I SACRAMENTI NELLA COMUNITÀ DI S.PAOLO
BATTESIMO
La domanda de* ragazz*:
La società in cui si nasce impone un certo
tipo di cultura. Il battesimo è forse una parte
di questa imposizione.
Perché si deve condizionare una persona sin dalla
nascita?
Antonella:
Tanto per ribadire quanto detto da Anna Maria, e
cioè che ciò che si fa in Comunità non rispecchia
nessun dogma prestabilito, ma è il frutto di una
ricerca, di una decisione, anche di errori, su questo
sacramento che riguarda molte persone (in Italia
certo la maggioranza) io e Salvatore, pur facendo
parte della stessa Comunità, abbiamo fatto scelte
diverse per i nostri figli.
Innanzitutto bisogna dire che il
battesimo celebrato qui non è registrato e non risulta
sui libri ufficiali della chiesa. Quindi chi è stato
battezzato in Comunità non risulta battezzato da
nessuna parte, non è registrato. Ma questa cosa
non c'era sembrata così importante e siamo andati
avanti.
Per quanto riguarda me e Mimmo,
le bambine le abbiamo fatte battezzare da piccole,
ma non proprio entro i primi mesi di vita. Sara
aveva circa tre anni e Sofia ne aveva già quattro.
Il motivo per cui abbiamo scelto il battesimo che
erano ancora piccole (non erano piccolissime, ma
certo non erano in grado di capire quello che stavamo
facendo fino in fondo) è stato frutto di un cammino
intrapreso insieme ad altri genitori che avevano
le nostre stesse preoccupazioni e perplessità.
Abbiamo avuto molti incontri (per
prendere questa decisione è passato tanto tempo),
abbiamo parlato con "esperti", abbiamo riflettuto
e abbiamo deciso di inserire il battesimo e di dare
un significato a questo segno proprio perché era
un segno che facevamo all'interno di una comunità
cristiana che per noi era un luogo importante per
la crescita della nostra fede. E come abbiamo fatto
sempre per le nostre figlie e come prendiamo tuttora
delle decisioni dalle quali loro saranno in qualche
modo influenzate, ma che potranno mutare da grandi,
abbiamo pensato che in questa fase della loro vita,
e anche della nostra, era importante presentarle
alla Comunità di cui noi facciamo parte.
Quindi abbiamo dato al battesimo
un significato "sociale", eravamo convinti che non
ci fosse la necessità di lavarli da alcun peccato,
ma era un dare segno alla Comunità che c'erano due
nuove bambine che stavano con noi.
Il
fatto che loro non erano proprio così piccole è
stata un'esperienza positiva perché comunque hanno
vissuto in parte quel momento che forse da grandi
potranno riconfermare se vorranno, oppure no.
Salvatore:
Con Marzia, abbiamo scelto di battezzare Serena
da grande e Giulia non si è battezzata proprio perché
lei ha fatto sin da piccola un cammino diverso (infatti
qui in Comunità la vedete poco. Serena magari si
vede un po' di più). Effettivamente le motivazioni
che ci hanno spinto a scegliere decisamente un battesimo
da grande sono state soprattutto un tentativo di
ritornare alla situazione della chiesa primitiva,
perché il battesimo, questa "immersione" nell'acqua,
allora aveva quel significato di cambiamento perché
in genere avveniva dopo la conversione, come Paolo
che ha l'incontro sulla via di Damasco e poi si
battezza per suggellare, per fissare, per dimostrare
questa novità che gli è successa e che da quel momento
in poi lui seguirà.
Certo allora i bambini non avevano
nemmeno l'importanza che noi diamo loro adesso,
a quel tempo non erano nemmeno considerati. Però
volevamo togliere qualsiasi "magia" che fosse legata
ai sacramenti, cioè il battesimo da dare al bimbo
piccolo perché sennò andava al limbo se gli succedeva
qualcosa. Adesso non se ne parla più, ma ai nostri
tempi il professore di religione delle medie ci
insegnava con una penna come battezzare un bambino,
perché se poi moriva noi eravamo responsabili che
andava al limbo. Ed era serissimo: ci terrorizzava
con questa penna e dovevamo imparare a battezzare.
Il battesimo come rito magico non
ci andava. Certo la condivisione con la Comunità,
quella sì, la sentivamo anche noi, però per togliere
qualsiasi elemento di magia (e giustamente per l'esigenza
di non "iscrivere", "arruolare" subito un nuovo
essere in un reggimento) abbiamo preferito un percorso
da adulti all'interno della Comunità che ci è sembrato
più giusto.
Però c'è da dire che l'idea di non
condizionare assolutamente i nostri ragazzi nella
scelta, francamente, è un'utopia che poi abbiamo
visto essere impossibile da seguire. Perché una
proposta va fatta. Tu puoi non battezzarli subito,
"iscriverli" subito, ma poi una proposta devi dargliela,
perché se tu rifiuti, rinunci a dargliela, poi ci
sono mille altre chimere che la danno una proposta
di vita, di esercito, di arruolamento in qualche
cosa e quindi uno cerca di curare al meglio lo sviluppo
personale del proprio figlio.
Rispetto al battesimo in Comunità
è successo che qualcuno, dovendo andare a sposarsi
in chiesa (magari perché aveva cambiato idea o perché
era stato convinto dalla moglie/marito che non era
delle Comunità di base), ha avuto dei problemi con
il parroco (sapete che il parroco deve richiedere
anche la cresima prima di celebrare il matrimonio).
È successo che tutti quelli che sono stati testimoni
di questo battesimo, che magari aveva amministrato
Giovanni, hanno dichiarato che effettivamente il
battesimo era stato somministrato al o alla giovane,
e i parroci hanno dovuto accettare questo dato di
fatto perché non si può ripetere il segno del battesimo.
Antonella Garofalo & Salvatore Ciccarello
30 MAGGIO 2004:
BATTESIMI NELLA COMUNITA' DI S.PAOLO
Io sono
nato in Moldavia e ho già fatto il battesimo e la
comunione da piccolo.
Ho visto come si fa il battesimo: i bambini si mettevano
con la testolina nell’acqua.
C’è una
tradizione in Moldavia che si deve saltare sopra
il fuoco così i peccati vanno in cielo.
Una volta l’ho fatto anch’io ed è un’esperienza
fantastica.
Io sono
molto felice che Matteo, Jeanpiere, Fausto e Jacopo
fanno la comunione e il battesimo, perché così superano
un ostacolo della vita, perché io l’ho già fatto.
Roman
Roma 30 maggio 2004
Alcuni di noi sono stati battezzati da piccoli,
non per loro scelta ma perché l’hanno scelto i genitori.
Invece i miei genitori non l’hanno fatto e io ho
scelto di farlo quest’anno perché so che cosa sto
facendo insieme a Jacopo e Jampi.
Al catechismo si studia che il battesimo è un
sacramento che ti libera dal peccato originale di
Adamo ed Eva.
Per noi invece il Battesimo è un segno sincero
e con Giovanni abbiamo detto che dobbiamo costruire
insieme l’innocenza.
Essere innocente per me vuol dire non mentire, non
essere falsi, non ingannare, insomma essere sinceri
e semplici.
Per Gesù per diventare innocenti come i bambini
non basta rispettarli ma bisogna diventare bambini.
Il mio battesimo è un attraversare il fiume,
come gli Ebrei hanno fatto alla fine del loro viaggio
nel deserto, per cambiare modo di fare, un segno
di PACE che non può arrivare lontano, ma che può
iniziare con tutti quelli della mia famiglia e con
i miei amici.
L’altro giorno non ho tenuto rancore per un mio
amico che mi aveva spinto per terra e mi aveva fatto
male e invece di prenderlo a pugni (come avrei voluto
fare) ho accettato le sue scuse e ho controllato
la mia rabbia. Questo è un piccolo segno del mio
cambiamento.
E per me credere in qualcosa, come nel Battesimo
e nella Comunione, non si fa perché tutti lo fanno
ma perché ognuno deve saper bene cosa sta facendo.
Cercare di cambiare, di costruire l’innocenza e
la pace è qualcosa che si deve sempre rinnovare
e deve crescere con noi.
Per questo il mio Battesimo è un atto che continua
nella mia vita e non finisce mai.
Matteo
Roma 30 maggio 2004
CONFERMAZIONE
La (falsa)
domanda de* ragazz* :
In Comunità, la Cresima si celebra con i piedi?
L'esperienza
di Emanuele (e dell'intera Comunità di S.Paolo)
risale al 26 maggio 2002, quando questa pagina
era già stata pubblicata con i contenuti relativi
agli altri Sacramenti.
Per questo abbiamo inventato una domanda fittizia
e scherzosa.
L'argomento, però, è serio.
E' stato inserito qui per dare un quadro complessivo
del rapporto tra Comunità e Sacramenti. E soprattutto
per testimoniare la nostra gioia!
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Queste orme e questo percorso, che ho
costruito, rappresentano il cammino
che ci ha insegnato Gesù, che io mi
impegno a fare con la cresima. Si vede che questo cammino è in salita,
in quanto è difficile. Le orme sono
vicine; questo sta ad indicare che i
passi sono brevi, per stare al passo
con chi va più piano e non lasciare
indietro nessuno. Ci sono delle orme che tornano indietro,
questo simbolo può avere due significati:
qualcuno che si
è scoraggiato e ha deciso di prendere
la strada più facile (quella in
discesa), oppure
qualcuno che è
tornato indietro per recuperare
chi si è perso.
Le orme non sono di
una persona sola ma di più persone,
perché quello che ci ha insegnato Gesù
è un cammino da fare tutti insieme.
Emanuele
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Crescere, diventare "grande",
andare avanti sperimentando altre situazioni
e idee, tutto questo si può riassumere
in una parola: cresima, o meglio confermazione.
Questo cammino
io ancora non l’ ho sperimentato, ma
da quanto ne so ho capito che non è
facile perché ci sono molti ostacoli
e altrettante cose da imparare, ma sono
sicura che con qualche amico ce la si
può fare. Quindi do il mio appoggio a Emanuele e spero che lui lo accetti, ma
siccome non ho dubbi gli dico:"forza
Lele, che insieme a noi ce la farai"!!!
Sara
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Come
Pietro in un momento difficile è riuscito
a superare le sue paure e a ridare forza
ai suoi compagni, dopo la morte di Gesù
e dopo averlo rinnegato tre volte, così
io spero che tu possa, come lui, essere
elemento di forza per far superare le
paure, anche nei momenti più difficili,
a te e a chi ti sta attorno.
Eleonora
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Io sono entrato da poco
in comunità e nel laboratorio, perciò
non conosco bene Emanuele, ma siccome
è più grande potrebbe diventare un esempio
per noi.
Jacopo
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La
Vita è come un cammino fatto di tanti
passi. Faccio un passo per ognuno di voi: un passo per mia madre, un passo per
mio padre, che mi hanno dato tutto; un passo per mio fratello, per averlo
accanto in questo momento; un passo per mia nonna perché le voglio
bene; un passo per mia zia perché sappia
che le sono vicino; un passo per i miei parenti; un passo
per i miei amici; uno per Flavio, Chiara
ed Erika, perché mi sono sempre stati
vicini; uno per la mia classe, che mi ha accolto
con affetto; uno per la classe che ho lasciato, che
in fondo non era poi tanto male; uno per gli amici perduti, perché possano
trovare altri amici; uno per quelli che mi hanno dimenticato,
perché sappiano che io non li ho mai
scordati; un passo per ogni scout, perché continui
ad andare avanti; un passo per quelli che hanno un sogno,
un sogno diverso dagli altri, perché
continuino a sognare, a lottare, e non
si arrendano mai; un passo per chi ha deciso di crescere,
perché la sua vita cambierà.
La vita è come un cammino fatto di
tanti passi: Non è un cammino facile, ma se lo faremo
tutti insieme, come ci ha insegnato
Gesù, potremo andare lontano, dandoci
la mano e aiutando chi non ce la fa.
Non importa
quanto avrai camminato, l'importante
è come l'avrai fatto.
Alla mia famiglia: grazie! Ai miei amici: grazie! A tutti: Buon Cammino
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PENITENZA
La domanda de* ragazz*:
Come viene affrontato il problema della confessione
nella Comunità?
Io
a questa domanda non so rispondere molto bene, nel
senso che sono venuto tardi in Comunità, non sono
dei primi. Ho conosciuto la Comunità in treno, a
Pisa, il giorno che ha vinto il referendum sul divorzio.
Mi chiese uno: "Allora, com'è andata?", "ABBIAMO
VINTO!".
Allora mi portarono in trionfo fino al vagone
dove c'era Giulio Girardi e stemmo lì tutta la notte,
sennò non sapevo nulla!
Comunque in Comunità la penitenza viene affrontata
nel modo migliore, suppongo, cioè noi chiediamo
perdono dei nostri peccati, chi presiede chiede
perdono, c'è un minuto di silenzio e suppongo che
tutti chiedano perdono. Io tante volte sono distratto,
ma fondamentalmente chiedo perdono anch'io, e dopo
l'assoluzione ce la da il Signore. Perché sono quei
peccati come quando eravamo ragazzi: "sono stato
distratto nelle preghiere durante la messa" o "non
ho detto il rosario". Sono quei peccati lì che facciamo
adesso perché quelli fondamentali è difficile scoprirli.
Credo che non ci crediamo tanto!
Vi dico come la penso io, perché non ne ho mai
parlato con nessuno in Comunità: siamo tornati ai
tempi antichi quando si pensava proprio ai peccati
grossi. Quelli che facciamo tutti i giorni non è
che siano una buona cosa, ma non sono neanche tali
dall'allontanarci dal partecipare l'eucarestia.
Se voi leggete il capitolo undici della prima lettera
ai corinti, c'è S.Paolo che si arrabbia perché dice
"Voi, quando fate la cena del Signore, non vi comportate
bene perché fate tutti gruppi uno contro l'altro.
'Io sono stato battezzato da Apollo', 'Io da Paolo',
'Io di qua, io di là': allora come condividete Gesù
Cristo?
Ognuno si porta da mangiare, però i ricchi mangiano
a gruppetti e si ubriacano, altri non hanno neanche
da mangiare: vi pare che sia questo il modo di celebrare
la cena del Signore? Allora mangiate a casa vostra
e poi venite a celebrare la cena come va celebrata!"
Avete capito? Non si facevano tante discussioni
se avevi detto o no le preghiere, se eri stato a
messa la domenica, su quei peccati che ci hanno
inculcato da bambini (almeno a quelli della mia
età).
E noi adesso siamo tornati a quel tempo: i peccati
grossi sono, per esempio, uccidere, impedire ad
uno di raggiungere i suoi ideali. Se guardate a
quello che succede nel mondo i peccati ci sono.
Però quando uno di noi deve fare la comunione, non
è che deve dire "mi devo confessare!" come si faceva
quando eravamo ragazzi.
Sapete quando e apparsa la confessione nella
comunità cristiana? Attorno al 250 d.c.! Gli imperatori
volevano i libri dei cristiani, volevano distruggere
la religione cristiana ed esigevano che i cristiani
consegnassero i libri. Molti li consegnarono, e
quelli furono chiamati "traditores" ( perché
tradere in latino vuol dire consegnare).
Non dovevano consegnarli, ma lo hanno fatto. Poi
il peccato più grande di cui si diceva in quei tempi
era quello di abiurare, cioè di essere cristiano
e poi dire "no io non sono cristiano", tornare a
fare i riti pagani e poi tornare indietro. Quello
lo mettevano a fare penitenza tutta la quaresima.
Quelli erano peccati grossi! Non dire "io ho avuto
pensieri cattivi" o "io mi sono masturbato". Quelle
cose lì non le ho mai letto da nessuna parte di
quei secoli antichi. Non so se Giovanni, che è più
vecchio di me, si ricorda qualcosa!
Comunque parte della Bibbia è stata scritta proprio
per indurre alla penitenza. I Profeti per esempio
(che non sono quelli che predicono il futuro, ma
che parlano a nome di Dio) parlavano per convertire
la gente. Sapete quando in macchina fate una "conversione
a U"? Convertire vuol dire proprio cambiare la vita.
Tu stai andando di qui? È la direzione sbagliata,
devi convertire! In greco c'è proprio una parola
che vuol dire "cambiare la testa". Se hai sbagliato
direzione, la Bibbia dovrebbe essere il libro che
ti aiuta a cambiare vita. E un tempo, infatti, nessuno
pregava in ginocchio: in ginocchio ci stavano gli
schiavi casomai! Si ascoltava la Parola in piedi
o seduti. Trent'anni fa in Portogallo non c'erano
nemmeno i banchi, si stava seduti per terra.
Si ascolta la Parola di Dio attentamente e quella
dovrebbe portarti alla penitenza. Infatti se voi
notate, non si parla mi di "confessione" nella Bibbia,
non c'è questa parola. Ti devi pentire, devi cambiare
strada. La confessione è venuta verso il V secolo
e l'hanno portata i santi irlandesi venuti in Italia:
allora il sacramento della penitenza è passato ad
essere più che altro una confessione. È stato predominante
l'aspetto del 'dire i peccati', mentre prima l'aspetto
era quello di pentirsi.
I confessionali sono venuti nel '500. In certi
paesi del mondo, come in Brasile, dove sono stato
tanti anni, gli verrebbe da ridere, non si usano!
Lì il prete, davanti a una chiesa con mille persone,
dice "ragazzi, ho saputo che domenica scorsa qui
avete ammazzato qualcuno mentre si giocava a pallone:
ma venite a giocare a pallone con la pistola? Ma
vi sembra giusto? Se è così non vengo più da voi
perché vuol dire che non avete imparato niente!".
Poi si elenca una serie di peccati tanto per farli
venire in mente a tutti e poi: "Siete pentiti?",
"SÌ!", "Io vi assolvo nel nome del Padre, del Figliolo
e dello Spirito Santo!". Capito? E così si usa ancora
adesso!
È contemplato anche sui libri della chiesa che
i preti possono, sul campo di battaglia, dove non
possono confessare tutti i soldati, dare l'assoluzione
generale. Poi dopo possono tranquillamente andare
a morire per la patria! È contemplato il caso, e
ad un vescovo che mi diceva che non si può far così,
che è contro l'usanza della chiesa, io risposi "Guardi
che qui la guerra c'è tutti i giorni!" e anche lui
confessò con quel sistema lì.
Romano Baraglia
EUCARESTIA
La domanda de* ragazz*:
Quali sono le particolarità del gesto eucaristico
nella Comunità?
Il gesto di Gesù, che si ripete nella celebrazione
eucaristica, ha una storia in comunità: è cambiato
con il passar del tempo. Cercheremo di spiegare
questi cambiamenti e perché sono avvenuti.
In basilica ed anche in questi locali, all’inizio,
l’Eucarestia si faceva con le ostie, c’era anche
il vino, ma solo per il celebrante, e solo lui pronunciava
le parole del Nuovo Testamento, che ricordano il
gesto di Gesù.
Via via, nella storia della comunità questo gesto
si è arricchito:
- l’ostia è stata sostituita con il pane
- il vino è distribuito a tutti
- il pane, che prima era già spezzato
all’inizio della celebrazione, viene spezzato
mentre tutti insieme – non più solo una
persona – pronunciamo le parole:
"Prese il pane e lo spezzò".
Perché
questi cambiamenti? Cosa significano? Sono cambiamenti
che rompono una tradizione o si richiamano ad una
tradizione più antica?
Per rispondere a queste domande dobbiamo tornare
indietro nel tempo a quella lontana notte in cui
Gesù ed i suoi discepoli erano riuniti per celebrare
insieme la Pasqua. Come tutti gli ebrei ricordavano
in quel giorno l’uscita dall’Egitto e la liberazione
dalla schiavitù. Quella notte però la testa ed il
cuore di Gesù erano altrove. Gesù sapeva che il
cerchio si stava stringendo intorno a lui e che
la sua fine era vicina. Erano questi i suoi pensieri
quando, durante quella cena, che ricordiamo come
l’ultima: - Prese il pane, lo spezzò, poi disse:
"Questo è il mio corpo, dato per voi".
Perché Gesù sceglie proprio il pane
per quel gesto? Perché il pane è un cibo semplice,
che riporta alla vita quotidiana. Ecco perché noi
abbiamo voluto sostituire l’ostia con il pane, perché
l’ostia sembra una cosa un po’ finta, non ha lo
stesso aspetto del pane che è ogni giorno sulla
nostra tavola.
Che significa il gesto di spezzare?
Quando Gesù pronuncia le parole: "Questo è il mio
corpo" non ha in mano un pane intero ma un pane
spezzato. Perciò il pane spezzato è il corpo di
Gesù, non il pane intero. Il gesto di spezzare ha
due significati: indica condivisione e violenza,
la violenza che subirà Gesù per mano dei potenti.
Condivisione. Gesù divide il pane per
insegnarci a condividere ciò che abbiamo, non solo
i beni materiali, ma anche il nostro tempo, le nostre
conoscenze, con gli altri, come lui ha fatto in
tutta la sua vita.
Violenza. Con quel gesto Gesù vuole dire
ai suoi discepoli: Vedete questo pane spezzato?
Così il mio corpo verrà spezzato.
Il riferimento alla sua morte, che sente vicina,
è ancora più esplicito quando Gesù prende la coppa
del vino: - Dopo aver cenato prese il calice del
vino e disse: "Questo è il mio sangue versato per
voi. Fate questo in memoria di me".
Ecco perché noi ripetiamo quel gesto, perché
è Gesù che ci ha chiesto di ricordarlo così: nel
pane spezzato e nel vino versato c’è Gesù, la sua
vita spezzata, condivisa con i più deboli e la sua
morte violenta, voluta dal potere, primo tra tutti
il potere religioso del suo tempo.
Nella festa della condivisione, quale è l’Eucarestia,
ha senso riservare solo per qualcuno il vino? Noi
dividiamo tra tutti il pane ed anche il vino, come
Gesù fece con i suoi amici. E vogliamo rivivere
insieme quel gesto di Gesù, pronunciando tutti insieme
le parole del Nuovo Testamento che lo ricordano.
Infine spezzare il pane durante la celebrazione
eucaristica è un modo per ripetere e dare enfasi
a quel gesto: è nello spezzare che c’è la vita e
la morte di Gesù.
Mi è capitato in comunità di vedere
persone, che si dichiaravano non credenti, spezzare
e condividere il pane con noi. Forse altrove questo
avrebbe suscitato scandalo. Qui no. Sono stata colpita
da questo e ho cercato di trovare una spiegazione.
Ve la propongo:
I confini di una religione – per quanto bella,
per quanto grande – sono troppo stretti per contenere
la grandezza del gesto di Gesù, destinato, e forse
pensato da Gesù, per andare oltre.
Dea Santonico
30 MAGGIO 2004:
PRIME COMUNIONI NELLA COMUNITA' DI S.PAOLO
Lo spezzare il pane e bere il vino si fa tutti
insieme in ricordo di Gesù e della cena che Gesù
ha fatto con gli apostoli.
Si deve anche aiutare i più poveri e i più deboli.
Io comincerei da mio fratello, ma non perché è debole,
ma perché voglio fargli capire che gli voglio un
gran bene.
A volte è più facile voler bene alle persone
più lontane che voler bene a quelle più vicine,
perché le persone lontane non stanno con noi e quindi
non ti possono dare fastidio, invece quelli vicini,
come i familiari, sono vicini e quindi ti possono
dare fastidio.
Jeanpiere
30/5/04
MATRIMONIO
La domanda de* ragazz*:
E' possibile
sposarsi in questa Comunità di Base?
Laura:
Noi siamo stati i primi a sposarci in Comunità dopo
che la Comunità si è trasferita qui, perché ovviamente
in basilica i matrimoni si celebravano regolarmente.
Siamo stati i primi con un "blitz" perché la Comunità
non aveva la possibilità di celebrare i sacramenti
e un'altra coppia prima di noi lo aveva chiesto
e non era stato accettato che si facesse il matrimonio
qui. Così noi abbiamo pensato di sposarci imponendo
questo matrimonio alla Comunità, cioè la Comunità
si è trovata davanti noi che abbiamo dichiarato
di sposarci. Un po' come Renzo e Lucia, ma con di
fronte, invece che don Abbondio, il povero Fiore
Manuelino il quale è rimasto spiazzatissimo e che
però non ha potuto fare altro che accettare questa
dichiarazione di matrimoni e ci ha anche benedetto,
bontà sua. Questo l'abbiamo fatto con la complicità
di Rosario che era molto contento.
Vincenzo:
Sì perché noi sapevamo di muoverci su un terreno
minato. La Comunità aveva già precedentemente detto
di non gradire pressioni di questo tipo, per cui
avevamo preso la nostra decisione forti del fatto
che nella tradizione cattolica il matrimonio vede
come ministri non i preti, ma i due sposi: questa
è tradizione consolidata, quindi era fuori discussione.
Laura Rasola & Vincenzo Meale
LITURGIE PARTICOLARI
18 DICEMBRE 2005 (IV DOMENICA DI AVVENTO):
Celebrazione Eucaristica
Gestita dal Gruppo Giovani
e dal Laboratorio di Religione della CdB di S.Paolo
Nota del WM:
Sono riportati gli interventi di bambini/e,
giovani e adulti registrati in occasione della Celebrazione
Eucaristica della IV domenica di Avvento del 2005.
Salvo le due introduzioni, per una precisa scelta
di condivisione, gli interventi non sono firmati,
ma semplicemente distinti fra testi di giovani e
di adulti.
Stefano:
L’Eucarestia di oggi,
che toccava al gruppo Roma Sud-Est, è stata in realtà
preparata dal gruppo delle ragazze e dei ragazzi
e dai bambini del Laboratorio, anche perché il gruppo
Roma Sud-est è formato all’80% da quanti seguono
i giovani.
Abbiamo fatto un percorso un po’ tortuoso che si
è accentrato soprattutto sul discorso della preparazione
del Natale e sulla lettura del Vangelo di oggi,
quarta domenica di Avvento.
Leggeremo essenzialmente solo questo Vangelo con
un’appendice, però, perché visto che quello di oggi
è il Vangelo dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele
a Maria, i ragazzi ci hanno chiesto di capire cosa
avesse pensato di tutto
ciò Giuseppe, cosa che abbiamo trovato nel primo
capitolo del Vangelo di Matteo che leggeremo dopo
quello di Luca.
Le preghiere iniziale e finale
sono tratte dall’inno che canta Zaccaria, riportato
dal Vangelo di Luca.
Vangelo Secondo Luca
(1, 26-38)
Vangelo secondo Matteo
(1, 18-25) |
Dea:
Come
diceva Stefano, questo momento è nato dalla preparazione
dei ragazzi e delle ragazze del Laboratorio e dai
più grandi.
Non voglio riportare qui quello che è stato detto
durante gli incontri di preparazione, perché spero
esca fuori a partire dalle voci dei ragazzi ed anche
degli adulti durante questa riflessione.
Volevo invece focalizzare due pensieri, il primo
sul Vangelo di Luca che abbiamo letto, l’altro sul
presepe che è stato preparato dai bambini del Laboratorio.
Nel Vangelo c’è questo discorso di Maria vergine
che partorisce un figlio ed è un discorso (quello
sulla verginità di Maria) che nella mia testa si
è andato sviluppando negli anni in modo diverso.
Quando avevo 13-14 anni la verginità di Maria era
contenuta, per così dire, in un unico “pacco dono”
della Fede per cui bisognava
prendere tutto o niente, senza poter scegliere tra
questo e quello. Questo mi creava qualche perplessità,
ma mi sforzavo di credere a quello che dovevo, a
questa verginità.
Dopo la cosa è andata maturando, nella mia testa
continuava a esserci questo problema, ma sono cresciuta
e mi sono domandata: che cambia nella mia vita,
nella mia esperienza di Fede se alla domanda “Maria
è vergine?” rispondo sì o no?
Allora ho capito che la Fede non è un esercizio
intellettuale per cui
ogni giorno bisogna ripetersi “quanto ci credo,
quanto ci credo”, ma è una cosa che riguarda la
tua vita, altrimenti non ha senso.
A quella domanda, allora, mi sono risposta: non
cambia niente! Così ho deciso di mettermi il cuore
in pace e non farmela neanche più quella domanda,
perché era irrilevante.
In seguito ho cambiato ulteriormente idea, quando
intorno ai vent’anni o giù di lì ho letto un libro
intitolato “L’altra metà della Chiesa” con sottotitolo
“essere femministe e cristiane”, scritto da Rita,
che è qui con noi, e da Franca Long.
Questo libro è stato importante per
mi ha fatto pensare il
discorso della verginità di Maria in un altro modo.
Ho capito come le donne. ai
tempi di Maria e di Gesù, non contavano niente,
e quel minimo di considerazione che avevano lo avevano
perché erano necessarie per fare figli. Così le
donne sterili, che erano al di fuori anche da questo
tipo di considerazione, contavano “zero spaccato”,
niente, meno di niente.
Il concetto di verginità che abbiamo noi, poi, lo
abbiamo perché se ne è parlato molto in particolare
nella chiesa cattolica, per
cui ci è arrivato un concetto di verginità
associato a quello di purezza, mentre in questo
brano del Vangelo, che è importante perché mette
insieme l’evento nascita di Gesù da una vergine
con la nascita di Giovanni Battista da una donna
sterile (Elisabetta), emerge il concetto di verginità
come di emarginazione. Sarebbe stato meglio per
una donna non nascere affatto piuttosto che morire
vergine, perché una donna vergine era completamente
inutile.
In questo senso la scelta di una vergine serve a
sottolineare come Dio compia i propri prodigi a
partire dagli emarginati, in questo caso dalle emarginate.
Maria vergine, in questo senso, va affiancata
alle donne sterile, che
erano emarginate, e perfino a donne prostitute,
perché nella Bibbia ci sono prostitute che hanno
partorito grandi profeti.
Mi sono, così, riappacificata con l’idea della verginità
di Maria e quello che è bello pensare è che abbiamo
restituito a Maria il suo essere ragazza semplice,
non come appare sui santini che conosciamo.
Io suggerisco ai ragazzi e alle ragazze (noi qui
in Comunità abbiamo un gruppo donne che ha seguitato
a riflettere su queste cose) di approfondire questi
problemi anche con il loro aiuto, perché l’immaginario
religioso è una cosa che tocca tutti e spesso tocca
in modo negativo, specie le persone semplici. Non
dobbiamo pensare che sono tutte scemenze e di quello
che tocca la vita di tutti ci dobbiamo fare carico.
Questo era il primo pensiero, ed ora il presepe:
quest’anno il presepe ha dei visitatori inattesi
che sono…i marines!
Oggi non lo abbiamo letto, ma c’è un brano di Luca
dove viene raccontata
la nascita di Gesù e si dice che quella è stata
una giornata particolare e gli angeli sono andati
ad annunciare questa nascita ai pastori e tutte
le persone semplici sono andate a fare visita a
Gesù.
Ciò che ci racconta Luca, lui non l’ha vista, né
l’ha sentita raccontare da qualcuno che l’aveva
vista, quindi probabilmente questa cosa non è successa,
è stata solo immaginata.
Però, il fatto che l’abbia immaginata non significa
che sia una stupidaggine,
perché una cosa la conosceva: conosceva la vita
di Gesù e sapeva che era sempre stato dalla parte
dei poveri e per loro aveva speso la vita. Allora
si è immaginato che la sua grandezza
è stata riconosciuta
dai poveri e i poveri sono andati a trovarlo. Questo
deve essere stato il ragionamento di Luca.
Chi di voi è stato al campo due anni fa, ricorderà
che c’era Giuseppe Barbaglio,
che ci ha raccontato una cosa un po’ particolare
di Gesù (è un po’ una fissazione di Giuseppe…):
dare molto peso al suo rapporto con i peccatori
e le peccatrici, con quelli che sbagliano. Gesù
se li andava a cercare, i peccatori, e la parabola
della pecora smarrita è molto importante da questo
punto di vista, perché il pastore lascia novantanove
pecore e va a cercare quella che si era persa.
È una cosa molto importante e per capire quanto
sia importante dobbiamo
sapere che Gesù è stato ucciso anche per questo.
Allora, anche noi come Luca, conoscendo la vita
di Gesù abbiamo detto: quest’anno nel presepe ci
facciamo arrivare quelli che non è che fanno proprio
una vita da santi. I marines,
che da una parte qualcuno vuole eroi, qualcuno li
pensa come mostri e non hanno diritto ad avere una
via di mezzo, né mostri né eroi. Noi, poi, abbiamo
pensato in particolare ai disertori, a quelli che
stanno peggio, perché per l’esercito sono dei vigliacchi,
dei codardi, per i pacifisti tutto sommato sempre
marines rimangono, quindi
non hanno un posto, e un posto noi glielo abbiamo
dato: nel nostro presepe, come spiegheranno adesso
i bambini.
Questo è il testo
della canzone di Fabrizio De Andrè che ha ispirato
l'inserimento dei marines nel presepe:
TI RICORDI JOE?
(New Trolls-De André-Mannerini)
Ti ricordi,
Joe Era verde laggiù Era verde il mare a Manila
Ti ricordi Joe
Eran tanti
laggiù Coi fucili nascosti tra i fiori
Quante stagioni passarono là Quanti colori inutili ormai
Per occhi già stanchi oppure già chiusi Per sempre
Ti ricordi Joe Ti ricordi di
Sam Col il cuore coperto di mosche
E c'è ancora chi Va dicendo che noi Noi
marines
non avevamo un cuore
Quante stagioni passarono là Quanti colori inutili ormai Per occhi già stanchi oppure già chiusi
Per sempre
|
Bambine/i e Giovani
Noi bambini e bambine della Comunità
abbiamo pensato di mettere nel presepe i
marines con dei cuori
attaccati per far capire che anche i
marines hanno un cuore
e possono essere delle persone buone, per esempio
rifiutandosi di uccidere persone innocenti.
Il mio marine che ho costruito con il
das rappresenta un uomo
che da giovane ha scelto di fare la guerra, ma guardando
le cose distrutte si è accorto che intorno a lui
ci sono solo uomini e donne senza vita, allora lascia
le sue armi per terra e
si accorge che vicino alle sue armi sta sbocciando
un fiore, si inginocchia e si commuove perché da
molto tempo, intorno a lui, la natura era sempre
morta.

Per me il significato del cuore invece
dei mitra è che i soldati non devono sparare, ma
volersi bene. Nel passato i soldati dovevano ammazzare
per forza, se no li fucilavano e più o meno succede
lo stesso nei giorni nostri: certo non li fucilano,
ma vengono carcerati.
Io penso che i soldati devono gettare i mitra e
devono avere un cuore, nel senso che si devono volere
bene.
A noi due piace pensare ad un presepe
tradizionale, però non possiamo dimenticare che
c’è la guerra nel mondo. Quindi vogliamo avere una
speranza e offriamo a Gesù la luce di una stella
e una colomba portatrice di Pace, per un mondo migliore.
Questa lettera è per chi pensa che la
guerra è solo un lavoro. Non lo è: è molto di più
e molto di meno. Chi va in guerra deve sapere che
se vuole servire la patria come gli hanno inculcato
sin da piccolo, dovrà fare cose che vanno ben oltre
la crudeltà, cose che gli uomini normali non farebbero
mai perché il buonsenso lo impedisce. Il soldato
che rifiuta di eseguire gli ordini, per me ritorna
ad essere un uomo, ritorna ad avere quel buonsenso
e quella naturalezza che devono esserci in ognuno
di noi. Non si deve condannare il soldato che non
obbedisce agli ordini perché in quel soldato dobbiamo
rivedere noi stessi, che abbiamo paura, ma allo
stesso tempo il coraggio di
essere autonomi nel nostro pensiero.
Quest’anno abbiamo deciso di mettere
nel nostro presepe dei marines.
Questi soldati americani rappresentano la minoranza
di disertori che, vedendo con i loro occhi la guerra,
decidono di scappare. Per esempio sappiamo che c’è
una comunità di marines
rifugiati in Canada per non andare in guerra. Questi
soldati vengono considerati
codardi e traditori e le loro famiglie devono sopportare
le infamie che vengono dette nei loro confronti.
abbiamo riflettuto anche
su perché altri soldati rimangono in guerra. Alcuni
provano gusto a torturare e a combattere, altri
non hanno il coraggio di disertare e obbediscono
agli ordini subendo le conseguenze sulla loro carne.
Questi soldati,però,
ricevono onori, medaglie al valore e al coraggio
quando rientrano in patria. Ma a che serve una
medaglia quando ti manca
una gamba o hai malattie psichiche dovute alla guerra?
E qui ci è venuto da pensare ai figli che sono certo
straziati dal dolore nel vedere i loro padri, addestrati
a combattere e ad essere insensibili
a tutto, ridotti come stracci, tormentati da voci,
sogni e visioni. Allora c’è da chiedersi: chi sono
i veri eroi? I soldati che hanno avuto il coraggio
di disertare, quelli che non hanno avuto questo
coraggio ma sono rimasti
in guerra tornando in patria morti o mutilati, o
i torturatori che provano gusto a combattere? Forse
a questa domanda non c’è una risposta, ma sicuramente
i disertori non devono essere esclusi.
Volevo riportare l’esperienza di uno
di questi disertori, che penso racchiuda un po’
tutte le cose che hanno detto i bambini. Secondo
i dati che ho qui, i disertori tra i soldati americani
sono 5000 e penso che questa storia valga anche
per qualsiasi altro disertore.
Darrel
Anderson è un 22enne
del Kentuky che come
molti altri giovani americani si arruolò nell’esercito
dopo, l’11 settembre per spirito patriottico e perché
un buono stipendio gli serviva per andare al college
e mantenere la figlia di quattro anni.
«Quando
sono stato mandato in Iraq credevo di dover difendere
il mio paese, poi ho scoperto che tutta la guerra
era basata su bugie, che io dovevo combattere per
i soldi di qualcun altro.
Ad un posto di blocco arrivò una volta una macchina
che sembrava non doversi fermare. I miei compagni
mi gridarono “Spara, spara!”,
ma io ero convinto che non ci fosse nessuna
minaccia. Quando la macchina si fermò vidi che dentro
c’erano anche dei bambini e dissi: “Visto? È una
famiglia, sono degli innocenti!”,
ma il mio superiore mi disse a muso duro:
“Non mi interessa, la prossima volta spari!”
Ho visto i miei compagni – continua –
venire spinti al punto
in cui erano pronti ad uccidere degli innocenti
e anch’io lo sono stato. Arrivi al punto di essere
così stressato da essere disposto ad uccidere chiunque
pur di essere sicuro di vivere. Come ha potuto il
mio paese metterci in questa situazione?
quando sono tornato a
casa a Natale, nessuno sapeva darmi una buona risposta…»
Darrel, allora, come
molti altri disertori, è andato a vivere in Canada,
a Toronto e non può tornare negli USA perché finirebbe
in prigione. Non è pentito e di carcere non vuol
sentire parlare.
«Non passerei
nemmeno un giorno in prigione per aver fatto la
scelta giusta. Qualcuno crede che me la sono semplicemente
fatta sotto. Ho scelto di non tornare in Iraq dopo
averci pensato in tutta calma. Ora credo troppo
fermamente nelle mie decisioni
per a accettare di essere
punito!»

Io sposto l’attenzione dai soldati
su una riflessione che ho fatto sul Natale, dopo
i due incontri che ho fatto con Filippo e Giovanni.
È venuto fuori che nel Natale che viene
fuori dalla logica consumistica
buonista all’ennesima
potenza, abbiamo capito tutti quanti che è stato
manipolato e strumentalizzato il messaggio di Gesù.
Penso che la chiesa, in occasione del Natale, sia
venuta meno a quella che dovrebbe essere la sua
funzione pastorale e penso che nonostante qualche
intervento di Benedetto XVI che accennava al Natale
consumista non ci
sia stata sufficiente
incisività. Troppo poco, parole
nel deserto, parole vuote.
Penso che il Natale sia lo specchio del male della
società, della perdita di valori in cui ci troviamo. Dopo questi
incontri, c’è stata sicuramente una maturazione
e un maggiore senso di consapevolezza, però,
una volta uscito da questi
incontri, mi rimane sempre l’idea che siamo una
élite, e che c’è una
grandissima quantità di gente, di ragazzi poveri
dal punto di vista culturale, ignoranti che non
hanno proprio la possibilità di fare questi incontri,
di avere questo tipo di formazione.
Pensando a questi ragazzi, credo che la sfida più
grande sia proprio quella di arrivare a loro, di
avere la capacità di trascinarli e coinvolgerli.
Sono combattuto tra due sentimenti: da una parte
un atteggiamento un po’ fatalistico,
nichilistico,
per cui dico di aver
paura che non ci siano possibilità, ho paura che
si sia risucchiati da questa logica e che in qualche
modo sia la Storia a governarci e a dominarci e
che se ci sarà un altro ’68 per riprenderci quei
valori sarà Lei a dircelo.
D’altra
parte ho un atteggiamento di speranza
per cui sensibilizzare,
“fare politica”, per riprendere un discorso di Filippo,
sia una cosa fondamentale che noi, con questo senso
di consapevolezza, abbiamo il dovere etico di realizzare.
L’altro giorno, riflettendo con un mio
amico, è uscito fuori che mentre quando è arrivato
Gesù nessuno lo ha accolto, quando arriva
Bush la prima cosa che
fanno è chiudere le strade per far passare solo
lui e non permettere alla gente di raggiungerlo.
Questo perché Gesù non è un potente, non lo è mai
stato.
La sua parola era potente ed è arrivata a noi, però
è stata trasformata così tanto che il suo messaggio
c’è e non c’è.
Invece ai potenti “sul serio”, a quelli che hanno
sempre ragione, a quelli che hanno finito per ammazzarlo
perché lui stava dalla parte di quelli sbagliati,
dei peccatori, chiudono le strade e danno gli alberghi
più belli, mentre Gesù è finito in una mangiatoia.
E questa è la riflessione che più o meno volevo
fare: il fatto che sia nato da una vergine emarginata
e il fatto che sia stato sempre il profeta degli
emarginati per quanto adesso la chiesa sia l’istituzione
più potente che abbiamo al mondo.
Dalla lettura del Vangelo non si
capiscono bene le origini di Maria. Il brano la
descrive come una persona qualsiasi. Non ci sono
particolari aggettivi che ci facciano capire se era saggia, ricca, bella
intelligente, pura. Quello che ci è sembrato è che
Dio ha scelto Maria proprio per sottolineare la
sua opzione per gli umili.
Negli incontri di preparazione a questa liturgia
ci siamo chiesti più volte perché è
cosi importante sottolineare
la verginità di Maria e l’assenza sulla sua persona
del peccato originale.
A noi piace pensare invece che Maria
era una ragazza qualunque.
Ciò può aiutarci a sentirla più vicina alla nostra
esperienza e può aiutarci a seguire la sua scelta
di disponibilità, di apertura e coraggio.
Un’altra
cosa che ci ha sorpresi leggendo questo brano è
che sembra quasi che Dio si sia sottoposto per un
istante alla volontà di Maria come se si affidasse
a lei e alla sua disponibilità. Maria era libera
di scegliere e la storia avrebbe preso tutta un’altra
direzione.
|
Piantate
il vostro geranio
quello che
tenete sulla vostra mano.
È forte il suo
profumo e il suo colore,
piantatelo
dove si uccide un cuore.
Piantatelo quando
la vostra paura
si tramuta
in una vera avventura:
quella di
vivere la vita fino in fondo
con la gente
che amate intorno.
Piantatelo anche
quando il sole
si nasconde
alla forza di un fiore
infilato
nella canna di un fucile
che ferma
la morte a colpi d’ali.
Piantatelo, ora
e sempre. |
Essere tenaci
come un albero
che stende i rami verso il cielo
Essere pazienti come un torrente
che corrode la roccia con eterna costanza
Essere forti come una montagna
che nessun vento potrà mai spostare
Essere come i raggi del sole
uno da solo non potrà infondere in tutti calore
Essere come le ali degli uccelli
una sola non potrà permetterci di volare
Essere come la pioggia
una sola goccia non potrà lavare il male della Terra
Essere come i bambini
per credere che un mondo migliore sia possibile
Essere insieme
per percorrere le strade della vita
Essere una comunità
per costruire uniti il nostro mondo |
Adulti
A proposito di disertori, che poi sarebbero
obiettori di coscienza, mi è venuto in mente un
comportamento incongruo della chiesa, perché per
quanto riguarda l’aborto, per esempio, loro auspicano
che i medici siano obiettori di coscienza e che
quindi non si prestino all’aborto, perché tanto
che ci va a rimettere sono le donne e non gliene
frega niente.
Ma quando è stato detto che la guerra in Iraq era
illegittima, non sono stati invitati i soldati a
disertare, che sarebbe stata logica conseguenza.
Perché? Perché in questo caso sarebbe saltato quel
sistema di potere che foraggia la chiesa e questo
non è ammissibile.

A proposito della verginità di Maria,
S.Giuseppe è stato proprio
forte, perché anche lui ha sentito la voce dell’angelo,
probabilmente una voce interna, e si domandava “che
devo fare con questa
donna? La rimando a casa? Me la tengo?...”
e alla fine l’ha tenuta.
Si è messo contro la mentalità di quel tempo, quindi
ha avuto un gran coraggio. Non se ne parla mai,
ma S.Giuseppe era proprio
forte!
Poi volevo dire un’altra cosa. Immaginiamo che anche
quest’angelo che ha parlato a Maria sia una voce
che ha sentito dentro di lei. Lei ha pensato, come
tutte le donne che aspettano un bambino ha pensato
“Ma come sarà questo figlio o questa figlia? Avrà
una buona vita, sarà felice? Farà grandi cose? Starà
bene in salute? che faccio:
lo tengo o non lo tengo?”
E Maria ha avuto fiducia nella vita e lo ha tenuto.
Però dobbiamo pensare anche a tante donne come le
immigrate che vengono qui,
con molte di loro che abortiscono, purtroppo, perché
molte volte non hanno nemmeno il posto fisico dove
mettere un figlio, per dare al mondo un figlio e
tenerlo da qualche parte. Molte volte non si ha
proprio la forza di avere una vita dentro di sé.
Quindi il messaggio di Maria, al di là della nascita
di Gesù, è proprio l’avere fiducia nella vita. Avere
fiducia nella vita è una cosa che si può
imparare come si impara
una lezione. Possiamo aiutarci
tra di noi ad avere fiducia
nella vita.
Non dovrebbe mancare, nel ricordo del
nostro invito a non usare le armi contro il popolo,
la figura di Oscar Romero.
Non dimentichiamo che dopo anni in cui alzò la voce
per difendere i diritti dei contadini che scomparivano,
che venivano sequestrati,
talvolta uccisi insieme ai loro rappresentanti,
anche con qualche prete che li guidava, giunse al
momento in cui il vaso traboccò ed esortò i militari
a non sparare sul popolo.
Tutta la questione della guerra e di quanto si può
resistere alla violenza con la violenza non è il
caso di affrontarla qui durante la messa, ma le
voci che ci sono giunte da parte dei ragazzi sono
voci, secondo me, abbastanza chiare.
Certamente quando
Romero
invitò a non sparare sui contadini e sulla gente
disarmata fu, a sua volta, sparato e trovo una delle
venature del discorso di Valerio, cioè se c’è qualcosa
da fare, se abbiamo bisogno di altri martiri, di
altri Oscar Romero.
Oppure possiamo sperare, come dicevano Matteo e
Roman, che seminando
dei fiori la loro potenza porti anche alla
fruttificazione?
Non sarà qui attorno a questo tavolo dove spezziamo
il pane, leviamo il calice, ricordiamo Gesù nella
sua nascita, nella sua potenzialità, anche nella
sua bellezza, nella gioia –perché non è che vogliamo
fare un discorso triste - .
Tra tutte le parole che sono uscite ricordo fermezza,
costanza. Chi batte la sua strada, batte il suo
chiodo, non può essere uno stagionale, perché i
tempi che ci sono richiesti in questa vita sono
tempi lunghi, però la gioia, la speranza, l’amore,
non sono rinviati all’aldilà. Questo è il messaggio,
l’anima delle comunità di base: il paradiso
ce l’abbiamo anche qua,
un po’ malconcio ma c’è, per cui non ci aspettiamo
una cascata di gioia e felicità tutta rimandata
nell’eternità. La vita è impastata in questo modo
e ad un certo punto anche questo Natale, ridimensionato
e decaduto dal trionfalismo, se ci da qualche pizzico
e qualche brandello di gioia e di amore, beh,
ce lo teniamo!
Fate finta che vi parli una mummia, perché
non ho diritto di essere nemmeno una vostra trisavola
per quanto sono vecchia! Vorrei, a voi giovani,
cambiare un po’ il linguaggio.
Noi diciamo sempre “festa
di Natale”, ma non è meglio
levare il “di”? “Festa Natale”! Natale diventa un
attributo, un aggettivo, e noi possiamo così recuperare
il suo senso vero. Vorrei farvi pensare a due sensi
del Natale. Uno è la Natività, l’altro il “nascimento”
e hanno due sensi complementari, ma abbastanza diversi.
L’evento natale è la nascita di ogni bambino che
viene al mondo e dovrebbe essere il segno della
gioia, della vita che continua. Però questo evento
acquista un significato particolare con Gesù. Non
pensiamo a quello che ha fatto, non mi soffermo
su questo. Ma questo bimbo che nasce, particolarissimo,
che si chiama Gesù, è ebreo e bianco. Noi poi lo
mettiamo nel presepio, che è segno della nostra
immaginazione. Poi possiamo anche metterci i
marines, va tutto bene,
ma per favore, lasciamolo bianco, perché se cominciamo
a pensarlo nero ci autocondanniamo
alla distinzione di razza che dovrebbe essere abolita
dal nostro linguaggio, dal nostro pensiero e dal
nostro vocabolario. Perché noi facciamo dei raggruppamenti
umani delle diversità che sono solo genetiche ed
eleviamo la diversità genetica a segno distintivo
di qualità per una stima di valori.
Invece, lasciamolo così, bianco. L’università della
specie umana è frammentata, sì, ma è frammentata
dalla cultura, non dalla distinzione genetica in
razze che non ci rende disuguali, ma ci rende anzi
tutti uguali.
L’altro senso di “Natale” è il nascimento. Mentre
la Natività è un evento, un istante in cui una creatura
viene al mondo (e viene al mondo sempre piangendo,
tanto è grande il trauma della vita), il nascimento
è un cammino, un cammino che dobbiamo fare tutti
dal momento in cui si nasce fino al nostro tramonto.
Noi possiamo sempre rinascere. Allora il nascimento,
con quel “ri”, diventa
una rinascita perenne, un perenne ricominciare,
un perenne rivedere, un perenne ripensare e un perenne
cambiare.
Quindi vediamo l’evento, sì, bellissimo, di questo
bimbo bianco ed ebreo, ma
insieme pensiamo che è il cammino che tutti dobbiamo
fare ed è un cammino difficile, non è un cammino
facile. È
un cammino molto difficile, ma nel nascimento possiamo
continuamente rinascere e risorgere.

Negli incontri che abbiamo fatto con
le ragazze e i ragazzi a casa di Filippo e Rita,
parlando del Natale, una cosa fra le tante dette
è che quel giorno, domenica prossima, sarà intorno
a noi lo spreco di parole che servono a convincerci
che tutto va bene, che siamo tutti più buoni, che
ci vogliamo sempre bene, che dobbiamo stare uniti
nelle nostre famiglie e questo ci avvolgerà, sarà
molto difficile sentire voci diverse. Quindi la
proposta che era venuta
fuori è quella di vedere con occhi diversi ed ascoltare
con orecchie più attente quello che ci sarà detto
e ci sarà mostrato in televisione e sui giornali
facendo attenzione a tutto quello che verrà occultato
e che però non perché è il 25 dicembre non succederà
o avrà una pausa. Perché le sofferenze e le guerre
continueranno, non si fermeranno. Questo deve però
fare i conti anche con quello che diceva Giovanni,
che il paradiso per noi è qui, dobbiamo costruirlo
qui, anche se non sempre sembra possibile, ma che
diventa tale con la capacità di trovare in piccole
occasioni, piccole situazioni, la gioia di una vita
che va avanti, cresce e non si arrende, guardando
con occhi diversi quello che ci circonda vedendo
che nelle situazioni che ci sono vicine c’è tanto
di buono che cambia e che cresce.
Anche per questo volevo dirvi (Silvana faceva poco
fa riferimento alle razze e alle provenienze diverse)
che abbiamo tra noi ragazzi
che vengono da esperienze, culture e luoghi diversi.
Noi ospitiamo per questo mese due ragazzi che vengono
dalla Bielorussia, da
Minsk: Tatiana e
Anton. E come vi abbiamo
detto qualche mese fa, Barbara e Pierluigi hanno
con loro tre bambini (Emilia,
Josefina e
Luis) che sono qui fra
noi e ci hanno anche aiutato a fare il presepe.
Oggi è il compleanno di Josefina,
che compie sette anni…
DIAMO UNA
MANO A DIO PER...
Il tema del presepe di quest’anno nasce dal lavoro che stiamo
portando avanti con le bambine e i bambini del laboratorio di
religione: una riflessione sulla creazione.
"In principio Dio creò … " sono le prime parole che abbiamo
incontrato leggendo il libro della Genesi. Il principio
di cui parla la Genesi è l’unico principio possibile, o ce ne
possono essere altri? Il creato è stato creato una volta per
tutte? Da queste domande siamo partiti nella nostra riflessione.
Quando Dio iniziò la sua meravigliosa opera era solo e perciò
non aveva altra scelta che fare tutto da solo: con le sue mani
ha impastato e ha dato forma a tutte le cose. Ma ora Dio non
è più solo e le nostre mani possono intrecciarsi alle sue per
continuare la sua opera, per proteggere e mantenere bello tutto
ciò che Dio ha creato e che ci è stato affidato, per inventare
con la nostra creatività cose sempre nuove, perché nel creato
tutte le creature abbiano un posto.
Perciò il tema che abbiamo scelto per il presepe è: "Diamo
una mano a Dio", per fare cosa ce lo diranno le bambine e i
bambini del laboratorio …

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COME ALBERI PIANTATI
NELLA TERRA
Quest’anno al laboratorio, parlando
dei comandamenti, ci siamo soffermati sul versetto dell’Esodo dove
Dio, prima di dare la sua legge, dice rivolto al suo popolo (Esodo
20,2): "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dall’Egitto,
dove tu eri schiavo". Tanto tempo è passato da quando gli ebrei
erano schiavi in Egitto, ma la schiavitù non è ancora finita: la
conquista della libertà del popolo d’Israele, raccontata nel libro
dell’Esodo, può aver un senso ancora oggi per molte persone Ma noi
ci siamo chiesti: "Ha senso per noi che non siamo mai stati schiavi
un Dio che si presenta come il Dio degli schiavi, il Dio che libera
dalla schiavitù?"
Abbiamo cercato la risposta in un brano
del Vangelo di Giovanni (Giovanni 8,31-34),: "Gesù disse a quelli
che avevano creduto in lui: - Se rimanete ben radicati nella mia
parola, siete veramente miei discepoli. Così conoscerete la verità
e la verità vi farà liberi". Ma i discepoli non capivano ciò che
il loro Maestro voleva dire: come potevano diventare liberi loro
che non erano mai stati schiavi? Gesù spiegò allora che stava parlando
di un’altra schiavitù, quella del peccato.
Le parole di Gesù: "ben radicati nella
mia parola" ci hanno fatto pensare agli alberi che affondano le
loro radici nel terreno. Anche noi – dice Gesù – dobbiamo essere
come alberi, che affondano le loro radici in un terreno buono: quello
della sua parola, del suo messaggio d’amore.
In quel terreno troveremo la verità,
che ci farà davvero liberi, assaporeremo il gusto delle cose vere,
quelle capaci di dare un senso e cambiare la nostra vita e la vita
degli altri, ci sentiremo parte di un unico mondo e di un unico
destino, dove non ci potranno essere da una parte donne e uomini
liberi e dall’altra schiavi perché la libertà o è per tutti o non
è vera libertà!
E così nel presepe di quest’anno abbiamo voluto regalare a
Gesù i nostri alberi preferiti …
Alloro
Caro Gesù,
Noi ti vorremmo regalare questo alberello d'alloro che, anche se
non fa frutti commestibili, è molto utile: infatti un infuso di
alcune delle sue foglie fa passare ogni disturbo intestinale, inoltre
ha un profumo buonissimo che riuscirebbe a sovrastare quel cattivo
odore che c'è nella stalla.
Te lo doniamo non perché tu abbia vinto una gara, ma come segno
di riconoscimento della tua importanza per noi.
Angela e Sara
Eucalipto
Ho scelto l'eucalipto perché: serve per i koala, serve per il
raffreddore, ha dei rami molto elastici per sopportare il vento,
per fermare un po' il vento, e poi dei pappagalli si sono fermati
sull'eucalipto.
Jeanpiere
Fico
Da mettere nel presepe ho scelto un fico perché ci sono persone
che pensano che sia la pianta del peccato originale invece del melo,
perché è una pianta molto mediterranea e ci da un frutto più dolce
della mela.
A me, onestamente, non piace il frutto, ma mi sorprendono le sue
grandi foglie a forma di mano umana.
Abbiamo letto, nel laboratorio, che il fico è una pianta sacra per
i romani perché ha delle radici molto robuste per trattenere i terreni
(anche quelli secchi).
Jacopo
Melograno
Il melograno, nelle religioni e nelle culture dei vari popoli,
possiede determinati valori simbolici e quasi tutti sono legati
alla fertilità della donna. Per la chiesa cattolica il melograno
rappresenta l'unità in una sola fede di popoli diversi, in quanto
la melograna contiene, sotto un'unica scorza, un gran numero di
semi.
Abbiamo scelto il melograno perché ha un frutto che ci piace. Nel
nostro terrazzo c'è un piccolo albero di melograno e quello che
abbiamo notato è che ogni volta che viene l'inverno si secca
e sembra che stia morendo, ma poi quando arriva la primavera ridiventa
verde e si arricchisce di bellissimi fiori rossi, che diventeranno
poi tanti dolci frutti che condivideremo tutti insieme.
Sara e Angela
Palma
La palma simboleggia la vittoria, la gioia, l'abbondanza, la
felicità, la pace.
La liturgia della domenica delle palme commemora due fatti: l'accoglienza
trionfale che il popolo e i discepoli riservarono all'ultimo ingresso
di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della settimana della Passione.
In questa occasione la folla agitava dei rami di palma.
Già presso greci e romani la palma era considerata simbolo di vittoria
e ne veniva offerto un ramo ai generali trionfatori, come pure agli
atleti vincitori di giochi.
Possiamo fare delle similitudini tra uomini ed alberi:
- danno frutti e anche noi, aiutando gli altri, vediamo che
il nostro lavoro fruttifica;
- con le radici cercano il nutrimento, noi a modo nostro ci
nutriamo di amicizia, amore e tristezza, che è necessaria per
comprendere la gioia
Margherita
Quercia
Secondo me noi uomini assomigliamo agli alberi perché gli alberi
danno i frutti e anche noi. Anche l'uomo, come l'albero, si deve
nutrire di amicizia, felicità, divertimento e tristezza, pazienza.
Le radici dell'albero per trovare le sostanze nutritive devono,
a volte, cercare lontano, in profondità, e devono superare molti
ostacoli.
Ho scelto la quercia perché rappresenta la forza, non per usarla
per sbaragliare gli altri, ma per aiutare chi ne ha bisogno.
Fausto
Una
"perla" per il Giovedì Santo
Sara
Dov’è oggi il mio cuore?
Questa è la domanda a cui noi bambini del laboratorio di religione
dovevamo rispondere.
Giovanni ci ha spiegato che per gli ebrei il cuore era la sede dei
pensieri concreti nel quale si manifesta ciò che ognuno può fare,
il pensiero, cioè, che ha bisogno di una decisione dipendente dalla
nostra volontà, per cui quando abbiamo letto il versetto del vangelo
di Matteo, che dice: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio",
ci siamo chiesti chi siano i puri di cuore.
Questa è la domanda che anche io mi sono fatta, per rispondere alla
sollecitazione di Giovanni:" Dov’è oggi il mio cuore".
Credo che i puri di cuore siano coloro che pensano, dicono ed agiscono.
Da queste risposte ho cercato di mettere insieme i diversi pezzi
di ciò che avevo capito.
"Dov’è oggi il mio cuore?"
Il mio cuore oggi è intento a cercare di mantenere i rapporti di
amicizia con i miei ex compagni della scuola elementare con cui
ho condiviso tanti momenti importanti della mia esperienza scolastica
e di amicizia.
Angela
La mia perla è la vita in generale, la vita che trascorro con
le persone che mi stanno accanto e che mi aiutano.
E' molto generico perché sotto sotto non so di specifico quale sia
la mia perla, ma so dire ciò che essa non è, come i vestiti, i gioielli
e i soldi perchè in fondo dopo un po' si buttano o finiscono.
Ripensandoci credo che questa più o meno sia la perla di tutti,
però sono certa che è almeno la mia
Margherita
Gesù nel Vangelo ha parlato del regno di Dio, paragonandolo,
una volta ad un tesoro, per avere il quale un uomo vende tutto quello
che ha; una volta ad una perla, per comprare la quale, un mercante,
allo stesso modo, vende tutti i suoi averi.
Gesù voleva forse darci consigli per gli acquisti? Oppure ci consigliava
investimenti per fare buoni affari?
Nulla di tutto questo! Gesù parlava con queste metafore per farsi
capire da gente semplice e ignorante.
Nella preghiera del Padre nostro dice:"Sia fatta la tua volontà
come in cielo , così in terra" intendendo con questo che il regno
di Dio doveva esistere non solo nell'aldilà (tra l'altro nessuno
di noi è sicuro che sia esistente ),ma doveva essere realizzato
anche sulla terra. Secondo me ogni persona ha una sua perla per
la quale darebbe tutto. Alcune persone hanno come perla il guadagno,
il potere, ecc. Io finora, che sono solo una bambina, ho scelto
l'amicizia.
[DISEGNI DI JACOPO]
Jacopo
Io ho riscritto le parabole del tesoro e della perla rendendole
più semplici per noi oggi e allora ho pensato che il regno dei cieli
è simile a un parco naturale minacciato dall'inquinamento con degli
uomini che difendono, perché la loro passione è quella di conservare
la natura per se stessi e per gli altri. Tra questi ci sono anche
io.
Potrebbe anche essere uno stadio con un tifoso della Roma che darebbe
tutto quello che ha per seguire la propria squadra. Anche questo
potrei essere io.
Come abbiamo detto al laboratorio, di perle ce ne sono tante: spero
di incontrare e di mettere il mio cuore a quella giusta.
Fausto
A dir la verità io non so quale sia la mia vera perla perché
sono ancora
un bambino; forse, però, una delle cose a cui voglio più bene è
la mia famiglia,
forse è anche l'amicizia. Comunque ancora è meglio che io non ci
penso perché
deciderò la mia perla quando sarò più grande
Emanuele
Matteo dice: "Il regno di Dio è simile ad un mercante che va
in cerca di perle preziose. Quando ha trovato una perla di grande
valore, egli va a vendere tutto quello che ha e compera quella perla".
Nella vita di ognuno c’è sempre qualcosa di importante: quella è
la sua perla. Quella perla per Gesù è il regno di Dio, per averla
ha rinunciato a tutto, persino alla vita.
Per entrare in questo regno bisogna abbandonare tutto, o meglio
tutto ciò che è superfluo, perché l’entrata non è grande e solo
i piccoli possono entrarvi. Ma chi sono i piccoli? I piccoli sono
i poveri, quelli che soffrono, i puri di cuore, uomini semplici,
trasparenti e leali, che hanno mantenuto la purezza e la sincerità
dei bambini. Solo questi possono entrare nel regno di Dio perché
non hanno grandi bagagli pieni di ricchezze, di imbrogli e finzioni.
Nella vita di tutti c’è una perla preziosa, ma non tutti la riconoscono.
A volte perché non l’hanno mai cercata, altre volte perché non vogliono
trovarla e rischiare di cambiare vita.
I cambiamenti fanno paura!
UN PRESEPE
MOLTO SPECIALE
Quest'anno i ragazzi del laboratorio di S. Paolo hanno fatto
un bellissimo presepe, ma la cosa eccezionale - udite, udite - e'
che si tratta di un presepe parlante!!!
Lo straordinario presepe è stato presentato domenica 23/12 durante
l'eucarestia.
I ragazzi hanno prestato la voce a personaggi vecchi e nuovi. Tra
questi:
Una persona qualunque
in un paese in guerra
Credo
che il mondo sia ingiusto: c’è troppa diversità che crea problemi
tra paesi ricchi e paesi poveri. Per esempio la guerra che decidono
i potenti e che subiamo noi poveri civili.
Anche nel mio paese c’è la guerra ed è per questo che mi sono messo
in cammino.
Sto andando da colui che spero mi darà delle risposte ai tanti perché
sulle ingiustizie, le diversità e tanto fanatismo religioso. Non
solo gli uomini sono vittime ma anche gli animali e le piante.
Vado dove posso trovare felicità per me e per il mio paese che spera
io torni con buone notizie.
Ora vado. Ciao
Sara
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ALL'ELENCO]
Un bambino tessitore
di tappeti
Caro
Gesù,
io sono uno dei quei bambini che fanno i tappeti. Per fare questo
mestiere devo avere le dita delle mani corte. Per favore me le puoi
far crescere?
Te ne sarò sempre grato!
Ora ti vorrei chiedere un altro favore:
puoi far crescere le dita anche ai miei amici, in modo che possano
anche loro essere felici?
Però facendoci smettere di lavorare, i tappeti chi li fabbricherà?
Ti chiedo un’ultima cosa: puoi far inventare delle macchine fabbrica-tappeti?
Ora ti saluto perché devo ritornare al mio lavoro. Ciao!
Lucia
[TORNA
ALL'ELENCO]
Un gatto senza pelo
Io
sono un gatto molto sfortunato, perché gli uomini, per fare delle
giacche e per guadagnare soldi, mi hanno tolto il pelo; quindi vorrei
chiedere
aiuto a Gesù.
Ma non solo io, ma anche molti altri esemplari vengono utilizzati per queste
cose. Se non mi sbaglio tu avevi detto che gli uomini non si dovevano
preoccupare del vestire, perché tu nutri anche i passerotti e vesti
i gigli dei campi meglio di re Salomone. Fammi rendere la mia pelliccia,
perché fa molto freddo.
Fausto
[TORNA
ALL'ELENCO]
Due pompieri da Gesù
Da
molte parti si dice che questo è l’anno dei pompieri, perché hanno
salvato molte persone sacrificando spesso la loro vita. A me dispiace
molto che ne siano morti tanti in questi ultimi tempi. Ad esempio,
decine di pompieri sono morti in America e a Roma ne sono morti
quattro. Per questo ho pensato di introdurre nel presepe due pompieri,
uno americano e uno romano. Il pompiere americano dona a Gesù bambino
un caschetto dei pompieri di New York e quello italiano un camioncino
dei pompieri di Roma.
P.A.:
“Vado da Gesù a chiedergli un’altra vita con un altro mestiere!”
P.R.: “Ma come?!
Lo sapevamo già dall’inizio della nostra carriera che si
rischiava la vita.”
P.A.:
“Lo so, ma un conto è morire aiutando le persone a salvarsi dalle
eruzioni vulcaniche, dai terremoti e dalle alluvioni; un conto è
morire per gli attacchi terroristici o per degli incidenti che si
potevano tranquillamente evitare.”
P.R.: “Ma Gesù non ha la bacchetta magica. Non è mica Harry
Potter. Siamo noi uomini che possiamo fare qualche cosa.”
P.A.:
“E che cosa possiamo fare contro la natura e contro la malvagità
degli altri uomini?”
P.R.: “Per esempio, possiamo prevedere il brutto tempo e
i terremoti. Possiamo convincere la gente a non costruire le case
sulle pendici dei vulcani e a curare i fiumi.”
P.A.:
“E come convinciamo i violenti a non farci del male?”
P.R.: “Questa è la cosa più difficile. Su questo dobbiamo
chiedere consiglio a Gesù!
Jacopo
[TORNA
ALL'ELENCO]
Un albero da frutto
"O.G.M."
Sono
un albero, io ho molta paura di essere geneticamente modificato,
voglio tenermi i miei frutti, piccoli e deteriorabili. Sarò lento
a farli sviluppare, ma di sicuro saranno biologici e non danneggeranno
la salute degli esseri umani.
Noi doniamo
agli uomini i migliori frutti da migliaia di anni, ed è così
che ci ringraziano?
Prima che l'uomo facesse la sua comparsa sulla terra, noi, grazie
ai nostri semi già ci riproducevamo. Oggi alcuni affaristi senza
scrupoli ci vogliono modificare solo per fare affari più vantaggiosi.
Gesù, fai tornare alla ragione questi uomini, oppure distruggeranno
tutta la Terra
Margherita
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ALL'ELENCO]
Un ubriaco
In
quella lontana notte erano a centinaia a dirigersi verso quella
semplice capanna. Tra quelle centinaia ce n’era uno che si distingueva
dagli altri. Non per la sua faccia, né per i suoi vestiti, ma per
il suo sguardo. Era come se in quello sguardo vi fosse finalmente
la speranza di una risposta che cercava da tanto.
Era una persona povera come tante altre, nonostante ciò non era
scontento della vita, perché bevendo riusciva a vedere una realtà
diversa, inventata da lui.
Un giorno però gli venne un dubbio: "E’ giusto bere? E’ giusto fuggire
così dalla realtà?" A molti aveva chiesto una risposta, ma nessuno
era riuscito a dargliela.
Portava in mano una bottiglia di vino.
Arrivato davanti alla capanna, intinse un dito nel vino e lo mise
in bocca a Gesù. Solo una goccia non poteva fargli male! Fu il suo
dono a Gesù. Poi se ne andò. Qualcuno racconta che forse fu per
questo che il primo miracolo di Gesù fu trasformare l’acqua in vino.
L’uomo non ebbe subito la sua risposta, ma la trovò più tardi nella
vita di Gesù. Una vita che non fu facile, ma che Gesù affrontò senza
mai fuggire.
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ALL'ELENCO]