: "Diamo una mano a Dio", per fare cosa ce lo diranno le bambine e i bambini del laboratorio …

    
    

clicca sulle foto per ingrandirle e scaricarle

    
    

clicca sulle foto per ingrandirle e scaricarle

 
COME ALBERI PIANTATI NELLA TERRA

     Quest’anno al laboratorio, parlando dei comandamenti, ci siamo soffermati sul versetto dell’Esodo dove Dio, prima di dare la sua legge, dice rivolto al suo popolo (Esodo 20,2): "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dove tu eri schiavo". Tanto tempo è passato da quando gli ebrei erano schiavi in Egitto, ma la schiavitù non è ancora finita: la conquista della libertà del popolo d’Israele, raccontata nel libro dell’Esodo, può aver un senso ancora oggi per molte persone Ma noi ci siamo chiesti: "Ha senso per noi che non siamo mai stati schiavi un Dio che si presenta come il Dio degli schiavi, il Dio che libera dalla schiavitù?"

     Abbiamo cercato la risposta in un brano del Vangelo di Giovanni (Giovanni 8,31-34),: "Gesù disse a quelli che avevano creduto in lui: - Se rimanete ben radicati nella mia parola, siete veramente miei discepoli. Così conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". Ma i discepoli non capivano ciò che il loro Maestro voleva dire: come potevano diventare liberi loro che non erano mai stati schiavi? Gesù spiegò allora che stava parlando di un’altra schiavitù, quella del peccato.

     Le parole di Gesù: "ben radicati nella mia parola" ci hanno fatto pensare agli alberi che affondano le loro radici nel terreno. Anche noi – dice Gesù – dobbiamo essere come alberi, che affondano le loro radici in un terreno buono: quello della sua parola, del suo messaggio d’amore.

     In quel terreno troveremo la verità, che ci farà davvero liberi, assaporeremo il gusto delle cose vere, quelle capaci di dare un senso e cambiare la nostra vita e la vita degli altri, ci sentiremo parte di un unico mondo e di un unico destino, dove non ci potranno essere da una parte donne e uomini liberi e dall’altra schiavi perché la libertà o è per tutti o non è vera libertà!

E così nel presepe di quest’anno abbiamo voluto regalare a Gesù i nostri alberi preferiti …


 Alloro

Caro Gesù,
Noi ti vorremmo regalare questo alberello d'alloro che, anche se non fa frutti commestibili, è molto utile: infatti un infuso di alcune delle sue foglie fa passare ogni disturbo intestinale, inoltre ha un profumo buonissimo che riuscirebbe a sovrastare quel cattivo odore che c'è nella stalla.
Te lo doniamo non perché tu abbia vinto una gara, ma come segno di riconoscimento della tua importanza per noi.

Angela e Sara


Eucalipto

Ho scelto l'eucalipto perché: serve per i koala, serve per il raffreddore, ha dei rami molto elastici per sopportare il vento, per fermare un po' il vento, e poi dei pappagalli si sono fermati sull'eucalipto.

Jeanpiere

Fico

Da mettere nel presepe ho scelto un fico perché ci sono persone che pensano che sia la pianta del peccato originale invece del melo, perché è una pianta molto mediterranea e ci da un frutto più dolce della mela.
A me, onestamente, non piace il frutto, ma mi sorprendono le sue grandi foglie a forma di mano umana.
Abbiamo letto, nel laboratorio, che il fico è una pianta sacra per i romani perché ha delle radici molto robuste per trattenere i terreni (anche quelli secchi).

Jacopo

Melograno

Il melograno, nelle religioni e nelle culture dei vari popoli, possiede determinati valori simbolici e quasi tutti sono legati alla fertilità della donna. Per la chiesa cattolica il melograno rappresenta l'unità in una sola fede di popoli diversi, in quanto la melograna contiene, sotto un'unica scorza, un gran numero di semi.
Abbiamo scelto il melograno perché ha un frutto che ci piace. Nel nostro terrazzo c'è un piccolo albero di melograno e quello che abbiamo notato è che ogni volta che viene l'inverno  si secca e sembra che stia morendo, ma poi quando arriva la primavera ridiventa verde e si arricchisce di bellissimi fiori rossi, che diventeranno poi tanti dolci frutti che condivideremo tutti insieme.

Sara e Angela

Palma

La palma simboleggia la vittoria, la gioia, l'abbondanza, la felicità, la pace.
La liturgia della domenica delle palme commemora due fatti: l'accoglienza trionfale che il popolo e i discepoli riservarono all'ultimo ingresso di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della settimana della Passione. In questa occasione la folla agitava dei rami di palma.
Già presso greci e romani la palma era considerata simbolo di vittoria e ne veniva offerto un ramo ai generali trionfatori, come pure agli atleti vincitori di giochi.
Possiamo fare delle similitudini tra uomini ed alberi:

  • danno frutti e anche noi, aiutando gli altri, vediamo che il nostro lavoro fruttifica;
  • con le radici cercano il nutrimento, noi a modo nostro ci nutriamo di amicizia, amore e tristezza, che è necessaria per comprendere la gioia

Margherita

Quercia

Secondo me noi uomini assomigliamo agli alberi perché gli alberi danno i frutti e anche noi. Anche l'uomo, come l'albero, si deve nutrire di amicizia, felicità, divertimento e tristezza, pazienza.
Le radici dell'albero per trovare le sostanze nutritive devono, a volte, cercare lontano, in profondità, e devono superare molti ostacoli.
Ho scelto la quercia perché rappresenta la forza, non per usarla per sbaragliare gli altri, ma per aiutare chi ne ha bisogno.

Fausto

 
Una "perla" per il Giovedì Santo

Sara

Dov’è oggi il mio cuore?
   Questa è la domanda a cui noi bambini del laboratorio di religione dovevamo rispondere.
Giovanni ci ha spiegato che per gli ebrei il cuore era la sede dei pensieri concreti nel quale si manifesta ciò che ognuno può fare, il pensiero, cioè, che ha bisogno di una decisione dipendente dalla nostra volontà, per cui quando abbiamo letto il versetto del vangelo di Matteo, che dice: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio", ci siamo chiesti chi siano i puri di cuore.
Questa è la domanda che anche io mi sono fatta, per rispondere alla sollecitazione di Giovanni:" Dov’è oggi il mio cuore".
Credo che i puri di cuore siano coloro che pensano, dicono ed agiscono.
Da queste risposte ho cercato di mettere insieme i diversi pezzi di ciò che avevo capito.
"Dov’è oggi il mio cuore?"
Il mio cuore oggi è intento a cercare di mantenere i rapporti di amicizia con i miei ex compagni della scuola elementare con cui ho condiviso tanti momenti importanti della mia esperienza scolastica e di amicizia.

Angela

La mia perla è la vita in generale, la vita che trascorro con le persone che mi stanno accanto e che mi aiutano.
E' molto generico perché sotto sotto non so di specifico quale sia la mia perla, ma so dire ciò che essa non è, come i vestiti, i gioielli e i soldi perchè in fondo dopo un po' si buttano o finiscono.
Ripensandoci credo che questa più o meno sia la perla di tutti, però sono certa che è almeno la mia

Margherita

Gesù nel Vangelo ha parlato del regno di Dio, paragonandolo, una volta ad un tesoro, per avere il quale un uomo vende tutto quello che ha; una volta ad una perla, per comprare la quale, un mercante, allo stesso modo, vende tutti i suoi averi.
Gesù voleva forse darci consigli per gli acquisti? Oppure ci consigliava investimenti per fare buoni affari?
Nulla di tutto questo! Gesù parlava con queste metafore per farsi capire da gente semplice e ignorante.
Nella preghiera del Padre nostro dice:"Sia fatta la tua volontà come in cielo , così in terra" intendendo con questo che il regno di Dio doveva esistere non solo nell'aldilà (tra l'altro nessuno di noi è sicuro che sia esistente ),ma doveva essere realizzato anche sulla terra. Secondo me ogni persona ha una sua perla per la quale darebbe tutto. Alcune persone hanno come perla il guadagno, il potere, ecc. Io finora, che sono solo una bambina, ho scelto l'amicizia.

[DISEGNI DI JACOPO]

Jacopo

Io ho riscritto le parabole del tesoro e della perla rendendole più semplici per noi oggi e allora ho pensato che il regno dei cieli è simile a un parco naturale minacciato dall'inquinamento con degli uomini che difendono, perché la loro passione è quella di conservare la natura per se stessi e per gli altri. Tra questi ci sono anche io.
Potrebbe anche essere uno stadio con un tifoso della Roma che darebbe tutto quello che ha per seguire la propria squadra. Anche questo potrei essere io.
Come abbiamo detto al laboratorio, di perle ce ne sono tante: spero di incontrare e di mettere il mio cuore a quella giusta.

Fausto

A dir la verità io non so quale sia la mia vera perla perché sono ancora
un bambino; forse, però, una delle cose a cui voglio più bene è la mia famiglia,
forse è anche l'amicizia. Comunque ancora è meglio che io non ci penso perché
deciderò la mia perla quando sarò più grande

Emanuele

Matteo dice: "Il regno di Dio è simile ad un mercante che va in cerca di perle preziose. Quando ha trovato una perla di grande valore, egli va a vendere tutto quello che ha e compera quella perla".
Nella vita di ognuno c’è sempre qualcosa di importante: quella è la sua perla. Quella perla per Gesù è il regno di Dio, per averla ha rinunciato a tutto, persino alla vita.
Per entrare in questo regno bisogna abbandonare tutto, o meglio tutto ciò che è superfluo, perché l’entrata non è grande e solo i piccoli possono entrarvi. Ma chi sono i piccoli? I piccoli sono i poveri, quelli che soffrono, i puri di cuore, uomini semplici, trasparenti e leali, che hanno mantenuto la purezza e la sincerità dei bambini. Solo questi possono entrare nel regno di Dio perché non hanno grandi bagagli pieni di ricchezze, di imbrogli e finzioni.
Nella vita di tutti c’è una perla preziosa, ma non tutti la riconoscono. A volte perché non l’hanno mai cercata, altre volte perché non vogliono trovarla e rischiare di cambiare vita.
I cambiamenti fanno paura!


UN PRESEPE MOLTO SPECIALE

Quest'anno i ragazzi del laboratorio di S. Paolo hanno fatto un bellissimo presepe, ma la cosa eccezionale - udite, udite - e' che si tratta di un presepe parlante!!!
Lo straordinario presepe è stato presentato domenica 23/12 durante l'eucarestia.
I ragazzi hanno prestato la voce a personaggi vecchi e nuovi. Tra questi:

una persona "normale"
un bambino pakistano, costretto a lavorare presso una fabbrica di tappeti
un gattino scuoiato vivo per fare le pellicce
un vigile del fuoco americano e uno romano
un albero geneticamente modificato (pensate: ha parlato anche lui!)
un ubriaco

Chiunque può partecipare al gioco, dando voce a qualcuno/a per esprimere le speranze, i dubbi, le paure, la gioia e la tristezza che accompagnano questo nostro Natale.
Buon Natale a tutte/i e un grande augurio per un nuovo anno di pace!

Una persona qualunque in un paese in guerra

Credo che il mondo sia ingiusto: c’è troppa diversità che crea problemi tra paesi ricchi e paesi poveri. Per esempio la guerra che decidono i potenti e che subiamo noi poveri civili.
Anche nel mio paese c’è la guerra ed è per questo che mi sono messo in cammino. Sto andando da colui che spero mi darà delle risposte ai tanti perché sulle ingiustizie, le diversità e tanto fanatismo religioso. Non solo gli uomini sono vittime ma anche gli animali e le piante.
Vado dove posso trovare felicità per me e per il mio paese che spera io torni con buone notizie.

Ora vado. Ciao

Sara

 

[TORNA ALL'ELENCO]


Un bambino tessitore di tappeti

Caro Gesù,
io sono uno dei quei bambini che fanno i tappeti. Per fare questo mestiere devo avere le dita delle mani corte. Per favore me le puoi far crescere?
Te ne sarò sempre grato!
Ora ti vorrei chiedere un altro favore: puoi far crescere le dita anche ai miei amici, in modo che possano anche loro essere felici?
Però facendoci smettere di lavorare, i tappeti chi li fabbricherà?
Ti chiedo un’ultima cosa: puoi far inventare delle macchine fabbrica-tappeti?

Ora ti saluto perché devo ritornare al mio lavoro. Ciao!

Lucia

 

[TORNA ALL'ELENCO]


Un gatto senza pelo

Io sono un gatto molto sfortunato, perché gli uomini, per fare delle giacche e per guadagnare soldi, mi hanno tolto il pelo; quindi vorrei chiedere aiuto a Gesù.
 Ma non solo io, ma anche molti altri esemplari vengono utilizzati per queste cose. Se non mi sbaglio tu avevi detto che gli uomini non si dovevano preoccupare del vestire, perché tu nutri anche i passerotti e vesti i gigli dei campi meglio di re Salomone. Fammi rendere la mia pelliccia, perché fa molto freddo.

Fausto

 

 

[TORNA ALL'ELENCO]


Due pompieri da Gesù

Da molte parti si dice che questo è l’anno dei pompieri, perché hanno salvato molte persone sacrificando spesso la loro vita. A me dispiace molto che ne siano morti tanti in questi ultimi tempi. Ad esempio, decine di pompieri sono morti in America e a Roma ne sono morti quattro. Per questo ho pensato di introdurre nel presepe due pompieri, uno americano e uno romano. Il pompiere americano dona a Gesù bambino un caschetto dei pompieri di New York e quello italiano un camioncino dei pompieri di Roma.

P.A.: “Vado da Gesù a chiedergli un’altra vita con un altro mestiere!”
P.R.: “Ma come?!  Lo sapevamo già dall’inizio della nostra carriera che si rischiava la vita.”
P.A.: “Lo so, ma un conto è morire aiutando le persone a salvarsi dalle eruzioni vulcaniche, dai terremoti e dalle alluvioni; un conto è morire per gli attacchi terroristici o per degli incidenti che si potevano tranquillamente evitare.”
P.R.: “Ma Gesù non ha la bacchetta magica. Non è mica Harry Potter. Siamo noi uomini che possiamo fare qualche cosa.”
P.A.: “E che cosa possiamo fare contro la natura e contro la malvagità degli altri uomini?”
P.R.: “Per esempio, possiamo prevedere il brutto tempo e i terremoti. Possiamo convincere la gente a non costruire le case sulle pendici dei vulcani e a curare i fiumi.”
P.A.: “E come convinciamo i violenti a non farci del male?”
P.R.: “Questa è la cosa più difficile. Su questo dobbiamo chiedere consiglio a Gesù!

 Jacopo

 

 

[TORNA ALL'ELENCO]


Un albero da frutto "O.G.M."

Sono un albero, io ho molta paura di essere geneticamente modificato, voglio tenermi i miei frutti, piccoli e deteriorabili. Sarò lento a farli sviluppare, ma di sicuro saranno biologici e non danneggeranno la salute  degli esseri umani.
 Noi doniamo agli uomini i migliori frutti da migliaia di  anni, ed è così che ci ringraziano?
Prima che l'uomo facesse la sua comparsa sulla terra, noi, grazie ai nostri semi già ci riproducevamo. Oggi alcuni affaristi senza scrupoli ci vogliono modificare solo per fare affari più vantaggiosi.
Gesù, fai tornare alla ragione questi uomini, oppure distruggeranno tutta la Terra

Margherita

 

 

[TORNA ALL'ELENCO]


Un ubriaco

In quella lontana notte erano a centinaia a dirigersi verso quella semplice capanna. Tra quelle centinaia ce n’era uno che si distingueva dagli altri. Non per la sua faccia, né per i suoi vestiti, ma per il suo sguardo. Era come se in quello sguardo vi fosse finalmente la speranza di una risposta che cercava da tanto.
Era una persona povera come tante altre, nonostante ciò non era scontento della vita, perché bevendo riusciva a vedere una realtà diversa, inventata da lui.
Un giorno però gli venne un dubbio: "E’ giusto bere? E’ giusto fuggire così dalla realtà?" A molti aveva chiesto una risposta, ma nessuno era riuscito a dargliela.
Portava in mano una bottiglia di vino. Arrivato davanti alla capanna, intinse un dito nel vino e lo mise in bocca a Gesù. Solo una goccia non poteva fargli male! Fu il suo dono a Gesù. Poi se ne andò. Qualcuno racconta che forse fu per questo che il primo miracolo di Gesù fu trasformare l’acqua in vino.
L’uomo non ebbe subito la sua risposta, ma la trovò più tardi nella vita di Gesù. Una vita che non fu facile, ma che Gesù affrontò senza mai fuggire.

 

 

 

[TORNA ALL'ELENCO]

ATTI CAMP'09
CAMP'09
CAMP E CONVEGNI
ALTRI INCONTRI
PROGETTI GIOVANI
PREFERITI

www.evangelodalbasso.net
evangelo dal basso
portale della Chiesa "altra"